Mar. 31st, 2021

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 M4 | Ti porterò in paradiso 

731 parole 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piccole mani che lo sfiorano, piedi freddi sui suoi, gambe sottili che si avviluppano alle sue, che lo stringono e si incastrano. Il mondo è ovattato, fatto di piccole cose, piccoli gesti, piccoli sospiri, con il corpo ancora intorpidito e le membra pesanti. 

 

*

 

 

Bolin non ricorda chi sia, non ricorda dove sia, ha solo la sensazione di galleggiare nel vuoto e non cerca neanche particolarmente di riprendere coscienza. Non prova dolore, non prova fastidio, non prova niente, solo la piacevole sensazione di starsi annullando e di essere lì lì per cedere definitivamente al sonno. È morto – potrebbe essere morto, ricorda vagamente di essere morto, sì – ed è una constatazione che non gli fa paura. Si sente leggero, fatto di niente, non prova niente, non ha paura di niente. 

Non ha un corpo, è come se fosse fatto di aria ed è una sensazione strana e incredibilmente lontana da tutto quello a cui è stato sempre abituato. Lui è un dominatore della Terra, è fermo, immobile, pesante, con i piedi ben piantati per terra e il corpo proiettato sempre verso l’alto. Mai, nei suoi trentasette anni ha mai provato una sensazione simile, neanche quando da bambino suo padre lo sollevava sulla propria testa e lo lanciava verso l’alto per farlo ridere, neanche quando, con suo fratello Mako, saltava dal tetto di casa in una piccola piscina in giardino, neanche nelle non rare volte in cui si è lasciato cadere nel vuoto, in una missione o in un attacco, sicuro poi di essere ripreso al volo da uno dei suoi compagni. 

È una coscienza che sta per spegnersi, che vuole spegnersi, che ha perso ogni desiderio al combattimento o alla rivalsa, che non sente il bisogno più di esistere. È in pace, e potrebbe anche lasciarsi scivolare definitivamente nel nulla. Non ricorda, non sa, non vuole, il corpo pesa ed è leggero allo stesso tempo; le membra sono rigide e aeree, un nulla in cui riesce a riconoscere ancora i barlumi vaghi della sua mente.

 

Non ha mai realmente pensato alla morte, non alla sua. Ha sempre temuto di perdere le persone a lui care, prima i suoi genitori, poi suo fratello e poi ancora i suoi amici, i suoi compagni. La morte degli altri lo ha sempre terrorizzato come il più spaventoso dei mostri, ma la sua, no, la sua non lo ha neanche mai toccato. 

Bolin è un dominatore della terra, è sempre stato in prima linea, scudo e barriera per gli altri, ad aprire varchi, a creare muri e protezione per i suoi amici. La morte lo ha sempre sfiorato, fin da quando era un triste ragazzino annoiato e si è imbattuto per la prima volta in Korra, nell’avatar; sin dalla prima volta in cui ha smesso di esercitare il dominio per se stesso, per sopravvivere, e lo ha iniziato a impiegate per aiutare gli altri. 

 

La morte è leggera e placita e non raccoglie al proprio interno alcun tormento e Bolin quasi si chede se sia in paradiso, se esista il paradiso. Non ci ha mai creduto, non ci ha neanche mai pensato. Sua madre gliene ha vagamente parlato quando, da bambino, è morto uno dei loro pesciolini rossi; gliene ha parlato ancora Mako, al funerale dei loro genitori, ma Bolin lo ha semplicemente archiviato in un angolo della sua mente e poi ha smesso di pensarci. 

 

Se quello, quel non essere niente, sia il paradiso, non è poi così male. Il corpo è niente, la mente è vuota, il dolore non esiste. A Bolin piace e allo stesso tempo gli è quasi del tutto indifferente. Potrebbe rimanere sospeso in quel nulla cosmico per il resto del tempo, per tutto l’arco cosmico dell’esistenza divina e terrena, e non gli importerebbe. 

 

Quando poi il corpo smette di essere pesante e nullo allo stesso tempo, e inizia semplicemnte a pizzicargli, a formicolargli, come se una miriade di formiche gli stiano camminando addosso, la mente di Bolin diventa un po’ più vigile. 

Avverte il tocco lieve di mani, il bisbiglio confuso di una voce familiare, il calore di un altro corpo e improvvisamente tutto smette di essere vuoto e nullo e la sua carne freme, i muscoli si agitano, il suo cuore riprende a battere con più vitalità. Non è ancora morto. 

