- Storia scritta per il COWT10;
- My Hero Academia;
- KiriBaku - AU;
- 2500 parole;
- Prompt: Gli amanti
La prima cosa che ricorda è il rosso. Una macchia sfocata e indistinta, ma tanto accesa da essere quasi un pugno nell’occhio, con quella sfumatura inconfondibile e familiare che è sempre riuscita a metterlo di buon umore anche quando tutto quello che avrebbe voluto era urlare e colpire e far esplodere fino a sentirsi prosciugato di ogni energia.
È la prima immagine che ricorda, la prima a cui la mente torna nei momenti in cui pensa di non farcela, il rosso. Non quello del sangue, della battaglia e della violenza. Più acceso, più caldo, più allegro e Katsuki non riesce a far a meno di provare una sensazione tutt’altro che infastidita quando quel rosso si palesa dal vivo sotto i suoi occhi e il mondo prende improvvisamente i colori più accesi della felicità.
È tradizione della Tribù Guerriera che i combattenti abbiano un compagno, un alleato, un amico con cui condividere l’infanzia, gli allenamenti, le battaglie, il sangue e il letto fino al momento di unirsi con una vera donna. Di solito sono prede di guerra, orfani o infanti di cui nessuno vuole farsi carico e il cui valore è direttamente proporzionale al piacere che sono in grado di dare al proprio padrone. Non hanno un nome, un’identità e non possiedono niente finché non viene loro donato. Vengono allenati al combattimento, ma non sono considerati guerrieri, solo l’estensione dei loro compagni. Come una spada, un pugnale o una lancia.
Non hanno una posizione sociale ed è dovuto loro rispetto solo come avere del loro padrone. Vivono la loro intera esistenza un passo indietro a tutto il resto della comunità e muoiono per servirla e per farsene carico e non è inusuale che alcuni di loro tentino di sfuggire a tutto ciò togliendosi la vita. Per i fortunati che ci riescono, è prevista una fossa senza lapide e un mucchietto di terra a coprire la puzza dell’imputridirsi delle carni; per chi non riesce, la punizione è esemplare è spaventosa, peggiore della morte, sicché gli altri ne siano scoraggiati. Perdere il compagno, il servitore, è una grande seccatura.
È così dall’inizio dei tempi, uomini che servono altri uomini, guerrieri e compagni e la sola idea che non se ne possieda uno è quasi una vergogna, un affronto a quello che è il normale ordine delle cose.
Katsuki ha quattro anni quando i suoi genitori iniziano a incoraggiarlo a scegliere un compagno, un bambino tra i molti che si trovano al mercato o negli orfanotrofi dedicati a queste creature sfortunate. È l’età adatta per modellare un compagno, per trovarne uno mansueto e riconoscente e che non darà problemi.
Katsuki è un bambino dai capelli biondi come il grano e l’animo impetuoso e aggressivo, colpisce, spinge e scarta tutti quelli che gli vengono proposti davanti, non trovandoli né interessanti né utili. Alla fine i suoi genitori sono costretti ad arrendersi.
Katsuki ha quasi dieci anni ed è più robusto e meno spensierato dei suoi coetanei. Sa già combattere con la spada e di tanto in tanto sua madre lo secca con la faccenda del compagno. Katsuki non sente ancora il bisogno di averne uno, non lo vuole, non é ancora entrato nella fase ormonale e i suoi coetanei assolvono a tutte le altre funzioni. Non ha bisogno di un compagno perché è già di per sé un leader nato e gli altri lo seguono naturalmente; i suoi amici sono i suoi subordinati e con loro i loro compagni.
Quando poi un giorno suo padre torna a casa con un ragazzino dai capelli ridicolmente rossi, Katsuki passa i giorni seguenti di mal umore - diventa più intrattabile del solito, una novità che i suoi familiari non credevano possibile.
I suoi genitori sono irremovibili questa volta però e Katsuki può fare tutti i capricci che vuole, rompere tutti i mobili che gli pare e sbattere le porte e gridare cose oscene, rifiutandosi di cenare o di lavarsi, la situazione non cambia.
Il bambino viene fatto portare nella sua stanza, gli danno qualcuno dei vecchi vestiti di Katsuki e gli fanno un giaciglio ai piedi del suo letto con qualche straccio e un cuscino malandato.
Katsuki lo odia, lo detesta e la notte non riesce a dormire perché lo sente piangere.
- Faccia di merda - lo chiama ed è la prima cosa che il bambino dai capelli rossi sente appena sveglio e l’ultima prima di andare a dormire. Gli altri membri della servitù iniziano a chiedersi se debbano chiamarlo anche loro così.
Katsuki si rifiuta di riconoscerlo, non gli dà un nome, non gli mostra gentilezza e l’altro non parla. Non ha detto neanche una sola parola da quando lo hanno portato a casa e il biondo inizia a credere che sia muto.
Lo segue in continuazione, come un’orrida ombra rossa e silenziosa e gli amici di Katsuki iniziano a prenderlo in giro
Vanno avanti così per quasi un mese, poi una sera Katsuki va in escandescenza e lo pesta.
