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 M1 – 616 parole

 

 

 

 

 

La notte è una incognita e ne ha da sempre un ricordo buio e angosciante che, anche nella adolescenza e nell’immediata età adulta non è mai migliorato. 

Suda, ansima e si rigira nel letto in preda ai ricordi, agli incubi, alle mani di sua madre che lo cercano. Gli manca l’aria e le ore sembrano non passare mai, con le lenzuola attaccate alla pelle e la mente che ripercorre la tragedia e quello che ne è seguito, che gli ricorda i volti di chi ha amato e degli sbagli che ha fatto, finché, stremato, non perde i sensi. 

La notte è il momento della memoria e del ricordo e Sasuke la detesta. La detesta quando è da solo nel proprio letto, quando è di ronda o in missione. Non c’è differenza, solo angoscia e un nodo alla bocca dello stomaco che ormai ha imparato a nascondere. 

Ricorda il volto di sua madre, la pelle pallida, i capelli nerissimi, lo sguardo terrorizzato; il viso squadrato e severo di suo padre, macchiato di sangue, con gli occhi voltati all’indietro e la bocca socchiusa; la lama cremisi che riflette la luce della luna e lo sguardo assassiono. 

Ricorda Orochimaru, gli allenamenti stremanti, il tocco lascivo, le cose schifose che diceva di volergli fare. Ricorda i compagni che ha perso, gli uomini che ha ucciso, le figure che non incontrerà un altro momento. 

 

La notte è dolorosa e angosciante, un lento scorrere di esistenze svanite e rimpianti che gli vengono a bussare nel sonno, togliendogli il respiro e la pace e lasciandolo un po’ più vuoto del giorno precedente. La notte è sua nemica e la detesta e quando è solo e senza nulla da fare si trascina per casa, in un numero infinito di passi, cercando di perdersi tra le mura, le stanze, i mobili – i ricordi. 

La notte è un morbo che non lo lascia, che non lo perdona, che gli mordicchia la pelle e piano piano lo consuma – come la sua stessa esistenza. Sasuke lo sa che morirà di notte, sarebbe già dovuto morire di notte, e lo accetta e ogni notte aspetta e prega che sia rapido. 

 

*

 

Il morbo non lo lascia, non lo perdona, non gli dà tregua. Si rigira tra le coperte in preda a un ricordo, l’ennesimo, con le mani di sua madre che cercano di raggiungerlo e le labbra di lei che si muovono in un grido muto. Sobbalza e lo stomaco quasi gli si rovescia. 

Mani che lo cercano, mani che lo tocca, mani che lo carezzano. Gli scostano materne i capelli dalla fronte medita, gli passano la punta delle dita sull’arco delle orecchie, seguono la linea aguzza degli zigomi e si soffermao per un secondo di troppo sulle sua labbra, per poi ripetere il tutto all’inverso. 

Sasuke rinviene, striscia pian piano fuori dal sogno, dall’incubo, con la stessa difficoltà di chi cerca di districarsi dalla presa delle sabbie mobile. 

Il tempo si ferma e nell’oscurità della notte i suoi occhi si aprono e ne incontrano altri e il respiro si fa meno affannoso, il corpo meno convulso, il nodo alla gola più lento. 

La notte è il momento del ricordo, dell’angoscia e ormai anche della tenerezza. 

Non ne fanno mai parola al mattino, non lo hanno mai fatto. Sakura non ha bisogno di chiedere e Sasuke di dare spiegazioni. Si conoscono, si amano, si sono scelti. Sono in grado di leggere l’uno nell’altra.

Va tutto bene, ci sono io. Gli sussurra all’orecchio, con la stessa voce calma e dolce che usa per loro figlia. Lo stringe a sé, carezzandogli la base del collo e il morbo si affievolisce e per quella notte smette di rosicchiargli i margini del cervello.

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