Broken bones
Feb. 27th, 2020 07:23 pm- Storia scritta per il COWT10;
- 610 parole;
- Avatar - La Leggenda di Aang;
- M4 - You fuse my broken bones back together, and then lift the weight of the world from my shoulders again
Aang è sempre stato un ragazzino allegro, con il sorriso sempre stampato sulla faccia, in una magnifica esposizione di trentadue denti bianchissimi - e un po’ sporgenti. È sempre stato allegro, portato naturalmente a vedere in ogni caso il lato migliore della situazione, anche quando sembra non ci sia niente da fare.
La prima cosa che Katara ricorda di lui è il sorriso, ampio e felice - anche se rivolto a lei che, in quel momento era una perfetta sconosciuta - gli occhi che brillano e le orecchie un po’ a sventola.
Katara ricorda i giochi, gli allenamenti, i modi buffi con cui spostava il peso da un piede all’altro per mimetizzare la stanchezza o la vergogna.
Katara ricorda l’Aang bambino, l’Aang adolescente, l’Aang guerriero; ricorda l’Avatar in tutte le sue sfaccettature e lo ama - sempre.
La prima volta che qualcosa di è rotto, erano al Tempio dell’Aria del Nord: il sorriso si è crepato, mentre scoprivano i resti della casa di Aang, gli scheletri di quelli che aveva amato e chiamato fratelli; le armi e la distruzione dei soldati della Nazione del Fuoco un po’ ovunque a indicare loro la strada, in un macabro indizio di morte.
Gyazo era lì, lo scheletro completamente scarnificato dal secolo passato, la posizione ancora compatta e ferma di chi ha dato tutto fino all’ultimo, le vesti degli stessi colori di quelle di Aang.
Lì il mondo per il giovane Dominatore dell’Aria un po’ si è crepato; il mondo che conosceva è finito, la speranza di riaverlo andata e il sorriso di è incrinato.
Katara lo ha raccolto, lo ha stretto, e ha ricomposto un po’ a forza il cuore di Aang. Le ferite si sono rimarginate con il tempo, come ossa che si saldano alla fine, ma non ritornano mai più le stesse.
Katara lo ricorda cercar di cavalcare le carpe-elefante, rischiando di far finire tutti loro ammazzati dal serpente marino; ridere in modo incontrollato quando la Sfortuna aveva baciato per l’ennesima volta suo fratello Sokka facendogli passare una delle sue proverbiali disgrazie; lo ricorda imparare Dominio dopo Dominio.
Ricorda il suo sorriso incrinarsi quando la ferisce per la prima volta, con il Dominio del Fuoco; la sofferenza di perdere Appa nel deserto, lo sconforto di non riuscire a ritrovare il suo migliore amico.
A ogni difficoltà, si aggiunge una ferita in più, una cicatrice sotto la pelle, ma Aang rimane un ragazzino allegro nonostante tutto. Il mondo lo obbliga a rimettere insieme i suoi pezzi, ogni volta. Lui è l’Avatar; l’Avatar non può permettersi di vacillare. Rimette insieme le sue ossa, risalda ogni frattura, ricuce ogni ferita, ritorna com’era prima, almeno in apparenza. Il peso del mondo sulle sue spalle, sul suo sorriso e Katara quasi non se ne accorge, tanto diventa bravo a nasconderlo.
È solo col tempo, con l’eta adulta, che Katara impara a leggere il dispiacere nell’animo di quel ragazzino divenuto suo marito. Dell’Aang allegro e spensierato che ha tirato fuori dal ghiaccio non rimane quasi niente più.
Le sue spalle si sono allargate per sostenere il peso del loro mondo, il sorriso di è man mano spento. Non è più in grado di illuminare una stanza con la sua sola entrata; non è più l’anima della festa, non si presta più a giochi o avventura sconclusionate.
Aang è adulto, è l’Avatar, è il salvatore del mondo, ma non è più quello che era.
Talvolta, dopo la sua morte, Katara si domanda se la colpa in fondo non sia anche sua, se non lo abbia spinto troppo, se non lo abbia forzato troppo, se non lo abbia obbligato troppe volte a ricomporsi e ad andare avanti.
Forse sì.