In proprio
Feb. 20th, 2020 10:59 pm- Storia scritta per la terza settimana del COWT10;
- 2000 parole;
- Fandom: My Hero Academia;
- M1, neonato;
La città è un nugolo di stradine e strade principali, con negozi, locali e un’infinità di anfratti in cui nascondersi. Ogni area è assegnata a un’agenzia di eroi, per rendere la sorveglianza il più efficiente e meticolosa possibile. Alle agenzie con eroi giovani o con un profilo non particolarmente notevole, vengono assegnati i quartieri tranquilli, quelli in cui di solito non succede nulla e ci si annoia a morte tutto il giorno, in giri di ronda in cui l’evento più significativo è un gattino intrappolato su un albero o una vecchia signora con troppe buste della spesa. Quando e se, poi, succede qualcosa di rilevante ed emozionante, gli eroi con più esperienza intervengono lo stesso, anche se non sono della stessa agenzia o il settore non rientra nella loro zona di appartenenza, fanno fuori il cattivo, si prendono tutta la gloria e il divertimento e spariscono. È un circolo vizioso con cui tutti gli eroi prima o poi devono fare i conti e che, una volta superata l’euforia da matricola, di chi si è appena diplomato e insegue ancora sogni di gloria e di grandezza, si accetta come dato di fatto e si continua ad andare di ronda, salvando gattini che si vanno a nascondere nei posti più impensabili o uccellini caduti dal nido.
È noioso e frustrante alle volte, soprattutto per chi non ha il carattere mite e accondiscendente e non è in grado di stare in disparte ad aspettare che la giornata passi come mille altre. Bakugou Katsuki, che non rientra neanche un po’ nella descrizione di una persona tranquilla e pacata, detesta quando un eroe invade la sua zona, detesta che non ci siano cattivi da prendere a calci e far esplodere, detesta l’inerzia con cui gli altri accettano la tranquillità di un giorno di lavoro che si ripete identico a quello successivo.
Bakugou ha ventitré anni ed è un eroe, un ottimo eroe, uno di quelli che nasce una volta su mille e che sarebbe in grado di strapparsi un braccio a morsi pur di non arrendersi. Nonostante questo, non è il genere di eroe che piace alla gente, i bambini hanno paura di lui, le ragazze non riescono a perdonargli i modi bruti e animaleschi, anche se è piacente; i genitori non lasciano i figli avvicinarglisi per chiedere un autografo e il merchandising dei suoi gadget non ha avuto particolare fortuna. In ogni caso, Bakugou non è per niente il tipo da preoccuparsi dell’opinione della gente, non gli piace essere intervistato o essere fermato per strada, non gli piace essere fotografato - esce sempre con una faccia di merda - e in genere aborre tutte le rotture di coglioni. Aspira a diventare l’eroe numero uno, il più forte, non il più simpatico o amato. Per queste stronzate c’è Deku.
Dal diploma, fino a sei mesi prima, ha lavorato per la stessa agenzia, insieme a qualcuno dei suoi compagni di scuola. Si è formato e ha partecipato a diverse missioni e ha raggiunto una maturità che prima non pensava di poter avere. Ha imparato a leggere nel passo della gente per strada, per capirne le intenzioni. Ora sa dire quasi a occhi chiusi, chi si trovi davanti dal modo in cui cammina, dall’intensità della stretta sul manico di una borsa o dal modo in cui il cappotto è chiuso. Sa individuare un cattivo o un delinquente tra la folla, non importa quale sia il suo grado di camuffamento. Sa intervenite in momenti di crisi, sa come prestare un primo soccorso o spegnere un incendio senza rischiare di rimanerci secco, anche da solo; non sa parlare con i giornalisti, ma a quello a rinunciato già ai tempi della scuola. Sa fare un discorso incoraggiante e rassicurante, se necessario, ma preferisce sempre non essere lui a doverlo fare. Lui non è un simbolo di pace e non vuole esserlo; la pace è in antitesi con tutto quello che è, con il suo quirk, con il suo carattere, con il suo metodo di combattimento. Quando lavorava per un’agenzia, c’era sempre qualche stagista carina a tentar di insegnargli come sorridere o come guardare alle telecamere, come parlare ai fan; una volta realizzato che non sarebbe mai stato in grado di farlo, che non era arte sua, ripiegavano sullo scrivergli una serie di discorsi che si potessero adattare alle varie esigenze; la cosa finiva sempre nello stesso modo: la ragazza scoppiava in lacrime o spariva nel nulla, lui veniva strigliato per un po’ dal suo datore di lavoro, minacciato di finire a sorvegliare un gregge di pecore sperse chissà dove, poi veniva assunto un nuovo stagista e la cosa seguiva il suo corso. Bakugou lo trovava davvero noioso, uno spreco di tempo e soldi, che si sarebbero potuti investire per un equipaggiamento migliore e più letale, ma non aveva voce in merito e si limitava a brontolare di tanto in tanto e a ignorare i suggerimenti sul sorriso migliore o la posa più eroica.