 

 

Apre gli occhi e incontra le iridi grigie e lucide di Jinora, il viso tondo, i capelli arruffati, le labbra che improvvisamente si piegano verso l’alto,  e ricorda che lei, il paradiso, glielo ha dato già.

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 M4 | Ti porterò in paradiso 

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Ricorda vagamente la prima volta in cui si sono incontrati, mesi prima. Aveva capito immediatamente quale fosse la sua natura, aveva capito senza ombra di dubbio, nel momento in cui i loro occhi si erano incrociati, di avere davanti un alfa – così come era sicuro che l’altro avesse capito altrettanto bene che lui fosse un Omega.

Lavorare insieme era imbarazzante e strano, anche se nessuno dei due ne aveva mai fatto parola e Samuel è un Alfa piuttosto atipico. È alto e di bell’aspetto, ma non mostra quella mascolinità marcata e brutale che di solito caratterizza quelli del suo genere. Se non fosse per il lieve odore di feromoni positivi che emana, Alex forse non lo avrebbe identificato con tanta sicurezza.

Lavorare con il genere opposto è strano e atipico, in genere le società li dividono in squadre diverse, in modo tale da limitare il quanto più possibile problemi di vincoli o assalti o calori, ma il loro è un settore così specifico e poco trattato, che era inevitabile che prima o poi si incontrassero.

 

Neanche si toccano, quando si passano i documenti o lavorano fino a tardi. Si parlano poco, non si guardano se non è una cosa assolutamente necessaria e i loro colleghi potrebbero anche giurare di non averli mai visti sorridersi o chiamarsi per nome. 

 

Sono un Alfa e un Omega che lavorano insieme con il più totale disinteresse l’uno per l’altro, forse? Alcuni si chiedono se sia davvero possibile, ma gli altri colleghi sono tutti beta. L’unico altro omega è legato e non avverte ormai più alcun tipo di feromone se non quello del suo compagno.

 

Sono talmente estranei e disinteressati l’uno all’altro, che un viaggio di lavoro insieme sembra quasi solo una seccatura, più che un vero e proprio pericolo. 

 

 

*

 

 

Alex è stato con degli omega. È sempre stato attratto da quei corpi esili, dai fianchi larghi e dai genitali piccoli. Ha sempre trovato un desiderio sfrenato e un appagamento indicibile nell’essere lui ad avere il controllo, nell’essere lui a gestire il gioco, a essere lui a spingersi nell’altro e a farlo gemere e a schiacciarlo sotto di sé, a fingere di avere un genere diverso da quello che ha per almeno qualche ora. 

Alex è grazioso come qualsiasi altro omega, con il corpo magro, il bacino largo che tradisce la sua fertilità e il culo che si inumidisce, pronto ad accogliere l’uccello di un altro uomo. Ha scopato anche con qualche beta, si è lasciato mettere a quattro zampe e li ha implorati per farsi scopare fino allo sfinimento. Ha emesso suoni osceni e suppliche e gemiti che, al solo pensiero, gli fanno ancora rizzare l’uccello. 

Il sesso è un gioco di potere, di appagamento, di scoperta. Non si è mai legato, non ne ha neanche mai sentito il bisogno. Quando va in calore, quando lo sente avvicinarsi, si trova un partner occasionale e passa i restanti tre giorni a farsi scopare e a scopare, fino a che non si sente prosciugato di ogni energia e il suo corpo non torna alla normalità.

 

Non ha mai scopato con un alfa, non ha mai avuto nessun tipo di relazione con nessuno di loro, a dire il vero. Alex è sempre stato ben attento a non farsi mordere, a non farsi legare, a non creare un vincolo con un alfa, terrorizzato all’idea di perdere la propria libertà. Ha passato tutta la sua vita a rinnegare la propria natura, poi, semplicemente, è partito con un collega e tutto è andato a puttane.

 

Non fanno neanche in tempo a chiudersi alle spalle la porta della stanza d’albergo e a far cadere i bagagli, che Samuel è tra le sue gambe, con il suo uccello tra le labbra e un dito infilato nel suo culo. 

- Ti porterò in paradiso – gli sussurra, con il cazzo schiacciato in gola e infilando dentro di lui un altro dito. 

Alex semplicemente geme e dice addio a tutto, mentre i feromoni dell’altro iniziano a fargli del tutto perdere qualsiasi barlume di razionalità e la mente scivola via. È solo un omega, una preda, e più l’altro lo succhia e lo allarga, più lo prepara a scoparlo, più lo fa aspettare e desiderare, più Alex sente il bisogno quasi umiliante di pregarlo e di essere scopato e schiacciato sotto l’altro, di diventare solo una cosa, carne per altra carne.

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