Vecchia Luce #1
Mar. 6th, 2020 10:17 pm- Storia scritta per il COWT10;
- 4000 parole;
- Originale. Capitolo 1;
- M2, Immagine indonesia.
Pioveva, come sempre del resto.
Le gocce battevano incessanti sul tettuccio dell’auto, sui vetri dei finestrini e su tutto quello che era attorno. La pioggia scendeva in lacrime sfuggenti sul vetro e sulla carrozzeria, in una fuga senza fine.
I finestrini erano appannati, la pioggia scendeva troppo fitta per permettere di abbassare il vetro anche un minimo. Fuori il paesaggio sfrecciava rapido, in una macchia indistinta di colori tetri e scuri, che caratterizzavano tutta la regione, in un perpetuo ricordo di cosa voglia dire scegliere di vivere lì.
Tenevo gli occhi fissi sulla strada, seguendo con un interesse fin troppo eccessivo il modo in cui questa si piegava e curvava per assecondare l’andamento del terreno. In quel momento non c’era niente di più interessante dell’asfalto bagnato e fissarlo come a imprimerlo per sempre nella memoria sembrava essere la ragione per cui mi trovavo lì. A posteriori, quello che ricordo meglio di quel momento è proprio l’asfalto drenante di quella stradina di cui non so neanche il nome, con le linee bianche delle corsie rovinare e sbiadite e l’acqua piovana che si andava ad accumulare ai lati della strada, cercando di defluire verso il bosco circostante. Tenevo gli occhi fissi sulla strada, anche, nel tentativo di evitare di incontrare i suoi, di occhi. Era troppo imbarazzante e Charlie non diceva una parola, continuava a guidare senza degnarmi di uno sguardo. Non è mai stato un grande chiacchierone e fin da bambina ho imparato a leggere nei suoi silenzi, per capire se fosse arrabbiato o semplicemente andasse tutto come al solito. Quello, decisamente, non era il silenzio piacevole e caldo di quando Charlie non aveva niente da dire - come al solito - ma ci godevamo lo stesso la compagnia l’uno dell’altra. Charlie era arrabbiato, deluso, forse anche triste, non avrei saputo dirlo; era un campionario di emozioni troppo complesso per essermi chiaro, a me che ancora facevo fatica a dormire con la luce spenta o a fare pace per prima dopo un bisticcio.
Non era mai stato un grande chiacchierone, Charlie; non ricordo di averlo mai sentito fare grandi discorsi, né di aver avuto con lui quel genere di conversazioni un po’ strazianti e un po’ imbarazzanti che si fanno da ragazzini con gli adulti. Il nostro era sempre stato un rapporto silenzioso, fatto di gesti più che di parole. Avevo imparato ad accettare quel lato del suo carattere ormai da tempo, rinunciando all’idea di avere quel padre perfetto e super simpatico che si vedeva nei telefilm, o di avere un amico adulto con cui confidarmi. Charlie era goffo, bisbetico e per niente adatto a tutta quella serie di impegni e scocciature che subentrano quando una figlia entra nell’età dell’adolescenza. Mia madre non aveva sopportato la cosa, non più di tanto, e alla fine se l’era filata in un posto più colorato e con un altro uomo decisamente più ciarliero. Anche per questo non riuscivo a dargliene una colpa, a Charlie, a mio padre, era l’unico genitore che avessi, in fin dei conti, che non mi avesse abbandonato e che almeno ci provasse, a volermi bene.
- ‘Fanculo - era stata la prima volta in cui lo avevo sentito dire una parolaccia. Avevo quattordici anni e mia madre era andata via già da tre settimane.
La commessa della farmacia, che lo conosceva da anni - avevano fatto le scuole insieme, mi pare - lo guardò con tanto d’occhi, come se si aspettasse che da un momento all’altro si facesse venire un colpo o assaltasse il bancone davanti a lui.
- Posso aiutarti, cara? - mi aveva detto alla fine, dopo un’infinità di minuti e un’altra parolaccia detta a voce più bassa, come se io non fossi a mezzo metro da lui e non potessi sentirlo.
- Quali hanno le ali? - chiesi alla fine, dato che Charlie non dava segni di voler uscire dal suo rinnovato mutismo e la donna scalpitava sul posto per cercar di nascondere il desiderio di filarsela.