Sei mesi prima ha lasciato l’agenzia per cui lavorava. Ormai è un eroe formato e si sentiva pronto a staccarsi dal nido e mettersi in proprio. Ha firmato una miriade di scartoffie, ha investito tutti i suoi risparmi e si è messo in proprio. Si aspettava di diventare un eroe, uno vero, uno di quelli a cui guardava con ammirazione e invidia da bambino e che ha seguito durante l’adolescenza e gli anni della UA. Già si vedeva abbandonare la routine e la monotonia delle ronde, il chiacchiericcio fastidioso e superfluo dei suoi colleghi, i fan che li avvicinavano per chiedere a quello o a quell’altro dei suoi compagno un selfie o un autografo. Sarebbe diventato finalmente l’eroe che voleva, sarebbe stato il capo di se stesso, non avrebbe più dovuto fingere di ascoltare l’ennesima ragazzina stramba e brufolosa che voleva insegnargli a parlare alla stampa o come non spaventare i bambini, avrebbe potuto scegliere gli ingaggi, prendere lui stesso a calci in culo i cattivi e tutto sarebbe finalmente andato per il giusto verso.
Quando ha lasciato il lavoro, gli hanno organizzato una festa a sorpresa. Una di quelle feste del cazzo in cui si mangiano torte tutte panna che non piacciono a nessuno e gli stuzzichini non bastano mai e tu sei il festeggiato e anche lo stronzo ad arrivare - ignaro - per ultimo e quindi a non mangiare niente se non quelle olive ripiene che nessuno vuole e che ti hanno gentilmente lasciato.
Erano tutti allegri, tutti felici, mentre festeggiavano insieme a lui l’ultimo giorno di quella vita e ne inauguravano uno nuovo, qualcuno si è anche lanciato in una sviolinata d’addio, qualche lacrimuccia ha finto di scendere e le spalle di Bakugou sono state assalite da tutta una serie di pacche e colpetti di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Bakugou sa dentro di sé che la festa è perché si toglie dalle palle e loro si alleggeriscono di un problema bello grosso e che quando è in ufficio crea non poso scompiglio e casino, ma si guarda bene dal dirlo, per non alimentare un’altra inutile discussione. Si finge sorpreso quando le luci si accendono, i coriandoli iniziano a essere lanciati in ogni direzione e si alza un coro giulivo, che chiama il suo nome e che si perde in una serie di parole sconnesse e frasi che non hanno niente a che vedere con quelle pronunciate dalle altre persone - non erano riusciti a mettersi d’accordo su cosa dire e alla fine ognuno aveva fatto di testa sua. Quindi Bakugou ha finto di essere sorpreso - cosa che fino a qualche anno prima non avrebbe neanche preso in considerazione, dicendo a tutti che erano delle teste di cazzo prevedibili - mangiato qualche stuzzichino orrendo, ascoltato storia e consigli su come affrontare la vita da eroe solitario e di tutte le meravigliose opportunità che erano lì davanti a lui e che doveva solo cogliere; a mezzanotte ha tolto le tende ed è tornato a casa.
