irgio: (Default)
irgio ([personal profile] irgio) wrote2020-02-22 06:21 pm

Random (#6)

  • Storia scritta per la terza settimana del COWT10;
  • 2000 parole;
  • neonati 


Per tutta la sua vita le hanno sempre ripetuto di dover studiare, di doversi impegnare al massimo, di dover primeggiare e dimostrare a tutti di non essere di meno a nessuno. Che nella vita ci si deve fare spazio a gomitate e che non c’è tempo per aspettare o per rimanere indietro, che un momento di indecisione o di pigrizia avrebbe potuto pregiudicare per sempre il suo futuro. Studiare, laurearsi e trovare un buon lavoro doveva essere il suo scopo, quello a cui doveva aspirare e a cui non avrebbe mai dovuto rinunciare. Sua madre non ha smesso, neanche per un giorno, di ripeterle che i figli ti possono rovinare la vita per sempre e che doveva stare attenta al serpente con un occhio solo. Da bambina non capiva, era troppo piccola, e con terrore andava a letto e immaginava serpenti mostruosi che le scivolavano tra le lenzuola e le mordevano le gambe e le si stringevano attorno al collo. Ha sempre avuto paura dei serpenti, da quando ne ha memoria. Crescendo ha poi capito che il serpente con un occhio solo a cui alludeva la madre non fosse per niente un serpente, ma un semplice pisello; il terrore per quei rettili striscianti è rimasto ugualmente.
 


Ha seguito le regole, è stata una figlia modello, una studentessa con ottimi voti. Ha scelto l’università che volevano i suoi genitori, anche se era un percorso di studi che le stava stretto e per cui non nutriva alcun amore, a discapito delle sue passioni. Si è laureata lo stesso con ottimi voti, anche se non ha preso il massimo e sua madre non ha potuto non farle notare il proprio disappunto per quel fallimento praticamente inaccettabile. Lei doveva eccellete, doveva primeggiare, non doveva aspettarsi che qualcuno si accontentasse. Il massimo negli studi era il minimo per ottenere il successo poi. 


Non è contenta, né appagata. Non è mai stato il tipo che vuole eccellere, le piace essere mediocre, non dover competere con chiunque per dimostrare di essere la più brava, anche selle cose che non le interessano. Vorrebbe aver avuto un carattere più forte, aver saputo dire di no, negarsi a tutte le imposizioni a cui ha taciuto e acconsentito durante l’infanzia e l’adolescenza e poi l’immediata vita adulta. Fa un lavoro che non le piace, ha studiato una materia che non la appassiona e per cui non prova amore. Lei che voleva scrivere o disegnare e che in cuor suo è sempre stata più un’artista che una studiosa o un instancabile lavoratore. Da bambina le piaceva disegnare con le dita e scrivere storie mielose e un po’ sgrammaticate con cui riempiva infinità di quaderni ed era discretamente brava a modellare la ceramica. Ha però abbandonato quelle passioni, mettendole da parte e dedicandosi ad attività che i suoi genitori ritenevano più dignitose ed utili. Ha studiato economia e niente l’ha più annoiata di quella serie di esami in cui era richiesto soprattutto di conoscere la matematica, la logica e saper fare i calcoli, cose che le sono sempre state estranee e a cui non è mai andata particolarmente a genio.

Lo ha fatto lo stesso, però, perché l’approvazione e l’amore dei suoi genitori e della sua famiglia sono sempre state le uniche cose a cui ha aspirato e che ha sempre desiderato. Suo padre le ha detto brava e quando si è laureata e ha terminato gli studi, l’ha aiutata a cercare lavoro, obbligandola a fare tutta una serie di tirocini sottopagati e presentandola a tutta una serie di amici e conoscenti che potessero raccomandarla e assumerla. Alla fine il lavoro è arrivato, anche se non per una grande compagnia, anche se non il lavoro che i suoi genitori desideravano per lei, anche se si tratta di stare tutto il giorno in ufficio a controllare i conti e a farli quadrare, ad assicurarsi che non ci siano problemi e a risolvere quelli degli altri, di modo che non li disturbino nello svolgimento delle loro mansioni. 

