Feb. 12th, 2020

irgio: (Default)
- Storia scritta per la II Settimana del COWT10;
- Fandom!AU - Beastars!AU;
- Ade/Persefone;
- 621 parole





Persefone è un agnellino delizioso, col manto bianchissimo e soffice e un muretto roseo. Non le sono ancora spuntate le corna e la sua codina è un batuffolo bianco che si intravede dalla gonna della divisa e che ondeggia seguendo i suoi movimenti. È allegra e graziosa, col sorriso mite e il carattere pacifico che ben si addice ai membri della sua specie. A un piccolo orecchino a forma di bocciolo che gli pende dall’orecchio sinistro e che fa involontariamente tintinnare quando scuote la testa.

Profuma di fiori e di innocenza e ha un aroma delizioso che sollecita facilmente gli appetiti dei carnivori che le stanno intorno. Lei lo sa, ma non ne è intimorita più del dovuto. Evita di rimanere da sola, i posti poco frequentati e segue rigidamente il coprifuoco della scuola. Così pensa di essere al sicuro e di non correre alcun tipo di rischio.


Ade, invece, è un lupo nero, un grande carnivoro, di quelli che fanno accapponare la pelle, con il pelo ispido e lucido e le zanne che spuntano dalle labbra. È un insegnate, uno di quelli cattivi, il cui nome fa accapponare il pelo degli studenti - erbivori o carnivori che siano. 

È integerrimo, ha classi miste sia di erbivori che carnivori e sul suo conto negli anni si sono sommate e diffuse varie voci. Ogni volta che uno studente scompare o si verifica un’aggressione particolarmente cruenta in città, gli occhi sono tutti rivolti verso di lui. Nessuna prova è stata mai trovata, ma gli studenti erbivori si guardano comunque bene dall’andare da soli nel suo ufficio. 

Ade insegna storia antica e le sue lezioni sono una sequela di date ed eventi che riporta meticolosamente, anche nei dettagli più scabrosi, come se scandalizzare e impaurire i propri studenti gli desse una sorta di piacere perverso. In realtà lo fa solo per tenerli svegli e attenti, ma nessuno ha mia considerato questa opzione. 


Quando la incontra nei corridoi, avverte lo stomaco brontolargli e la salivazione aumentare. Persefone non sembra esserne minimamente a conoscenza e a differenza delle sue compagne non mostra paura per quel professore inquietante e alto quasi tre volte lei. Ogni tanto le sembra che la segua e una parte di lei ne è lusingata, un’altra le dice che dovrebbe temere per la sua pelle, ma sembra esserne del tutto incapace. 

Forse perché crede che le voci sul professor Ade siano del tutto infondate o perché si sente protetta e cullata dall’illusione che trattandosi di un insegnate non corra alcun tipo di rischio - o perché sa che quel lupo non la guarda semplicemente come si fissa un gustoso spuntino. Non se lo è mai davvero chiesto e non ha mai realmente desiderato sapere quale fosse la vera risposta. 

Le basta passeggiare di tanto in tanto fuori dalla sua aula e godere della sensazione pungente che la colpisce alle viscere quando coglie il lupo a guardarla, leccandosi involontariamente i canini in modo non proprio minaccioso. 


Talvolta si sollazza immaginando di rimanere da sola con lui, ansima e al profumo di fiori del suo corpo si unisce anche quello dell’eccitazione. Non sa nasconderlo, perché lei per prima non sa spiegarselo. fantastica di toccare quel pelo ispido, di assaggiarne i canini, gli essere graffiata da quegli artigli fatti per squarciare e dilaniare, di infilarsi nelle sue fauci ed essere fagocitata in un unico boccone. 


Durante le lezioni, si mostra come la studentessa più brillante, più attenta, più interessata e Ade finge di non notare come si alzi la gonna quando lui si china su di lei per controllare un esercizio o come stringa le cosce se per caso la sfiora o il luccichio eccitato che le anima lo sguardo quando i loro occhi si incontrano. 

Coniglio

Feb. 12th, 2020 10:50 pm
irgio: (Default)
-  Storia scritta per la II settimana del COWT10;
-  Fandom!AU - Avatar!AU;
-  685 parole;


Haru è una creatura deliziosa, dal profilo sottile ed elegante, con i lunghi capelli di un biondo quasi bianco e gli inconfondibili occhi azzurri che tradiscono la sua appartenenza alla Tribù dell’acqua del Nord. Ha un incedere leggero, un passo lieve e alle volte sembra quasi che balli mentre cammina. È graziosa e piccolissima, con i modi gentili e pacati e Legoshi potrebbe perdersi ore ad osservarla intrecciarsi i capelli alla moda dei dominatori dell’acqua.