- Faccia di merda - sbraita, prima di mollargli il primo schiaffo. L’altro non si scosta e Katsuki ne è per un attimo interdetto. Quel pidocchio lo tiene sveglio ogni notte con quell’uggiolio insopportabile e poi non ha paura di essere menato. Gli dà ancora di più sui nervi. Lo colpisce ancora, e ancora e ancora
- Verme - sputa e lo spinge, ma l’altro non cade - Capelli del cazzo - lo chiama ancora e cerca di spingerlo ancora, di spintonarlo e di assestargli un altro pugno.
Il mondo per un attimo si capovolge e il movimento del ragazzino è così rapido che Katsuki neanche lo vede. Tutto diventa rosso per un attimo, i capelli dell’altro di sono davanti agli occhi e poi sente il pavimento sbattere contro la sua schiena - è lui che sbatte contro il pavimento. È talmente incredulo che ci mette qualche secondo a capire cosa sia successo.
- Eijiro - ringhia, gli occhi improvvisamente vivi, i loro nasi che si sfiorano - Eijiro Kirishima - sputa, come se ammetterlo gli costasse fatica.
Gli tiene le mani strette intorno ai polsi, le braccia inchiodate sopra la testa e gli blocca le gambe. Katsuki è improvvisamente consapevole di essere stato battuto, di essere morto, ma poi Eijiro parla ancora.
- Non faccia di merda, non capelli di merda - continua, mostrando i denti appuntiti e stringendolo ancora di più - Ho un nome. Usalo -
Poi, come se se lo fosse immaginato, Eijiro lo lascia andare. Allenta la presa sui suoi polsi e rotola via. Katsuki lo guarda strisciare verso il suo giaciglio e mettersi a dormire come se non fosse successo niente, come se non lo avesse appena atterrato e colpito.
Un compagno, uno servitore, uno schiavo, non può parlare al proprio padrone in quel modo - non può parlare affatto. Una cosa del genere, un’aggressione, andrebbe punita con il sangue. Dovrebbe farlo frustare, sì, cinquanta frustate. O farlo uccidere.
Un uomo non può perdere il controllo del suo compagno, non può permettere che lo aggredisca. Un compagno non può stare mai sopra.
Katsuki si rimette in piedi, cauto come se stesse per affrontare una belva. Sguaina il pugnale, le mani che gli tremano per la rabbia.
Eijiro lo guarda, un braccio poggiato sulla fronte, un solo occhio aperto a fissarlo. È tornato apatico come lo ha conosciuto, con l’occhio vuoto e morto e l’espressione rassegnata di chi sa di stare per morire e non ne è neanche troppo dispiaciuto.
Katsuki non ha mai ucciso nessuno e le mani tremano ancora, mentre continua a guardarlo, rigido in piedi.
- Faccia di merda - gli dice ancora, con la voce venata di rabbia e poi conficca il coltello di fianco alla sua testa.
Va a dormire vestito e nella notte Eijiro lo stente privarsi dei vestiti uno per volta e imprecare, arrotolato tra i panni e le coperte.
Solo giorni dopo Eijiro capisce che Katsuki lo ha accettato e che il pugnale è quello che il padrone dà al compagno per suggellare il loro legame.
Eijiro e Katsuki hanno dodici anni quando iniziano a dormire insieme. Il primo ha smesso da un po’ di piangere di notte, ma continua a rifiutarsi di rivelare a Bakugou il motivo di quel tormento.
Eijiro non è il compagno classico, non è lo schiavo sottomesso o il servitore fedele e timoroso. Eijiro è suo amico e con il tempo Katsuki è stato costretto ad accettarlo, scoprendo che è molto più ingombrante e rumoroso di quanto credesse.
A Eijiro piace parlare - Bakugou quasi rimpiange i bei tempi in cui lo credeva muto e sospetta che il rosso provi un sottile piacere nel sentire il suono della propria voce.
La sera, prima di andare a dormire, Eijiro gli racconta una storia. Di solito sono storie di guerra e di battaglia, di avventure fantastiche e imprese eroiche; altre favole di amore, ma a Katsuki queste non piacciono e le racconta solo quando il biondo è troppo stanco per protestare.
- Faccia di merda - lo chiama ancora Katsuki, per prenderlo in giro più che per la reale intenzione di offenderlo. In realtà non pensa per niente che la sua faccia sia brutta, ma non è nella sua indole essere delicato o gentile apertamente. La faccia di Kirishima per lui non ha niente che non vada, è una faccia normale, con la mascella un po’ squadrata e tutti i tratti ancora propri dell’infanzia.
- Testa di cazzo - è la risposta, ma solo quando sono soli. Eijiro ha con il tempo imparato a stare al proprio posto, fin dove spingersi in presenza di estranei e come comportarsi. A Bakugou piace che non abbia paura di lui, come invece vede fare ai compagni dei suoi amici. Lui non ha bisogno di un servitore, né ne desidera un altro. Apprezza, invece, che Eijiro mostri un’indole molto più idonea a quella di un guerriero che di uno schiavo. Del resto, non desidererebbe avere al suo fianco qualcuno di debole o insoddisfacente.
