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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Haikyuu | DaiSuga;
  • Pirati!AU

 

 

 

 

 

 

 

Miagi, inverno 1642

 

 

 

L’appartamento di Suga è sopra all’erboristeria. Sono due stanze e un bagno che profumano perennemente di erbe medicinali e che vengono tenute in un ordine quasi religioso. La prima volta che Daichi ci è entrato, ne è rimasto sorpreso, aspettandosi lo stesso caos del negozio di sotto.

Sul comodino, vicino al letto, c’è una collezione di conchiglie colorate e dalle forme più disparate. Ricordi di viaggi che Suga non ha mai fatto. Hanno diciotto anni quando Daichi raccoglie la prima, su una spiaggia di cui non ricorda più il nome e gliela porta.

- Ha lo stesso colore dei tuoi capelli- dice a Suga, mettendogliela tra le mani, e la spiegazione suona molto meno convincente di quando l’ha ripetuta nella propria testa. 

- È carina -

- Mi ha fatto pensare a te - continua Daichi, con le orecchie che gli pizzicano per l’imbarazzo e l’assoluta sicurezza di doversi tagliare la lingua. Suga ha ormai imparato che il pirata, una volta partito, sia quasi completamente incapace di chiudere la bocca, in una spinta masochista - Ti porterò un regalo più bello la prossima volta, è stata un’idea stupida - si affretta ad aggiungere, cercando di far sparire la conchiglia nella tasca dei calzoni.

- Ho detto che è carina - Suga si acciglia e gliela toglie dalle mani - Mi piace. Non devi portarmi altri regali, vecchio- e poi lo bacia, sul profilo della mascella, dove la pelle del viso cede il passo a quella tenera del collo. Daichi geme e vorrebbe dirgli che lo ha pensato e che che gli è mancato e vorrebbe chiedergli se anche lui abbia sentito la sua mancanza e se lo abbia pensato, ma non è dignitoso per due uomini fare quel tipo di discorsi da donna, e allora gli afferra solo i fianchi e lo stringe conto si sé. 

 

 

 

 

Miagi, autunno 1649

 

 

 

Quando fanno sosta al porto di Miagi, Daichi è di umore migliore del solito e la Karasuno butta l’ancora e rimane ferma per più tempo che in qualsiasi altro posto. Al resto dell’equipaggio la cosa non sfugge, ma nessuno ne fa parola. 

Azumane Asahi, un omone altissimo, con le palle larghe, i capelli lunghi e l’aria poco raccomandabile è l’unico ad avere la certezza del motivo, anche se gli altri lo sospettano.

Ogni tanto scendono dalla nave insieme e Asahi lo accompagna all’erboristeria, per un saluto veloce. Lui e Suga sono amici, da quando erano ragazzini e giocavano nei bassifondi del porto, prima che il primo finisse in mano alla strega del paese e lui si imbarcasse per pagare i debiti di gioco di suo padre. 

Suga è felice di vederlo e gli dà sempre delle zampe di gallina in regalo e a Daichi piace vedere Suga felice. 

Asahi, però, non lo accompagna mai per la prima visita, per la prima uscita dalla nave, quando sono appena arrivati a Miagi. Quello è un momento troppo intimo, è loro, sa che sarebbe di troppo. 

I loro incontri sono sempre piuttosto commoventi e affettuosi, con Suga che gli dà dei colpetti dietro alla schiena o commenta la lunghezza due suoi capelli e Asahi che sorride placido e gli chiede se ci sono novità. Daichi alle volte si sente quasi di troppo, anche se è stato incastrato a forza in quell’amicizia. 

Qualche volta, Asahi si trattiene con loro, cenano insieme e finiscono ubriachi nell’appartamento di Suga, a bere l’intruglio pessimo che vende a peso d’oro al piano di sotto. Asahi con l’alcol diventa più spigliato, meno timido e riflessivo. 

Si raccontano gli aneddoti dell’infanzia o aggiornato Suga sulle ultime scorrerie per mare. 