Sua madre non è per niente soddisfatta, ma ha margine di miglioramento, può aspirare a fare carriera, quindi non si è lamentata più di tanto. Con il suo curriculum avrebbe potuto aspirare a un lavoro migliore, ma questo è pagato, ja uno stipendio e un contratto che le garantisce stabilità e tanto le basta. 


Ha ventisette anni quando finalmente va via di casa. - Era ora - le dice sua madre, per niente commossa dalla cosa. Lei la vuole indipendente, autonoma. Suo padre nasconde qualche lacrimuccia e la aiuta a caricare quello che rimane della sua roba in macchina. 

Pagare le bollette, tenere casa pulita, stare dietro agli impegni di lavoro e cercare al tempo stesso di avere una vita sociale decente è stato stressante e ha trovato un equilibrio solo dopo un po’, andando per tentativi, cercando il proprio metodo anche senza dover chiedere aiuto o consiglio.

Casa sua è diventata il suo rifugio, il suo angolo di pace e di tranquillità, in cui può girare senza reggiseno e mangiare fino a fare schifo senza sua madre che la sgridi e le ripeta che le donne grasse hanno difficoltà a fare carriera, che le donne grasse non trovano altrettanto facilmente marito e che essere grasse è una sconfitta, vuol dire non avere il controllo su se stesse e sul proprio corpo e che una persona senza controllo è una persona debole. Essere deboli vuol dire fallire e fallire non le è concesso. 

Il suo appartamento è piccolo e grazioso, non troppo lontano dal centro o dal suo posto di lavoro, con la carta da parati giallo canarino in soggiorno e le pareti azzurre nella sua camera da letto; la cucina è vecchia, ma ancora funzionale e dal primo momento che l’ha vista ha pregustato la sensazione piacevole di accumulare calamite sulla superficie del suo frigorifero. Quando lo ha preso, ha fatto un affare, la coinquilina precedente, una vecchia signora, ci è morta, e quindi il proprietario le ha fatto un buon prezzo. Alle volte le fa un po’ strano pensar di star dormendo nel letto di una morta, ma si dice che sua madre non c’è ed è un dettaglio con cui può scendere a patti per la sua libertà. Poi l’appartamento si cedeva tutto ammobiliato, il che è raro di questi tempi e può essere solo un fattore positivo. Lo sapete quanto costa comprare i mobili per una casa con tre stanze? 


È carina, anche se non in modo appariscente. Ha i capelli chiari, gli occhi grandi e le labbra carnose, di quelle che attirano lo sguardo degli uomini e accendono i loro pensieri con tinte oscene. Sua madre glielo ha sempre detto, che doveva valorizzarsi di più, far vedere le gambe e il seno, che non doveva nascondersi. Che le cose belle andavano fatte vedere e che c’era chi avrebbe pagato per essere bella e giovane come lei. Ma lei non era il genere di donna audace che si sente a proprio agio a mostrare troppa pelle, le piacciono i vestiti comodi, il trucco leggero e le scarpe basse. 

È una ragazza serie, una di quelle che non sono adatta al sesso occasionale e che ha troppa paura di tutto per uscire con un ragazzo che non conosce bene. Molti uomini scappano, appena lo capiscono, altri, molti meno, rimangono e provano a venirle incontro. Dopotutto è una persona piacevole, è intelligente - e ha un bel culo. 

Ha avuto qualche ragazzo, ma a sua madre non sono mai piaciuti. Nessuno è l’uomo giusto per lei, nessuno è abbastanza intelligente, abbastanza affermato lavotativamente, abbastanza bello. Trova sempre un difetto, un particolare che stona e inizia a rosicchiarle l’anima, le mette la pulce nell’orecchio e non trova pace finché non lo lascia. Altre volte è il malcapitato a lasciare lei, perché una relazione con lei, lui e sua madre sempre tra i piedi non è decisamente quello che qualcuno vorrebbe. 