Lui, invece, è grosso e goffo. Con una schiena troppo ampia e un’altezza insolita anche per un dominatore del fuoco, col viso lungo e gli occhi troppo grigi. Haru gli arriva malapena alla cintola dei calzoni ed è un raggio di sole che sembra quasi far a cazzotti col suo carattere mite e serio. 

Sembrano mal assortiti e, in effetti, forse lo sono. Al villaggio non sono ben visti, come tutte le coppie di dominatori di elementi diversi. Ne sono entrambi ben consapevoli, ma laddove lui ha dubbi, lei non mostra alcun tipo di ripensamento. Del resto, non ha mai avuto una buona nomea anche prima di incontrarlo.

Legoshi è consapevole delle storie che girano sul conto di Haru, delle presunte relazioni che avrebbe avuto in passato con i soldati inviati a tenere il villaggio sotto controllo durante la guerra, dei baccanali a cui si sarebbe prestata e dei molteplici letti in cui sarebbe saltata in cambio di cibo e protezione. Alcune voci sono vere, altre no, altre hanno solo un fondo di verità e le vere vicende si sarebbero arricchite di altri particolari favolistici e un po’ volgari nel passaggio da una bocca all’altra.

Ne è ben consapevole, ma non gli dà peso. Si ritiene fortunato lo stesso ad avere una compagna di cui non si riterebbe degno in nessun caso. 


Quando l’aria al villaggio diventa un po’ troppo pesante, Haru sparisce. Si va a infrattare nel bosco, nascosta dagli occhi indiscreti degli altri abitanti e, paradossalmente anche dai suoi. 

Legoshi però sa sempre come ritrovarla, ha una sorta di sesto senso - di naso - per lei. I suoi piedi si muovono da soli, quando l’assenza della compagna si inizia a prolungare più del dovuto, e la portano da lei.

La trova sempre vicina alle fonti d’acqua, al ruscello che sgorga dietro la loro casa o il laghetto dove hanno fatto insieme il bagno per la prima volta e dove si sono conosciuti.

Haru finge di non vederlo, mentre sguazza pacifica nell’acqua, rotolandosi a pancia o emettendo qualche piccola onda col proprio dominio. 


Non è la dominatrice più abile del villaggio, né la più dotata. È piuttosto pigra in realtà, non ha mai dovuto fare davvero affidamento su quella capacità, limitandosi a ricorrere alla bellezza ereditata dalla madre. Non ha mai combattuto, non ha mai usato il dominio in modo offensivo, sfruttandolo per lo più per svuotare la mente nei momenti di sconforto o frustrazione. 


Haru balla, quando domina, alza le piccole braccia e fa vorticare l’acqua attorno a lei oppure cerca di creare una moltitudine di onde o di sollevarsi sfruttando la spinta dell’acqua. Quando sta cercando di imparare una nuova mossa o di eseguire una tecnica più complicata del solito, infila la lingua tra i denti e si carezza le labbra. Legoshi la trova buffa, ma al tempo stesso ne è attirato e le sue viscere si contraggono e la desidera. 

 

Haru, in realtà lo sa, è ben consapevole di fare quell’effetto sugli uomini e non ricorda più se quel piccolo vizio sia sempre stato presente o si sia forzata a prenderlo per risultare più appetibile.



- Ti ho trovato - le dice sempre, alla fine, quando osservarla non gli basta più e inizia a fare scuro. Haru si finge sorpresa e gli sorride, mostrandogli i denti chiari e gli incisivi un po’ sporgenti. Una volta, in modo del tutto spontanea, Legoshi le ha detto che quando sorride sembra un coniglio. Se ne è pentito immediatamente, immaginando immediatamente di averla offesa. Haru, invece, lo ha trovato divertente - Mi piacciono i coniglio - gli ha concesso più arrendevole del dovuto, per poi fare un piccolo saltello.





Radici

Feb. 12th, 2020 10:53 pm
irgio: (Default)
- Storia scritta per la II settimana del COWT10;
- 1725 parole;
- prompt: 3. “Se non ci piace dove stiamo possiamo spostarci, non siamo alberi.” (Snoopy)



La stanza è piccola e buia, dalle tende tirate passa appena un po’ di luce, quel tanto che basta a delineare i contorni dello squallore in cui si trova. Il letto è smetto - lo è da giorni - a terra sono disseminati piatti sporchi, strofinacci arrotolati, con dentro vecchie bucce di arance putrescenti, i vestiti che ha messo nei giorni precedenti e altri oggetti che non riesce a identificare e che non ricorda neanche come siano arrivati lì.

Non apre le finestre da un po’, l’aria è viziata, si sente appena l’odore dolce delle arance in decomposizione e della sigaretta che non ha finito di fumare e ha lasciato abbandonata nel posacenere, vicino al letto. 