Incredibilmente, di tutti e tre è Suga quello a reggere meglio l’alcol e i due pirati finiscono sempre accasciati sulle sue cosce o sulle sue spalle, a ridere come due idioti e a biascicare frasi senza senso. Suga li ama entrambi, gli piace averli vicini, anche se i sentimenti per loro sono diversi - anche se ama un po’ di più Daichi, ma nessuno di tutti e tre vuole dirlo. 

Le mani di Suga sono sottili e fresche mentre carezza loro i capelli, tutta una serie di movimenti concentrici che alleviano l’imminente mal di testa; la sua voce è appena biascicata e riesce ancora a parlare mantenendo una parvenza di dignità. 

Ad Asahi piace l’alcol, piace il modo in cui si sente e gli piace bere con quei due. È al sicuro, è vulnerabile. 

 

 

 

 

Miagi, estate 1638

 

 

 

Il negozio è piccolo e polveroso, incastrato in una delle vie laterali, non troppo lontano dal porto. Alle pareti sono appese zampe di galline e tutta una serie di foglie e piante che danno all’ambiente un odore pungente e l’aspetto disordinato e trascurato. 

Su una parete ci sono tutta una serie di mensole con boccette colorate, con etichette ingiallite e annotazioni scritte in una grafia tanto piccola e allungata da essere quasi impossibile da leggere per un occhio non allenato. 

Daichi ha quattordici anni e ancora l’aspetto tondo e un po’ goffo dell’infanzia, con i vestiti logori e i capelli tagliati cortissimi. Se ne sta dietro al capitano Ukai, un uomo tanto vecchio da sembrare aver visto l’alba dei tempi, con i capelli grigi e radi, ma ancora le spalle larghe e i muscoli tesi che ne tradiscono la letalità. 

È piuttosto insolito che sia proprio il capitano ad andare a fare commissioni, ad assicurarsi che la nave sia rifornita o, in generale, ad allontanarsi dalla nave, soprattutto quando il resto dell’equipaggio è nelle proprie brande a riposare o a terra a dare sollievo ai propri lombi. Il capitano Ukai è quel genere di pirata della vecchia scuola, dal pessimo carattere e la morale inflessibile, un uomo tutto d’un pezzo che suscita paura e ammirazione. Daichi si sente piccolo, molto più insignificante di quanto già non sia, quando è con lui, ma non fa domande su quell’anomalia. 

Sottocoperta ha sentito dire che il capotano abbia una donna in ogni porto, ma che in quello in particolare ne abbia una che supera tutte le altre, quasi una strega, e che per lei sia meno pirata del solito. 

-Non sei ancora crepato, vecchio- dice la donna da dietro il bancone e Daichi sussulta. Non l’aveva neanche vista, nascosta dietro tutta una serie di cianfrusaglie e aggeggi di cui non riesce a indovinare l’uso. 

La sbircia da dietro le spalle del capitano e intravede una chioma biondissima e un viso non più tanto giovane. Non è la bella sirena di cui i suoi compagni gli hanno parlato. 

Il capitano sorride - Daichi non ricorda di averlo mai visto sorridere - e lascia cadere delle monete sul bancone. Sembra piuttosto divertito. 

- Sembra che ti dispiaccia, donna - 

- Forse - gli concede lei, facendo sparire il denaro - Quelli come te di solito crepano prima o poi. Il solito? - 

 

-Chi abbiamo qui?- continua e Daichi sente improvvisamente il bisogno di sparire. Non gli è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, non gli sono mai piaciute le moine femminili o i modi lascivi con cui le puttane dei bordelli lo additavano da bambino, quando suo padre lo dimenticava da qualche parte in uno di quei posti sudici e spariva per ore intere, a spendere i pochi soldi che avevano. 