Quando compie trent’anni, ha ormai rinunciato all’amore e sua madre ne è piuttosto soddisfatta. Solo stupide distrazioni, non ti fanno impegnare nel lavoro, non ti fanno dare il massimo, ti ingravidano a sorpresa e butti nel cesso anni di lavoro, di studio e di sacrifici. 

La sua vita le piace un po’ di più, ha cambiato la carta da parati in soggiorno, comprato un materasso che non sa di vecchia e ottenuto una promozione a lavoro che ha accontentato un po’ la madre, facendole allentare la presa sul suo collo. È vero che non vivono più insieme, ma non è ancora in grado di scollarsela del tutto di dosso. È pur sempre sua madre e ci sono ferite che non è in grado di far rimarginare, anche se ormai è adulta e autonoma. 


Ha trentaquattro anni quando incontra l’uomo della sua vita. Un tipo brillante, simpatico, che scrive per un giornaletto non troppo interessante che fa inorridire sua madre; non ha uno stipendio cospicuo, né particolari progetti per il futuro. È un uomo che vive alla giornata, che passa gran parte del tempo a caccia di notizie e che, quando non lo fa, scrive e lavora a un libro che sa che non finirà mai. È esattamente il genere di persona da cui i suoi genitori le hanno sempre detto di stare lontana, ma a lei piace, piace tanto. Non deve fingere di volere essere sempre la più brava, può concedersi di essere debole e che lui la veda così, non ha paura di sentirsi perennemente giudicata o biasimata.

Sua madre lo detesta, lo trova un fallito, e quando le dice che vuole sposarlo quasi le viene una crisi isterica e suo padre è costretto a fare da paciere tra entrambe, anche se neanche a lui quel giovanotto poco affidabile piace più di tanto. 


Il giorno del sio matrimonio prova un senso di estremo piacere, per una volta fa una cosa sua, per sé ed è felice di contrariare sua madre. Non ha più bisogno di fare tutto quello che le dice, di accontentare ogni suo capriccio e di fingere di essere quello che non è. Per una volta si crogiola nella soddisfazione di averla resa scontenta e di essere lei quella felice. È quasi più contenta di quello che del matrimonio, ma non lo dice a suo marito, né a nessun altro che non sia se stessa. 


Quando poi comunica sua madre di essere incinta, di essersi fatta fregare dal serpente con un occhio solo, in casa sembra che sia cascato il mondo. Per sua madre è una donna finita, fallita. Il bambino le succhierà via tutti i sacrifici che hanno fatto per lei e la renderà una di quelle mamme di mezza età grassocce e precarie. 

Lei, però, che un bambino lo ha sempre voluto - anche più di uno - è felice. Felice sia perché ha finalmente trovato il coraggio di sfidare sua madre e di suscitare serenamente il suo disappunto, sia perché non vede l’ora di vederlo zampettare per casa e attaccarsi alla sua gonna. Lei sarà una madre migliore, una madre più affettuosa, non lo soffocherà, non lo distruggerà.

Nasce a luglio, in uno di quei giorni in cui il caldo ti toglie il fiato e la calura ti si attacca alla pelle. È piccolissimo, con un ciuffo di capelli chiari e la faccia rugosa e brutta come quella di un vecchio. Mentre lo tiene in braccio e lo bacia, gli stringe i piedini e le manine, si sente finalmente davvero completa e soddisfatta per la prima volta nella sua vita. 

Sua madre la va a trovare in ospedale e osserva con malcelato orrore il bambino, il piccolo mostro che ha strappato via come un rapace tutte le speranze e i sogni che aveva riposto su sua figlia. Non ha un istinto innato per i bambini, lei per prima non ne voleva e non è in grado di fare tutte quelle moine svilenti e un po’ ridicole che ci si aspetta da una neononna.

- Non ti è uscito brutto come pensavo - concede alla fine senza tatto, ma nessuno si meraviglia.