Improvvisamente divenne tutto un po’ più divertente per lei e fece passare lo sguardo prima da me a mio padre e poi lo fece all’inverso. Sulla sua faccia apparì il sorriso di chi la sapeva lunga.
Mi indicò una confezione viola, sul terso ripieno degli scaffali - Questi sono i migliori, cara - e prima che io potessi dire alcun ché, li prese al mio posto e li mise nel certino che portava Charlie.
Mio padre si rinvenne per un secondo, giusto il tempo di vedere il pacco di assorbenti gettato sulla sua confezione di birre ed emettere un latrato piuttosto contrito.
Se fossimo stati una di quelle famiglie normali, numerose, in cui ci si riuniva spesso e si raccontavano aneddoti imbarazzanti o divertenti, quello sarebbe stato sicuramente il più gettonato per un bel pezzo. Ma non lo eravamo, non lo eravamo mai stati. Charlie aveva forse una sorella o una cugina, da qualche parte in Kansas, ma non ne parlava mai e io non l’avevo mai incontrata. I parenti di mia madre, invece, erano numerosi, ma lei ci aveva litigato quando andava all’università e non ci parlava da allora.
Da quando gli avevo detto che di aver deciso di andarmene da Forcks per non farvici più ritorno non avevamo più parlato. Lo sapeva che non era per lui, che non volevo abbandonare lui, ma che dopo quello che era accaduto non potevo semplicemente più fare finta di niente e rimanere lì. La gente, le voci, le occhiate stavano diventando insostenibili, ingestibili, soffocanti. Ogni mattina mi svegliavo chiedendomi che cosa avessi fatto di male - da adulta ora mi risponderei niente, ma quando sei una adolescente in un paesino di poche anime, tutto diventa una colpa; la stupidaggine che fanno tutti i ragazzi nelle città grandi, diventa in quelle piccole la vergogna, l’onta, come se in realtà non lo facessero tutti, ma fossero smeplicmemte più bravi a non farsi scoprire - ma all’epoca non c’era nessuna voce amica a tirarmi su. Charlie sapeva, o immaginava, cosa fosse accaduto, ma non ne aveva fatto parola. Non ne ha mai fatto parola, neanche ora.
L’idea di averlo ferito, di averlo tradito anche io, di lasciarlo loro, non mi piaceva, ma era un dispiacere minimo. Da adulta invece mi rendo conto che dovevo avergli fatto un torto assai più grave e che il silenzio ostinato - più ostinato del solito - non fosse una semplice punizione o un dispetto, quanto più il disperato tentativo di un uomo distrutto di tenere insieme gli ultimi pezzi per non affogare.
Quando di fermammo, fu quasi improvviso. La pioggia continuava a cadere dal cielo implacabile, in una scudisciata infinita, giusto per migliorare l’umore di entrambi.
- Siamo arrivati - annunciò Charlie, con la voce grave e impastata di chi sembra abbia smesso di parlare da una vita. Mi limitai ad annuire a disagio. Il silenzio era anche il mio mio modo di difendermi e al tempo stesso era l’unico mezzo con cui sapessi dialogare con mio padre. Le parole creavano sempre incomprensioni o disagi che poi nessuno dei due riusciva facilmente a ignorare.
Nello stesso momento facciamo scattare le maniglie delle portiere e scendiamo dall’auto. È una cosa buffa che facevamo fin da quando ero bambina. Era iniziata per gioco, con me che cercavo sempre di aprire la portiere nel momento stesso in cui lo faceva mio padre e lui che sbuffava, ma sorrideva sotto i baffi e mi assecondava, rallentando i movimenti per rendermeli più leggibili. Mia madre si lamentava sempre che fossimo due cretini. Non è mancato a nessuno dei due quando ha smesso di farlo.
Aprire le portiere in contemporanea era diventato col tempo un’abitudine tanto radicata da diventare normale e naturale, tanto che ormai lo facevamo senza neanche accorgercene - lo facciamo anche ora, a distanza di più di dieci anni.