-Chi, il ragazzo? È il nuovo mozzo. Grande lavoratore, denti sani, ha del potenziale - dice allora il capitano Ukai, senza nascondere un tono piuttosto annoiato. Daichi non se ne risente per niente. - L’ho caricato un paio di porti fa. Non è in vendita - precisa all’improvviso e la donna sembra improvvisamente imbronciarsi. Si arriccia una ciocca di capelli su un dito sottile e piega le labbra in una linea sottile.

-Peccato, è carino. Non trovi anche tu?- dice la donna, con la voce melliflua e un sorriso di nuovo dispettoso e non sta parlando più con l’uomo.

È solo allora che Daichi la vede, l’altra figura, una ragazzina non più grande di lui, con le spalle esili e lo sguardo sveglio. Lo fissa da dietro il bancone con curiosità.

Daichi ricambia il suo sguardo e non può non chiedersi da quanto sia lì, se sia anche lei imbarazzata dalla situazione o se sia semplicemente disgustata dall’idea di dover valutare il suo aspetto. Ha sempre avuto un pessimo rapporto con le femmine, Daichi, da quando sua madre lo vestiva da bambina e cercava di venderlo con poco successo al mercato o da quella volta, non troppo tempo prima, in cui era finito nei guai per cercar di aiutare una donna - per poi scoprire che era una ladra piuttosto brava: gli aveva preso soldi e viveri ed era sparita così come era arrivata.

Alla fine la ragazzina fa roteare gli occhi e annuisce poco convinta. La donna sempre soddisfatta e perde rapidamente interesse per il mozzo. 

Daichi la vede, con i capelli di un insolito grigio perlato, i polsi sottili e degli occhi incredibilmente azzurri. È una figura graziosa e attraente, anche per lui che di donne non ne ha mai capito molto e che ha già dato segni piuttosto chiari in merito alle proprie preferenze. 

Porta un fazzoletto annodato sopra la testa e abiti larghi e leggeri, ma privi delle trasparenze volgari e allusive delle puttane a cui i suoi compagni sono molto affezionati. 

- Timo, olibano e due dei sacchetti che abbiamo preparato ieri - dice la donna, senza staccare gli occhi dal capitano. Daichi si sente a disagio, mentre la vede sorridere in modo lascivo e tendersi verso l’uomo. Gli poggia una mano sulla cintura e continua - Due confezioni di pomata per il piede del diavolo. Prendi anche due bottiglie del mio intruglio, offre la casa - e sorride ancora.

La ragazzina esegue in silenzio, neanche alza lo sguardo. Daichi la osserva in silenzio, sicuro di non essere visto. La vede sbuffare quando una ciocca di capelli le finisce sul naso e infilarsi la lingua tra le labbra sottili quando il fiocco al pacchetto non le riesce come desidera. Sorride addirittura quando lei manca il taglierino e impreca. Se ne pente quasi subito, perché quegli occhi azzurri si alzano e si puntano nei suoi e Daichi sente il sottotesto di un fottiti arrivargli senza alcuna delicatezza.

 

Quando è tutto pronto, Daichi viene caricato dei nuovi acquisti e spedito di nuovo alla nave. Il capitano fa ritorno solo la sera, piuttosto tardi. 

 

*

 

Rimangono ormeggiati per sei giorni nel porto di Miagi e Daichi si offre zelantemente per ogni commissione e ogni servizio da svolgere sulla terra ferma. 

-Hai iniziato a soffrire il mal di mare, moccioso? Oppure ti sei fatto una nuova amichetta? Guarda che poi la devi pagare - lo prendono in giro gli altri membri della ciurma e Daichi sente le orecchie andargli a fuoco.

-‘Fanculo- mastica tra i denti e più di una volta è costretto a schivare uno scappellotto. È piuttosto veloce, per sua fortuna. 

L’ultimo giorno, prima di ripartire, va a saldare il debito di uno dei timonieri di un altro paio dei suoi compagni al bordello, recupera un’altra cassa di alcolici di pessima qualità e passa di nuovo davanti all’erboristeria. 