Il nuovo ufficio è piccolo, in uno stabile vecchio e su un pianerottolo che divide con tante altre attività. È un bilocale, con un soggiorno non troppo piccolo in cui tiene la scrivania e tutto il necessario per il lavoro - una sedia su cui far sedere il cliente di turno, un divano su cui può lasciarsi morire quando non ha voglia di fare niente, la lavagna su cui appendere i vari indizi e fare tutte le ipotesi che vuole sul caso, anche se lo spazio non basta mai e finisce puntualmente per imbrattare anche le parete, un libreria sgangherata su un lato, a coprire un buco non troppo piccolo e che lo aveva aiutato a convincere il proprietario di casa ad abbassare l’affitto di un bel centone - c’è poi un’altra stanza, dove ha buttato un letto e tutta una serie di scatoloni e uno sgabuzzino che hanno provato a spacciargli per una cucina, ma che lui è sicuro essere un ripostiglio in cui qualcuno ha montato un paio di mobiletti di una di quelle cucine di cinquant’anni prima, tanto vecchia quanto poco funzionale.
I primi giorni, Midoriya gli ha fatto visita e gli ha portato una pianta da appartamento, una di quelle grasse e tutte spine che è difficile da uccidere, anche se ce ne si dimentica per settimane.
- Mettila al sole e ogni tanto annaffiale, Kacchan - gli ha detto, con quella faccia lentigginosa e sorridente che la gente adora.
Qualche altro amico lo è andato a trovare nei giorni seguenti e ogni volta che Katsuki gli apriva la porta, seguiva una serie di improperi e insulti colorati. Pensava si trattasse di un clienti, non di quelle facce di culo. Kirishima è stato il suo frequentatore più assiduo, si spalmava sul suo divano e mangiava tutto il suo cibo. L’unico motivo per cui Bakugou non lo ha fatto esplodere è che il proprietario di casa si sarebbe tenuto la caparra e lui non aveva una lira in tasca.
Alla fine i primi clienti sono iniziati ad arrivare, gli è stata assegnata una zona per la ronda e ha iniziato a lavoricchiare.
Quando si è messo in proprio, non è stato mosso da un’illusione. Sapeva che non sarebbe stato tutto rose e fiori, che non avrebbe immediatamente ingranato, che ci sarebbero stati momenti difficili e che non sarebbe diventato l’eroe numero uno da un giorno all’altro. Nonostante questo, sperava che le ronde non fossero noiose e monotone come quelle che faceva per il suo precedente lavoro - ma in realtà sono anche peggio, perché la zona è ancora più tranquilla e isolata, quasi totalmente priva di criminalità, e non ha neanche più un compagno di ronda che di tanto in tanto lo distragga dalla noia o con cui litigare per far passare la giornata.
In sostanza, è pronto a quasi ogni tipo di missione, ha negli anni perfezionato il suo metodo di combattimento, studiato vari schemi di attacco. Ha salvato un’infinità di gattini dagli alberi e dai posti più improbabili e aiutato vecchiette con buste pesant. Katsuki si sente pronto, fiducioso di poter affrontare qualsiasi problema, di poter fronteggiare anche il nemico peggiore o il pericolo più imminente.
Quando bussano alla sua porta, quella mattina, è già di pessimo umore, non ha ancora bevuto il suo caffè e ha passato una notte quasi insonne cercando di restringere il campo dei sospettati per il suo nuovo caso - qualcuno se ne va di notte allegramente a rubare mutandine dagli appendipanni del vicinato; non è un lavoro di massima priorità, ma è un lavoro onesto e le casalinghe pagano bene.
Sull’uscio della porta si ritrova un marmocchio, uno di quelli piccoli e rugosi, brutti come il cucco e che a malapena sanno aprire gli occhi. Non è insolito che agli eroi vengano affidati i bambini non voluti, ma a Katsuki non era mai capitato e non aveva neanche mai preso in considerazione l’eventualità che accadesse. Mentre lo raccoglie da terra e l’impiastro inizia a gridare come un’aquila, improvvisamente Bakugou non si sente pronto a ogni cosa.