Kirishima lo segue ovunque, si allena con lui, va in esplorazione con lui, dorme con lui. Il loro è un legame saldo, anche se nessuno dei due lo ha chiesto o lo capisce fino in fondo. Dopo essersi ignorati per un mese, si sono azzuffati e il giorno dopo è stato come se si fossero sempre appartenuti, come se si capissero.
Alle volte Bakugou fa ancora fatica a leggere nei comportamenti dell’altro, consapevole di non conoscerlo davvero del tutto. Non lo chiama quasi mai per nome e la maggior parte dei suoi amici non sa che Kirishima ne abbia uno. È una cosa insolita per un compagno, di solito vengono chiamati semplicemente con un di davanti al nome del loro padrone. In fin dei conti sono poco più che beni materiali.
A Bakugou non piace che altri lo chiamino per nome, quando ciò avviene è un misto di gelosia e fastidio che gli si rivolta nelle budella. Sua madre lo ha notato anni addietro e si diverte così a punzecchiare il figlio.
Hanno quindici anni quando un giorno vanno a fare il bagno al lago. Si denudano e si buttano nell’acqua. Kirishima ride in modo rumoroso e fastidioso e lo schizza; Bakugou cerca di affogarlo più di una volta, lo tiene con la testa sott’acqua quel tanto da non ammazzarlo davvero e l’altro si dimena come un pesce all’amo.
Quando fanno ritorno a casa, Bakugou fa tutto il tragitto cercando di nascondere l’erezione che ha nei pantaloni.
I capelli di Kirishima per Bakugou sono sempre stati un mistero. Il colore rosso acceso è un unicum nel loro villaggio e non ne ha mai visti di simili in nessun altro uomo, guerriero o schiavo. Hanno vita propria, quei capelli.
Kirishima ha perennemente l’aria di chi si è reduce da una nottata movimentata, coi ciuffi disordinati che sfidano la gravità e si sparano verso l’alto, in un ammasso confuso e aggrovigliato. Quando c’è qualche celebrazione importante, qualche evento ufficiale a cui guerrieri e compagni devono partecipare, sua madre insiste perché gli faccia dare una sistemata e le schiave gli lisciano i capelli e cercano di tenerli giù con la cera o con il grasso. Alla fine, se ci riescono, irrimediabilmente durante la giornata qualche ciuffo si libera e gli si innalza sulla testa.
Kirishima ride di quella cosa, anche se spesso qualcuno lo guarda male e risulta un pessimo compagno, un trofeo non proprio idoneo a un guerriero di valore come Bakugou. A Bakugou non interessa particolarmente e non gli piace quando le serve gli mettono le mani addosso e cercano di cambiarlo anche di una virgola e uccide con lo sguardo chiunque provi a guardare il rosso. Non è mai stato il genere di persona che dà peso a quel genere di cose, né è mai stato contento di partecipare a quelle noiose riunioni.
Quando fanno ritorno a casa, gli arruffa i capelli e lo spinge sul letto - sempre.
Quando entrano nella pubertà e si avviano all’età adulta, Kirishima viene preso da parte dal compagno del padre di Bakugou, incaricato di metterlo a parte dei suo doveri. Non gli dice niente di nuovo, niente che non si aspettasse già, anche se gli dà tutta una serie di nozioni imbarazzanti su dove toccare il suo padrone e su cosa fare per soddisfarlo.
Quando torna in camera, si mette a letto e Bakugou è già assopito. Lo tira e sé e affonda il viso tra i suoi capelli biondi. Lo sente maledirlo, a metà tra il sonno e la veglia.
Il sesso è una novità, una cosa che nessuno dei due cerca e che alla fine arriva quando hanno ormai tutti e due quasi vent’anni e tutti danno per scontato che Bakugou lo abbia già cavalcato innumerevoli volte.
È imbarazzante e strano, anche se entrambi sapevano che sarebbe accaduto, prima o poi. È il motivo per cui li hanno fatti legare.
Dormire insieme è normale, naturale, lo fanno da quando erano ragazzini; toccarsi, stringersi, avvertire il calore l’uno dell’altro è confortante e familiare. Conoscono i loro corpi, si sono allenati, curati e visti nudi innumerevoli volte.
Kirishima prende l’iniziativa, una di quelle rare sere in cui Bakugou non riesce a dormire. Gli bacia il collo e gli fa scivolare la mano tra le cosce.
- Che cazzo fai? - farfuglia l’altro, ma quelle attenzioni sono gradite e piacevoli.
Lo bacia, lo morde. I vestiti vengono strappati via e per la prima volta sono nudi in quel letto. Kirishima ricorda quello che gli è stato detto di fare, come agire, dove toccare, ma poi Bakugou apre di più le gambe e lo tira su di sè.
Fa male a entrambi, all’inizio, ma sono abituati al dolore, è la regola dei loro allenamenti. Kirishima lo penetra, la carne resista e Katsuki lo morde e lo stringe.
È il padrone quello che dovrebbe cavalcare, avere il controllo, ma più Kirishima spinge, più a Bakugou non interessa.
Quando tutto finisce e Kirishima glielo prende di nuovo in bocca e lo fa venire, è di nuovo tutto rosso.