Ci passa sempre, è sulla strada che va dal porto al bordello. Non è neanche costretto ad allungare per finirci davanti e fischietta allegro quando inizia a intravederne l’insegna. Rallenta giusto un po’ il passo e ci sbircia dentro. Lo fa sempre; Daichi inizia a pensare di aver ereditato l’essere un guardone dal padre e ne è piuttosto infastidito. 

Due occhi azzurrissimi lo fissano, da dietro il vetro della vetrina, emergendo da un guazzabuglio di lozioni e fasci di erbe e zampe di gallina. Daichi avverte le orecchie pizzicargli e rimane lì imbambolato per un po’, chiedendosi se sia il caso di entrare, di salutare o di sotterrarsi lì dove si trova.

La ragazza rimane a fissarlo per tutto il tempo e alla fine incurva gli angoli della bocca verso l’alto ed è un sorriso piuttosto malefico per un viso così grazioso. 

 

 

 

 

 

Miagi, inverno 1641

 

 

 

Oltre ai capelli di quel colore insolito e agli occhi azzurri, ha un neo piccolissimo e grazioso sotto l’occhio sinistro. Daichi non ci aveva fatto caso la prima volta che si erano visti. Neanche la seconda o la terza o l’undicesima. Il neo è in una posizione così compromettente che guardarlo, vederlo, è quasi impossibile senza rischiare di incontrare il suo sguardo. 

Daichi ha da poco diciassette anni e sta iniziando a perdere i tratti tondi e gentili dell’infanzia, anche se è ancora goffo e impedito con le donne. Un caso disperato, lo prendono in giro gli altri membri della ciurma e lui sbuffa e vorrebbe dirgli che a lui non piacciono, non tutte almeno. 

Suga, è il nome della ragazzina dell’erboristeria, lo guarda con gli occhi svegli di chi è nato per il commercio e gli fa uno di quei sorrisi gentili e accattivanti che rendono Daichi tutto ginocchia molli e frasi imbarazzanti. 

È bella, molto, e Daichi è piuttosto turbato dal fatto di esserne attratto. È una femmina e lui ha sempre pensato che non gli piacessero, ha sempre pensato di essere un invertito ed è venuto a patti con la cosa già diversi anni prima. Però Suga è bella e ha quei capelli di quel colore insolito e le dita delle mani lunghe e affusolate - Daichi pensa a quelle mani, a quella bocca, in continuazione e si sente davvero sporco. 

Suga sorride sornione e, se fosse più lucido, Asahi riconoscerebbe il pericolo -ma Asahi ha bevuto non sa quanti bicchieri di quella roba che distilla l’amico e non vede niente di male nel rispondere alle sue domande. L’altro pirata sonnecchia sulla spalla di Suga, con la testa china e un bicchiere tra le mani.

La voce di Suga è magnetica, lo chiama, lo ammalia e Asahi vomita tutte le informazioni che gli vengono chieste. Ci mette più tempo del necessario per registrate di aver detto qualcosa di troppo, per avvertire il brivido di pericolo per l’amico. 

 

-Daichi ha fatto cosa? - 

 

 

 

 

La donna dai capelli biondi è morta la stagione precedente e il capitano non è più sceso dalla nave, quando attraccano in quel porto, limitandosi a ostentare un umore peggiore del solito e a spedire Daichi da solo a fare rifornimenti. Ed è così che il pirata ha scoperto che la proprietà dell’erboristeria è passata alla ragazza dai capelli argentati. 

Daichi viene mandato spesso a fare commissioni e quando non gli viene chiesto è lui stesso a offrirsi. Nessuno si lamenta della cosa. Tanaka solo lo guarda sornione e lo prende in giro, la sera, quando sono nelle loro brande e gli altri si raccontano avventure sporche e aneddoti particolarmente divertenti sull’ultima puttana del bordello. 

 

L’erboristeria è una tappa quasi obbligata e, se non ci andasse spontaneamente, sicuramente gli verrebbe chiesto. Sulla nave servono sempre unguenti e rimedi naturali, pomate per il piede del diavolo che affligge il capitano o l’intruglio disgustoso della vecchia strega per alleviare il mal di mare. 