Non esce dal letto da un po’, si rotola nelle coperte, se le tira sulla testa e spera di non risvegliarsi più. Il resto della casa è animato dalle voci dei suoi familiari, ne riconosce il passo, di ognuno; le lamentele della madre a telefono, il fratello che sbraita giocando con la play nell’altra stanza, il padre che parla con il gatto, chiamandolo con qualche nomignolo affettuoso e ridicono a cui sicuramente l’animale non risponderà.

Sono rumorosi e turbano la pace in cui vuole lasciarsi avvizzire, allegri, vivi. Si vergogna di uscire e farsi vedere, coi capelli sporchi e il pigiama che non ricorda da quanti giorni indossa. Aspetta, si rigira nel letto e cerca di nuovo di prendere sonno, anche se è pomeriggio inoltrato e sta dormendo da molte più ore di quelle di cui ha bisogno. È stanca, però, di una stanchezza vischiosa e pesante che non riesce a scollarsi di dosso e che la annulla. Vuole solo dormire, perdere i sensi e rilassarsi in quel limbo buio e pacifico in cui non possono trovarla, in cui nessuno la disturba e può continuare a stare a letto per sempre. Dorme quasi tutto il giorno, esce dalla sua camera solo quando pensa di non incrociare nessuno. I tragitti sono fissi, in bagno o a ingozzarsi in cucina. 

Non fa una doccia da un po’, a malapena si è lavata i denti; i capelli sono sporchi da giorni e ogni giorno che passa, più diventano luridi, più la cosa diventa deprimente e l’idea di lavarli e tornare a vivere come una persona civile la schiaccia e la angoscia. Non ha alcuna voglia di uscire, di vedere altri esseri umani, di lasciare che qualcuno la guardi, perché sono giorni che mangia male, che non fa attività fisica e che non fa che dormire; la pelle del suo viso è grassa, squamata in alcune zone, le sopracciglia in disordine - non vedono un paio di pinzette da tempo immemore - ed è sicura di essere ingrassata a dismisura e di avere i denti più gialli e i capelli più secchi e pagliosi. 

È una cosa che succede, di tanto in tanto, dei momenti che si ripetono all’improvviso e che poi, man mano vanno via. Non le piace parlarne, neanche con i membri della sua famiglia. Gli amici non sanno niente, non hanno mai sospettato e lei non ha mai parlato. Forse giusto con una o due persona, ma era ancora adolescente e non hanno capito e lei non li ha più rivisti. 

Rimane in un torpore assassino, pigra, assonnata, affamata. Fuma, mangia e dorme in modo scombinato e incontrollato e la cosa non fa che ripercuotersi sul suo fisico e sul suo umore.

Non c’è altro da fare che aspettare, rimanere a letto e lasciare che la stanchezza passi, che la pigrizia sia sostituita dalla noia e la noia dal desiderio di uscire. Un episodio è durato quasi due anni: inventava scuse improbabili per non uscire con gli amici, non si alzava dal letto per andare all’università - è stata iscritta all’università due anni senza andarci praticamente mai, tanto da non conoscere né gli orari né le facce dei suoi compagni - e ha dormito tanto da non crederlo possibile, con le tapparelle perennemente tirate già e la stanza oscura. Sono stati due anni di buio, con sua madre che strepitava per farla uscire - Uscire a fare cosa? - e le scuse che si accumulavano ed esaurivano. Alla fine è stata costretta ad uscire, a riprendere in mano la sua vita e a ricominciare d’accapo, anche se non le è del tutto chiaro come abbia fatto e alle volte dimentica quasi del tutto quei due anni. poi, all’improvviso, una mattina non vuole alzarsi dal letto e sa già che è ricominciato e si chiede quanto durerà.

Non è una persona piena di amici, non lo è mai stata, li sceglie con accuratezza, sono persone fidate. Pochi ma buoni, insomma. Nel tempo sono diminuiti, un po’ perché all’università ha trovato una sfera tutta sua e persone nuove con cui passare il tempo e condividere interessi che prima pensava tristemente appartenessero solo a lei, e quindi ha trascurato le vecchie amicizie; un po’ perché le amicizie scolastiche crescendo hanno iniziato ad andarle strette e non era più disposta a fingere interesse per cose che non le smuovono neanche un po’ l’animo; un po’ perché uscire con le sue amiche la mette a disagio, sono tutte belle, tutte magre, sanno tutte vestirsi bene, coi denti bianchi e i capelli perfetti, col vitino sottile e i polpacci che non sembrano quelle di un uomo, le mani belle, i piedi affusolati e possono mettersi quello che vogliono. Vicino a loro si sente brutta, più brutta di come si senta di solito, a disagio. Insomma, se già non sei un bel vedere non è furbo farsi vedere con qualcuno che emana bellezza. Si sente una figura grottesca e orrenda vicino alle amiche e alla fine il rapporto si rompe, il disagio cresce e si fa troppo grande per fingere che non ci sia e alla fine si arrende e lascia stare. Evita di uscire con loro, non risponde ai messaggi, finge ciclo o inventa altri improbabili problemi. Alla fine non la cercano più ed è solo un po’ triste quando vede le loro foro insieme sui social o le storie Instagram in cui fanno qualcosa di divertente.

