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[personal profile] irgio
 
  • Storia scritta per il COWT10;
  • Originale;
  • Prompt: Desiderio o impulso di fare qualcosa che c'è stata vietata da qualcun altro per dargli fastidio o farlo arrabbiare.
  • 1189 parole;

 

 

 

 

 

 

Il contatto fisico è stato per grande parte della mia vita una cosa che mi ha dato fastidio o messo a disagio. Da bambina ero piuttosto solitaria, non quel genere di infante che cerca attenzioni o dimostrazioni di affetto eccessivo e rifuggivo dagli abbracci affettuosi o troppo stringenti dei parenti o dai baci degli zii. Ricordo, come se fosse ieri, che la dimostrazione di affetto che preferivo erano i morsi. Mi divertivo a lasciare il segno dei miei incisivi sulla pelle della nonna, che con fin troppa pazienza me lo lasciava fare, anche se ogni volte le lasciavo sulla pelle tenera dei polsi e delle braccia. tutta una serie di solchi. Mi piaceva vedere come il mio tocco rimanesse impresso sulla pelle e perdurasse per un bel po’, molto più di una carezza o di un bacio. Era un gioco infantile, ma che mi piaceva assai - a distanza di anni non posso che chiedermi quanto quei morsi fossero in realtà dolorosi per chi li riceveva senza lamentarsi. 

Sono stata ostile al contatto per anni - non ricordo una sola volta in cui mi abbia fatto piacere essere abbracciata o aver desiderato essere toccata da un altro individuo - era imbarazzante e nella mia corazza di carne e rotolini mi sentivo impacciata e goffa. Non mi piaceva l’idea che braccia estranee mi cingessero il corpo e scoprissero di non essere abbastanza lunghe per coprirne tutta la superficie. In confronto alle mie coetanee ero molto più grossa, più larga e molto meno invitante. Ne ero consapevole era un fatto noto a cui mi ero arresa da tempo - che avevo preso per verità assoluta e ineluttabile e che rientrava nella mia normalità senza che questo potesse in alcun modo essere cambiato. 

Le dimostrazioni di affetto in genere mi mettevano in difficoltà, mi rendevano difficile e incerto l’esprimere i miei sentimenti, tanto che trovavo decisamente più semplice non farlo e fingere che non esistessero. Per anni dire a qualcuno ti voglio bene mi è parso un ostacolo insormontabile, una debolezza imbarazzante da tenere nascosta. Volere bene a qualcuno andava dimostrato in altri modi, non a parole e non con il contatto fisico. 

Ha iniziato a essere un problema alla fine del liceo, quando i legami con i miei coetanei hanno iniziato a farsi può maturi, più seri, più stretti e il contatto fisico è diventato quasi decisivo. Vedevo il modo in cui le altre ragazze esprimevano i loro affetti, gli abbracci, i baci sulle guance, i sorrisi tutti denti. Alla fine mi sono arresa e ho confessato a me stessa che quel contatto fisico tanto detestato, in realtà un po’ mi mancava. Mi mancava una parte di socialità che per tutta la vita avevo evitato come la peste e che in realtà il mio animo reclamava come se fosse acqua dopo una passeggiata sotto l’arsura di agosto. 

I primi contatti erano stati goffi, imbarazzanti e strani. I miei amici hanno lentamente preso atto che qualche cosa stesse cambiando, ma nessuno ha dato segni di esserne infastidito. Alla fine ho preso coraggio e con l’allenamento e i vari tentativi è diventato più semplice. 

Mi piaceva abbracciare quel tale o essere affettuosa con la mia compagna di banco ed esprimere a parole sentimenti che non avevo mai detto ad alta voce. Era liberatorio, anche se non doveva essere eccessivo. Non è che dalla notte al giorno fossi diventata un’altra persona, non è che fossi totalmente cambiata, semplicemente non mi nascondevo o reprimevo più. Il contatto fisico poteva essere accettato e apprezzato, in alcuni casi. Tutt’oggi calcolo e doso bene l’affetto e la confidenza da dare a qualcuno e non con tutti riesco a essere sciolta e naturale. Ci sono alcune persone però a cui non riesco a sottrarmi, a cui il mio pensiero e il mio affetto va naturalmente e che mi fanno sentire bene in un modo che non so spiegare e a cui non sarei mai in grado di negare un abbraccio o una carezza. Al tempo stesso, diventa imbarazzante, perchè non tutti sono consci di questa cosa e io ho sempre difficoltà ad esprimere quello che provo. Magari ti voglio abbracciare, ma ho paura che la cosa sia strana o a te sgradita, allora ti punzecchio sperando che mi passi.

La prima volta che ricordo di aver detto ai miei genitori di volere loro bene è stato alla fine del liceo e non so se la cosa abbia stupito più loro o più me. Ho smesso di rifuggire dagli abbracci e dai baci di mio padre e ho preso ad abbracciare mia madre, di tanto in tanto. 

Ho scoperto con il tempo un altro risvolto del contatto fisico ancora più divertente - no, non il sesso - e a cui prima non avevo mai dato peso o fatto realmente caso. Il contatto fisico più essere divertente e può essere un modo per prendere allo stesso tempo in giro l’altra persona bonariamente. 

 

Per anni ho trovato il contatto fastidioso o imbarazzante, ma con il tempo ho scoperto che mi piace, anche se in piccole dosi. Mi piace il calore pelle su pelle, il sentore di altra carne che si preme alla mia, il calore di un altro corpo; mi piace sentire il respiro di un’altra persona o farmi solleticare la pelle dai suoi capelli. Mi piace ancora di più, però, quando il contatto fisico non è semplicemente finalizzato a esprimere direttamente un sentimento. Un abbraccio è un abbraccio, è genuino, è semplice, è quello che è. Qualsiasi cosa si voglia trasmettere con un abbraccio, è facile da intuire da chi lo riceve. Dopo un po’ diventa quasi scontato. 

Ho scoperto, invece, un nuovo modo di dialogare con mia madre, che non è più il semplice mutismo o i capricci di quando ero ragazzina o le dichiarazioni smielate e imbarazzanti di quando ero adolescente. 

Mia madre ha un sedere bello prominente. È quel genere di donna che con gli hanno ha acquistato qualche chilo e ha ottenuto quella forma tutte curve e morbidezze caratteristica della maternità. Mia madre è una donna florida e morbida a cui piacciono gli abbracci, anche se la mettono un po’ in imbarazzo - in fondo di quattro figli, io sono la più affettuosa, il che è tutto dire. 

Le pacche sul culo, sulla schiena, i pizzicotti che le lascio affettuosa sulle pieghe dei fianchi la fanno impazzire, si lamenta e ogni tanto fa la voce grossa, ma è una cosa che non riesco a impedirmi. Il suono morbido, il plop che cambia tonalità in base a dove la colpisco, è una sensazione liberatoria e al tempo stesso familiare. È un gioco stupido e infantile e lei si arrabbia, soprattutto se lo faccio quando ci sono altre persone, però mi piace. 

È la prima cosa che faccio quando la vedo, perché si arrabbia, ma non si arrabbia davvero; le dà fastidio, ma lo accetta con quel fare benevolo di tutte le mamme - fino a un certo punto, a una certa girano le palle anche a lei e prova a menarmi. 

È come tornare a casa dopo molto tempo e più lei si irrita più mi sento affettuosa.

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irgio

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