Il negozio è sempre caotico e disordinato, come quando la vecchia proprietaria era in vita. 

Daichi ci va un giorno sì e anche quello dopo, dimenticando sempre di prendere qualcosa di assolutamente urgente. 

Suga sembra piuttosto divertita dalla cosa e passa la giornata ad aspettarlo. I clienti non sono molto, la maggior parte prima andava lì per i servizi extra della strega e nessuno è interessato a una ragazzina ambigua e anormale. Lì, dietro all’erboristeria, c’è più di un bordello in cui spendere meglio il proprio denaro.

Passa il tempo contando le zampe di gallina e cercando di fare ordine nell’inventario e nelle boccette prive di etichetta dimenticate in un angolo da prima che lei nascesse. 

- Dimenticato qualcosa? - gli chiede appena lui entra nel negozio, con il sorriso furbo e le sopracciglia arcuate in un finto moto di sorpresa. 

-Così pare - 

 

Fuori è buio, ha iniziato a nevicare e Daichi ha il naso rosso per il freddo e un po’ di nevischio appoggiato sulla tesa del cappello. Ha dimenticato il timo, hanno davvero bisogno del timo a bordo, sì. Suga sbuffa, ride, e fa roteare gli occhi. 

- Dovresti smetterla - 

- Cosa?-

- Hai capito - gli dice ancora, facendosi più vicino. Ora gli basta allungare una mano per tirarlo a sé - Non è più divertente. Dovresti prenderti quello che vuoi, pensavo che i pirati fossero spudorati.

Daichi la guarda un po’ nel panico, le fissa il collo bianchissimo, gli occhi azzurri e lo vede, il neo. Ne è incantato e boccheggia e si sente un idiota totale. 

- Mi serve il timo, ne hai?- dice solo.

- Sei sicuro di essere un pirata?- lo prende in giro e Daichi aggrotta le sopracciglia, come preso nel vivo. 

- Certo che sono un pirata - soffia, improvvisamente minaccioso. Dura poco, il tempo di sentire le mani di Suga agguantarlo per il bavero della casacca. 

Le labbra di Suga sono morbide, piacevoli, fresche. All’inizio è un tocco leggero, appena uno sfiorarsi e Daichi ha appena il tempo di pensare che non ha l’odore dolciastro e stucchevole delle fanciulle. Poi Suga si preme di più contro di lui, gli afferra il viso e gli infila la lingua in gola. 

Daichi sente le orecchie andargli a fuoco e le ginocchia molli. Suga si struscia contro di lui, lo spinge piano contro il bancone e fa aderire i loro bacini. La frizione è piacevole e Daichi avverte le prime avvisagli dell’eccitazione indurirgli la carne. 

Quando si staccano, Suga riprende rumorosamente aria; Daichi rimane a guardarla meravigliato, in apnea. 

Suga si china ancora una volta su di lui e Daichi pensa che non si fosse mai reso conto prima che avesse il pomo d’adamo. Lo bacia di nuovo, piano, gli morde il labbro inferiore e friziona piano di nuovo i loro bacini. Daichi geme e allora Suga ride.

- Timo, hai detto? - gli chiese, mordendogli piano il lobo dell’orecchio e Daichi annuisce, gli occhi chiusi e una mano affondata tra i capelli chiari dell’altra. 

 

Quando va via, Suga gli dà anche un pacchetto di zampe di gallina omaggio. 

- Torna a trovarci presto - gli dice, con un sorriso malefico e lo sguardo sveglio. 

 

Daichi torna alla nave stranamente stordito - non saprebbe dire se per il bacio o l’aver realizzato di non averlo ricevuto da una ragazza. 