Io mi diressi velocemente all’interno del grande edificio che ci sormontava – l’aeroporto di Seattle - mentre Charli recuperava, borbottando qualcosa riguardo l’ingratitudine, il mio borsone dal sediolino di dietro, per poi seguirmi all’asciutto. A distanza di anni, da adulta, devo purtroppo constatare di essere stata un’adolescente davvero fastidiosa, non migliore delle mie odiate compagne di scuola.
Il silenzio continua a essere pesante e paradossalmente non essere più nell’abitacolo dell’auto, con la pioggia a battere il ritmo del nostro non parlare, lo rende ancora più spesso. Finché eravamo in auto potevamo fingere che fosse un giorno come un altro, dopo una discussione spiacevole, o fingere che ci fosse ancora tempo prima di salutarsi.
Charli alla fine mi aveva passato una mano sulla testa, spettinandomi appeno, e io avevo sollevato gli occhi e lo avevo guardato in faccia, per la prima volta dopo giorni. Non si era fatto la barba e peli ispidi di giorni gli affioravano dalle guance; gli occhi erano lucidi e marcati dalle occhiatie, la bocca piegata in una linea sottile. Era l’immagine di un uomo solo e infelice e io ero troppo egoista per chiedermi quali effetti avrebbe avuto la solitudine sul mio vecchio.
Rimanemmo così per un po’, più di mezz’ora, con mio padre che mi toccava la testa in un gesto di pace e mi reggeva ancora il borsone. Nessuno dei due aveva voluto sedersi su una delle panchine che si trovavano disseminate nell’ingresso
Alla fine si fece ora, il mio volo fu annunciato e ci separammo. Non sapevo ancora che non avrei più rivisto mio padre per i successivi quattro anni.
Quando l’aereo si sollevo, avvertii una fitta allo stomaco, come se ci fosse un vuoto d’aria, e non avrei saputo dire se fosse stato per il sollievo o per la vergogna. Stavo fuggendo da una situazione spiacevole e che non sapevo gestire e al tempo stesso stavo rinunciano a una persona che mi voleva bene - a una delle poche persone che mi volesse bene, ferendola in modo davvero orrendo.
Non riuscii a dormire, neanche chiudere gli occhi e alla fine mi arresi. Con le cuffierre nelle orecchie, feci partire la musica, in una riproduzione casuale di canzoni scaricate chissà quando e chissà per chi, che non mi piacevano neanche, ma mi permettevano di evitare di essere coinvolta nelle chiacchiere della mia vicina.
Passai il resto del viaggio a fogliare una delle riviste che trovai incastrata nel mio sediolino. Era una di quelle riviste di viaggi che si trovano sugli aerei, con tutte le mete più esclusive e desiderabili. Spiagge bianche, città cosmopolite, percorsi di trekking e i musei più all’avanguardia. Un’immagine più di tutta mi colpì: un enorme cratere, al centro di una foresta verde, in cui si andavano a rovesciare delle cascate. Era in indonesia, anche se non riesco a ricordarne esattamente il nome.
Mi rimase comunque impressa, non per la vividità dei colori o per la prospettiva mozzafiato, ma per l’assurda consapevolezza che quel cratere al centro di una viva e rigogliosa foresta, sin cui le acqua cadevano e si perdevano per sempre, era l’immagine più adatta a descrivere me. Ero così, un pozzo senza fondo in cui gli altri rovesciavano le loro aspettativa e i loro sentimenti, per poi perderli per sempre.
- Puoi prenderla, cara - mi aveva detto la signora seduta di fianco a me, probabilmente fraintendendo il mio interesse per quella rivista. Mi aveva strizzato un occhio e mostrato il contenuto della sua borsa. Aveva una delle riviste di gossip e uno dei giornali dell’aereo nascosti dietro la sciarpa.
Non ricordo di averle risposto.
Il volo durò appena un paio di ore, ma ricordo che mi sembrò infinito. Sono sempre stata abituata a viaggiare da sola, fin da ragazzina, per fare da pacco tra i miei genitori, quindi no nera certo la solitudine a turbarmi. Era più qualcosa che mi grattava sotto la pelle e a cui non avrei saputo dare un nome. A distanza di anni direi con un certo margine di sicurezza che si trattava di vergogna.
Ritirai il bagaglio e mi diressi verso l’uscita.
Nell’aeroporto davvero musica di intrattenimento. Passarono “American Bird”.