Alle volte le mancano, quando la stanchezza non è troppo grande e il sonno non le si avviluppa sulle palpebre, vuole loro bene, ma l’affetto non riesce ad avere la meglio sul disagio e si dice che va bene così, che ha altri amici, altri interessi e che non è necessario sentirsi in quel modo orrendo, anche se la colpa non è loro e lei non vuole dire loro quale sia il motivo del suo allontanamento.

Una volta aveva anche un fidanzato, ma non si vedevano mai e alla fine lo ha lasciato. Era troppo bello per stare con lei, troppo alto, troppo magro. Bello, il genere di ragazzo che non può stare con una come lei. Era imbarazzante uscire insieme, avvertiva gli occhi di tutti guardarla, anche sei lui diceva che non era così. Alla fine lo ha lasciato, in un modo orrendo tra l’altro.

È uscita con qualche altro ragazzo, pochi. Non le piace molto l’intimità, essere toccata e preferisce che i maschi le siano amici piuttosto che tentare ed essere rifiutata. Uno, però le piaceva. Abbastanza da rivederlo altre volte, ma era grasso, molto grasso, ed era imbarazzante uscire insieme. La gente lo guardava e dentro di sé lei sapeva che era il cliché perfetto. La ragazza grassa che sta con il tipo grasso. Alla fine gli ha detto di non vedersi più e lui le ha fatto male in un modo che non pensava gli appartenesse. 

È tornata a letto e non vi è uscita per un pezzo. 


Talvolta si chiede se sia necessario continuare così, se sia obbligata, se non possa semplicemente alzarsi e smetterla. Uscire come le persone normali, fare cose, lavarsi, darsi degli obiettivi e riprendere la sua vita da dove l’aveva lasciata anni fa. Chiamare un amico che non vede da un po’, rimettersi in forma, far uscire dalla sua testa quella voce, quella pesantezza, quell’angoscia che la schiaccia e la pressa per farla tornare sotto le coperte e non uscire più. Il calore è piacevole, il calore è rassicurante, il calore le dà quel conforto che altrove non sa trovare.

Non è una pianta, si dice, non ha bisogno di essere annaffiata o accudita, può stare al buio tutto il tempo che le pare, e non ha radici. può alzarsi e andare via, semplicemente non vuole. Le piace stare a letto e devono passare giorni prima che la cosa inizia davvero a pesarle o a diventare un problema. È una droga e la fa stare male, ma al tempo stesso è piacevole e tranquillo. È pace in una routine che non riesce a seguire.


Ogni tanto, alle volte più spesso che in altre, viaggia. Le piace farlo, con qualche amico o da sola. Le piace vedere posti nuovi, è una persona curiosa. Tutti i soldi che guadagna poi li spende in viaggi, in visite o in weekend lontani, anche se crescendo la fetta di amici con cui andare è diminuita sempre di più e non ha nessuno con cui farli. Sono tutti fidanzati, impegnati con il lavoro o sono andati a studiare fuori. È molto triste, perché quelle piccole fughe sono piacevoli, un momento di svago in cui la stanchezza non le striscia sulle gambe e le si attorciglia alla gola. 

Anche se, irrimediabilmente dopo ogni viaggio, arriva la tristezza, la noia e il sonno. Non disfa la valigia, la lascia abbandonata in mezzo alla sua camera fino a che sua madre non sbraita e lei è costretta ad alzarsi e svuotarla. Alle volte può anche passare una settimana. Qualche volta ha avuto una crisi tra un viaggio e l’altro e si è ritrovata con il bagaglio già pieno. 



Vorrebbe andare via, anche se ha troppa paura che a casa succeda qualcosa e di cambiare troppo la sua vita. Non ha soldi, non ha un titolo di studio, non sa fare niente se non qualche lavoretto mal pagato e piuttosto inutile. Alle volte si dice di non essere una pianta, un albero, di non essere legata a nessun posto e di poter andare dove le pare, ma poi si guarda e le vede, le radici, avviluppate ai suoi vestiti, alla sua carne, a ogni cosa che le è intorno. Non andrà da nessuna parte. Forse, prima o poi, mai più. 


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