 

 

 

 

Miagi, inverno 1651

 

 

Il letto di Suga non è molto grande e negli anni ha più volte pensato di cambiarlo e prenderne uno più spazioso. Quando Daichi è a Miagi, non trascorre mai la notte sulla Karasuno, neanche una da quando hanno diciotto anni, e si ritrovano incastrati in un materasso troppo piccolo. A lui non importa, Daichi dorme come un sasso, non si muove neanche un po’ e alle volte Suga deve scacciare il terrore irrazionale che sia morto, lì, all’improvviso. 

Un letto per loro, un letto in cui entrambi potrebbero avere il proprio spazio, senza dover dormire l’uno sull’altro, senza che Suga debba incastrarsi tra le braccia e le gambe di Daichi e senza che questo, il mattino dopo, si debba svegliare tutto dolorante. A Suga piace l’idea di avere qualcosa di loro, in casa, ma dura il tempo di qualche giorno, giusto quello che serve alla Karasuno per fare rifornimento, riposarsi e ripartire. 

Quando Daichi va via e lo lascia di nuovo solo per settimane, mesi, il letto che Suga ha gli sembra fin troppo grande e non sente più il bisogno di prenderne un altro. 

 

Daichi lo stringe piano e strofina il naso tra i suoi capelli, in un moto di tenerezza che lo prende sempre quando è lì lì per cedere al sonno. Suga si stiracchia come un gatto, infila una gamba tra quelle dell’altro ispira l’odore di sudore e salsedine che gli è rimasto attaccato alla pelle. 

Daichi ha un corpo saldo e temprato dalle battaglie, con i muscoli che guizzano da sotto la pelle e un’infinità di cicatrici a segnarla. Suga le conosce tutte; ogni volta che Daichi fa ritorno a Miagi e fanno sesso, lo tocca piano, indagando i nuovi segni sulla sua pelle. L’altro sbuffa e lo tira a sé e gli racconta nel dettaglio come si è provocato quell’ennesima cicatrice; Suga non lo lascia dormire finché non è soddisfatto e poi, nei giorni che vengono, gli fa domande a tradimento per essere sicuro che Daichi gli abbia detto la verità e non si sia inventato su due piedi una storia. 

Ha le spalle larghe e a Suga piace aggrapparcisi quando fanno l’amore, come se fossero un’ancora. Alle volte gli fa un po’ il solletico - un po’ per sbaglio, un po’ per dispetto - e tra un grugnito e un ansito, Daichi ride e Suga muore un po’ di felicità.

Daichi è un uomo tutto d’un pezzo, un compagno fedele, un capitano d’onore. Non ricorda di aver mai sentito un solo uomo della sua ciurma parlarne, anche se è un invertito e andrà all’inferno. È il tipo di uomo con la testa sulle spalle, quello che Suga in fondo sa di non meritare. 

 

 

- Ho visto una sirena, qualche settimana fa. All’inizio pensavo solo fosse uno strano pesce, tipo uno di quei delfini rosa che dicono si trovino nei fiumi del Nuovo Mondo o una bestia simile. Però era una donna, coi capelli chiarissimi e una coda di pesce. Mi ha guardato, ero sul ponte, e poi è sparita nell’acqua - dice Daichi a un tratto, la voce impastata dal sonno, le palpebre che lottano per non chiudersi.

Suga sbuffa e non dice niente.

- Pensi che sia stupido - continua - Sì, è stupido - 

L’altro si prende una lunga pausa, strofinano il naso sulla pelle della sua spalla. Daichi vede di sottecchi il piccolo neo sotto all’occhio sparire in una ruga d’espressione e gli passa una mano dietro alla schiena, in una carezza impacciata, come quando erano ragazzini.

- Mia madre diceva che sua nonna fosse una sirena, che suo padre l’avesse tirata su con la rete. Era un pescatore, tipo - sussurra Suga e Daichi sussulta appena - È una pettanata, probabilmente, era sempre ubriaca -

Il pirata gli poggia una mano tra i capelli e se ne annoda qualche ciuffo tra le dita. Gli sono sempre piaciuti i capelli di Suga; fino qualche settimana prima non aveva mai giusto un’altra creatura con quel colore tanto singolare. 