Ebbi un terribile dejavoux, malgrado non lo volessi ricordare sapevo benissimo che quella era la musica di sottofondo del ballo di fine anno, quel ballo di fine anno… nella mia mente si fece largo un ricordo sfuocato di quel viso a me tanto familiare, bello da far paura, con la pelle bianca, marmorea, le iridi ambrate e i capelli bronzei, Stefan Donjon; non volevo pensarci, mi faceva troppo male, ma non riuscivo a fare a meno di rivedere il suo bellissimo volto, con quel sorriso sghembo:i miei ricordi di lui si susseguirono nella mia mente in un flusso continuo di colori e suoni.
Mi feci forza, e cercando di essere più disinvolta possibile feci fermare un taxi. A distanza di più di dieci anni trovo davvero ridicolo quel comportamento. Per buona parte della mia vita ho pensato di essere un’adolescente unica, di non essere caduta nel cliché ridicolo della ragazzina lamentosa e che faceva di ogni cosa un dramma. Ne andavo anche orgogliosa, che vergogna. Era una cotta, una cottarella, una di quelle che si hanno da ragazzini, quando si è al liceo, una di quelle cose destinate a finire ancora prima di iniziare. Ora lo so, ma purtroppo all’epoca mi sembrava la fine del mondo essere stata lasciata dal ragazzo perfetto del ballo perfetto del mio ultimo perfetto anno di liceo per scoprire poi che non c’era niente di perfetto. Scoprire poi che avesse detto a mezza scuola che avevo perso la mia verginità sul portico di casa sua era stata la ciliegina sulla torta. Lasciare la scuola e volare dall’altra parte del paese mi era sembrata una soluzione non così eccessiva.
Avrei scoperto solo molto dopo che Stefan era gay, molto gay, e che quindi non mi ero persa poi tanto. Peccato che la me diciottenne non avesse neanche preso in considerazione la cosa - insomma, è assolutamente normale che un adolescente maschio abbia in camera solo riviste in cui ci sono uomini mezzi nudi o poster di cantanti o atleti, indossi mutande eccessivamente strette e nella cronologia del pc non abbia neanche un video porno con donne. Beata gioventù.
Il tassista era un uomo burbero e in là con gli anni, con una vistosa stempiatura e i baffi grigi. Non mi aiutò a caricare il bagaglio, ma si fece comunque pagare il supplemento per la valigia.
Il tragitto tra l’aeroporto e casa fu altrettanto lungo ed estenuante, con la radio di sottofondo che commentava una partita sportiva - forse football - e fuori il cielo terso. Non c’era neanche l’ombra di una nuvola e l’assenza di pioggia ricordo che mi turbò. Ero nata e scresciuta in un paese che viveva perennemente sotto il getto della pioggia, ne ero stata bagnata fino a qualche ora prima. Non sentire il picchiettio della pioggia sulla carrozzeria della macchina mi diede la spiacevole sensazione di essere nel posto sbagliato.
Quando arrivai a destinazione, l’uomo mi diede due dollari in meno di resto e andrà via senza dar segni di essersene accorto. Io ero ancora in quell’età in cui si ha paura di parlare troppo con gli adulti e quindi non dissi nulla, temendo di fare una figuraccia. Ora lo avrei preso a calci in culo.
Mia madre mi aspettava, con i capelli legati sulla testa in una ridicola crocchia e i vestiti larghi e colorati che la facevano sempre sembrare come una di quelle vecchie fattone anni sessanta.
Non ero proprio dell’umore per rimproverarle per aver lasciato Mark - Max o quello che era - per aspettarmi, invece di andare a fare quel weekend romantico di cui non faceva che parlarmi da mesi, in fondo avevo diciotto anni, ma non potei fare a meno di sorridere, e di meravigliarmi quando la mamma mi corse in contro e mi abbracciò.
La voragine tra il verde che era nel mio petto sembrò per un attimo meno enorme.
Finii l’ultimo anno delle superiori nella mia nuova scuola. Mi guardai bene dal farmi notare o dal frequentare qualche altro ragazzo. Nella mia testa era ancora vivida l’immagine di quel fidanzato perfetto che per me era Stefan e ogni altro maschio non era neanche la metà - lo avevo già detto che ero una imbecille?.