- Ora ha senso-

- Cosa?-

-I capelli, gli occhi, il neo, tu -

 

Miagi, primavera 1667

 

 

Piove e fa ancora freddo. È un clima insolito, con il cielo grigio, le nuvole che promettono pioggia e un vento gelido che si infila tra le pieghe degli abiti e ti costringe a stare curvo e stretto nel mantello per cercare di trattenere il tepore del corpo. 

La folla è tutta ammassata nella piazza principale e il vociare e talmente intenso da essere un unico suono privo si senso. I condannati sfilano sul patibolo, viene messo loro il cappio intorno alla corda e il governatore si dilunga in un’invettiva feroce, enumerando i loro crimini. 

Pirateria.

La brava gente di Miagi esplode in un boato di consenso, urla di giubilo. Sono tutti bravi a fingere che quello, fino a pochi mesi prima, non fosse un porto florido unicamente grazie ai pirati e alle loro navi. 

Suga è lì, tra la folla. Li conosce, tutti, e li odia in un modo viscerale e bestiale. Li odia e li vorrebbe colpire, vorrebbe gridare, vorrebbe strappargli i mantelli di dosso e prenderli a calci e a pugni e sfogare la propria rabbia. Sono tutti gli uomini del paese, quelli che negli anni si sono arricchiti con i traffici collaterali della pirateria, che si sono riempiti le tasche con il denaro dei pirati, che sono stati aiutati da loro; ci sono le puttane del bordello dietro al negozio che danno un ultimo saluto ai loro clienti più fedeli senza l’ombra di dispiacere o dolore. C’è anche lo spilungone, quello di cui non ha mai imparato il nome, ma che vendeva i ragazzini ai mercantili. 

Suga li odia tutti, ma non fa niente, neanche si muove. Rimane fermo, terrorizzato, in apnea. Gli occhi nerissimi di Daichi fissi nei suoi e Suga sa che lui non lo vuole lì. Non si vedono da mesi, non è il modo in cui desideravano farlo - non è il modo in cui chiunque vorrebbe farlo. 

È un tempo lunghissimo, sembra che si guardino negli occhi per una vita intera e Suga cerca di trattenere le lacrime, con i singhiozzi che gli grattano la gola e le mani che tremano. Si gratta la pelle tenera delle braccia, incide piano il segno delle sue unghie, fino a scorticarsi, fino a che il fastidio non diventa dolore e il dolore fisico una pessima distrazione. Inizia a sanguinare, ma neanche se ne accorge.

Per un secondo gli sembra che Daichi abbai capito cosa sta facendo. Contrae le sopracciglia nere e Suga desidera sentire la voce profonda e familiare di Daichi sgridarlo per l’ennesima volta. 

 

( - Smettila - 

-Non sto facendo niente - 

Suga si ritira, si allontana istintivamente, cercando di sfuggire alla sua vista. Daichi odia quando lo fa, ma ha imparato a leggere nei comportamenti del suo compagno e a capire quando giochi e quando no. A Suga piace dargli sui nervi, sfidarlo, prenderlo in giro e punzecchiarlo fino a toccare ogni nervo del suo animo. 

Daichi contrae le sopracciglia e si allunga verso di lui. Non è arrabbiato, ma Suga non lo guarda in faccia da un po’ e non può saperlo. 

- Ti fai male così - 

- Non sento niente - 

Daichi gli prende le mani, delicato e gentile come sa essere solo lui, e gliele stringe con un affetto che Suga non ha mai pensato di meritare. Lo guarda negli occhi e Suga si sente piccolo e miserabile. Daichi gli carezza piano il dorso della mano, gli bacia le dita macchiate di sangue, passa con cautela sulle piccole escoriazioni fresche che si è scavato nella pelle tenera delle braccia e Suga è assolutamente sicuro di non meritarlo - Daichi è sempre stato su un altro piano rispetto al suo, un altro livello, un altro mondo. 