Mi diplomai con una media decente e poi cominciai l’università.
Per qualche strano motivo mi iscrissi alla facoltà di medicina. Non avevo mai avuto un’aspirazione particolare, un sogno nel cassetto, o uno scopo ultimo a cui arrivare. Non ero come gli altri miei compagni di corso, con una storia triste legata a un ospedale o a un parente malato o a un incidente mortale. Iscrivermi a medicina era stata una scelta presa sul momento, a pelle.
Alla fine si era rivelata un’idea meno schifosa delle altre prese durante quel periodo. Lo studio mi prese tanto che con il tempo mi lasciai scivolare addosso i problemi del liceo e quasi me ne dimenticai. Ora sono solo ricordi vaghi di visi e facce di cui non so più il nome o di cui non riconoscerei la voce.
Non ero l’allieva migliore del mio corso, non eccellevo in ogni test o in ogni esame, ma me la cavavo. Non mi laureai due anni prima come avevo fantasticato da ragazzina, né ebbi il massimo dei voti, né poi fecero la fila per offrirmi un lavoro. In ogni caso fu un voto di laurea dignitoso, dopo un percorso di studi per niente male. Ero preparata, avevo studiato sodo, potevo diventare un medico. Niente avrebbe potuto fermarmi.
L’università mi piaceva, era stato un momento felice, una parentesi della mia vita tra un momento schifoso - l’adolescenza - e le preoccupazione della vita da adulti. Forse non me la godetti come avrei dovuto, evitando le feste leggendarie o le sbronze con sconosciuti che sarebbero poi diventati i miei migliori amici.
Nel complesso, fu una vita universitaria piuttosto noiosa, ma all’epoca non mi sembrava male.
Dopo l’università inizio tutta la trafila per i tirocini, per trovare un corso buono o un buon ospedale. Finiti gli studi non è che la gente faccia la fila per te, a meno che tu non sia uno di quei cervelli che nascono ogni tre generazioni, quando le stelle, la luna e i marziani si allineano e ballano il tango, quindi trovare un impiego fu piuttosto stressante.
Alla fine ebbi una botta di culo, pensavo - in realtà Charlie aveva fatto una chiamata a un vecchio amico del liceo - trovai un lavoro. Specializzanda presso il “Phoenix Central Hospital”
Mia madre, per tutto il periodo dell’università, si ricordò improvvisamente di essere stata una pessima madre e che forse avrebbe dovuto rimediare. La trovavo oqunue, nel mio appartemaneto, durante la pausa pranzo, in camera mia a sbirciare tra i miei fogli.
Mark - o Max, non l’ho mai capito - che di anni ne aveva pochi più di me, tipo sette, non trovava altrettanto eccitante l’idea di essere imporovvisamente diventato padre di una sua coetanea. Sbuffava, si lamentava e quando eravamo soli non mancava di sottolinearmi che fossi una palla al piede e che mia madre fosse improvvisamente appassita con il mio arrivo - Fanculo MarkMax, ho goduto quando ti ha piantato.
Alla fine le avevo detto - Questa lontananza forzata non fa bene ne a te ne a lui. - e lei si era sciolta come un cubetto di ghiaccio esposto al sole. Ci ho impiegato un bel po’ per capire che in realtà io fossi solo una scusa e che non trovasse il coraggio di piantarlo e basta.
I turni lavorativi erano molto duri, e certe volte rimanevo a dormire in ospedale, succedeva così spesso che decisi di prendere un appartamento vicino all’ospedale, così almeno potevo tornare a casa di tanto in tanto. Fu comunque inutile, perché continuai a passare quasi tutto il tempo in ospedale e a non vedere casa mia quasi mai.
Quando tornai ero distrutta, il turno era durato più del previsto, quasi sedici ore in sala operatoria. Alla fine il paziente aveva anche avuto una complicazione ed era morto. Proprio una bella giornata di merda, fortunatamente non ero stata io a dover parlare con la famiglia.
Velocemente mi svestii e mi infilai sotto la doccia. Come facevo sempre. La doccia era la prima cosa per togliermi la puzza dell’ospedale di dosso. Alle volte mi chiedevo se non fosse inutile, se non si fosse ormai annidata troppo in profondità sotto la pelle.
Uscita dalla doccia mi misi un vecchio pantalone di una tuta e una maglietta slavata sopravvissuta al liceo.
Consumai una cena veloce e mi fiondai a letto, nel mio lettone a due piazze.
Spensi la luce e chiusi gli occhi.
Stavo per addormentarmi, quando un fruscio mi fece sobbalzare.
Mi guardai attorno, ma non vidi nulla, le luci erano spente, e l’oscurità che mi avvolgeva mi rendeva impossibile vedere a più di un palmo dal mio naso.
Presi un profondo respiro e mi rimisi sotto le coperte. Niente panico, mi dissi, il tempo di avere paura del buio era passato da un bel pezzo.
Dopo pochi secondi però un altro fruscio attirò la mia attenzione. Fanculo.
Allungai il braccio verso l’interruttore della luce e lo schiaccia. La luce si accese e la lampadina emise uno spiacevole ronzio.
La mia camera da letto si illuminò, e con la coda dell’occhio scorsi una figura a me familiare.
Non è possibile, non può essere lui, sto dando i numeri. Fanculo.
Inalai più aria possibile e mi voltai nella direzione in cui avevo collocato la figura, ma non c’era nessuno, feci scorrere lo sguardo per tutta la stanza, ma era vuota.
La mia attenzione fu attirata dalla finestra aperta dalla quale proveniva una vento gelido. Fanculo.
A malincuore mi dovetti alzare dal letto e chiuderla. I piedi toccarono il pavimento gelido e parti un’altra imprecazione silenziosa.
Poggiai la testa sul vetro freddo e subito fui invasa da una piacevole sensazione familiare: era incredibile quanto quella superficie somigliasse alla sua pelle.
Mi scostai bruscamente dalla finestra, e me ne tornai a letto.
La mattina seguente la sveglia suonò alle sette precise, ridestandomi .
Mi alzai e andai in cucina.
Mangiai una tazza di cereali, anche se non ne avevo voglia. Bevvi un caffè più amaro del solito per annaffiare meglio il mio cattivo umore.
Ormai mi veniva tutto automatico, tutto quello che facevo era programmato.
Spostai lo sguardo dalla ciotola di cereali alla finestra.
Fuori c’era un bel sole, e per qualche strano motivo la cosa non mi rallegrava per niente.
Non lo avrei mai ammesso, ma la pioggia mi mancava tantissimo. In quel posto non pioveva praticamente mai ed era una cosa a cui non mi abituerà mai - la mancanza della pioggia.
Una volta che mi fui infilata gli abiti da lavoro scesi di casa e andai a lavoro.
Quando arrivai all’ospedale trovai i miei colleghi specializzandi occupati in una discussione molto ‘strana’.
Discutevano dei numerosi casi di omicidio che si stavano susseguendo a pochi giorni di distanza, neanche una settimana…
Una delle ragazze bassina, bionda, molto graziosa, mi porse il giornale.
Lessi velocemente qualche riga, con poco interesse, fino a quando una frase non mi fece gelare il sangue nelle vene: “tutte le vittime sono state ritrovate dissanguate!!!”
Fanculo, vampiri, vampiri assetati di sangue! Fanculo. Fanculo.
Qualcosa mi dice che li avrei visti presto, dopotutto sono o non sono una specie di calamita per certe cose?!?
Stavo per perdermi nei miei pensieri quando una voce mi chiamò.
- Ciao, Marta! - mi voltai automaticamente, anche se già sapevo di che si trattasse.
Infatti Jessy Sheperd era a pochi passi da me, e con un sorriso smagliante mi salutava.
Jessy era un ragazzo alto, bello, molto bello, con una muscolatura appena accenata, i capelli gli arrivavano alle orecchie, erano castano chiaro e sempre spettinati, la sua pelle era pallidissima, e aveva sempre delle profonde occhiate sotto agli occhi.
Sarei stata pronta ad affermare che fosse un vampiro, se non fosse stato che i suoi occhi erano verdi.
- Ciao, Jessy. -
Mi si avvicinò e mi diede una pacca sulla spalla.
- Come va? -
- Mmm, bene, allora, che si fa oggi? -