Daichi posa un altra volta le labbra sulla sua pelle, vicino al piccolo neo che gli segna la piega della pelle tra il pollice e l’indice della mano destra e poi le dice, quelle parole. 

Suga smette di opporre qualsiasi tipo di resistenza. Ogni volta che Daichi glielo dice, ogni volta che lo tocca piano e lo sussurra sulla sua pelle, è come essere ustionati, come se qualcos’altro continuasse a scavare sotto la pelle - vergogna - e Suga si ferma, si ferma sempre. 

- Smettila, Suga, mi fai stare male - )

 

 

La botola sotti i piedi dei condannati viene aperta di botto e i corpi cadono a peso morto. Il rumore dell’osso del collo che si rompe è agghiacciante e rimbomba nel silenzio della piazza. Suga sente le gambe cedergli e le viscere contrarsi.

Daichi penzola a mezz’aria, i corpo scosso da degli spasmi disperati, gli occhi ancora fissi su di lui. Da una mano gli scivola una conchiglia colorata e Suga sente di essere sul punto di morire. 

Quando inizia a piovere, la piazza si è già svuotata e i corpi dell’equipaggio della Karasuno sono stati lasciati appesi, in un macabro monito per tutti i passanti. 

 

Suga rimane immobile, congelato, morto, vuoto. Alla fine si concede di piangere. 

Non ha potuto dirgli addio. 

 

 

 

 

 

Karasuno, estate 1656

 

 

Lo sciabordio dell’acqua accompagna i loro passi e le assi di legno cigolano sotto il peso dei loro stivali. Suga non è mai stato su una nave, mai in tutta la sua vita, e mai ha immaginato che ci avrebbe davvero messo piede. Ha fantasticato per anni, da ragazzino, di imbarcarsi e lasciare quel buco fetido in cui è nato, ma non ha davvero creduto a quel sogno. 

Ha un fisico sottile e delicato, poca forza nelle braccia e un viso troppo grazioso, non è adatto alla vita per mare, alle scorribande, a tirare gli ormeggi e a tirare con la spada. Quando era bambino era proprio grazioso e quelli che gli stavano attorno immaginavano che un giorno avrebbe lavorato in uno dei bordelli, come sua madre e la madre di sua madre prima di lui. 

L’equipaggio è meno spaventoso di quello che pensasse, alcuni li conosce anche.

Asahi lo saluta con un piccolo cenno del capo e uno dei suoi sorrisi pacati e Suga è un po’ confuso: se fossero sulla terra ferma, probabilmente lo prenderebbe a calci o gli direbbe qualcosa che lo farebbe arrossire, ma lì, sulla nave, con altri occhi che li guardano, Suga non è proprio sicuro che sia il caso.

La stanza del capitano è grande, spaziosa, quasi più grande della sua stanza da letto e Suga non la immaginava così. Ha chiesto decine di volte a Daichi di parlargliene, di descrivergli il suo letto, le sue cose, il modo in cui piega i vestiti -se piega i vestiti. Suga ha sempre avuto l’abitudine di chiedere e Daichi quella di accontentarlo. 

 

Il letto è più grande del suo e le lenzuola hanno l’aria di non essere state cambiate da un bel po’. 

Daichi gli carezza pigramente una spalla e lo tira di più a sé, facendogli incastrate una gamba tra le proprie cosce e imprigionandolo tra le braccia. 

Suga ha un po’ di mal di mare e l’odore di umidità e di salsedine e di sesso gli punge il naso, ma poi Daichi gli bacia il collo, gli morde piano la pelle sopra la clavicola e Suga geme e si dimentica di dove sia. 

Sul comodino non ci sono le conchiglie colorate e sopra la testata del letto c’è un quadro di dubbio gusto con un uomo barbuto e un orrido uccello verde. Suga non vuole sapere.

 

Rimangono stesi a non fare niente tutto il tempo, con Daichi che resiste più del solito al sonno e Suga che gli dà pizzicotti dispettosi per tenerlo sveglio. 

- Rimani - gli sussurra alla fine Daichi tra i capelli. 

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