Mar. 14th, 2019

irgio: (Default)

  • Scritta per la quinta settimana del COW-T9;
  • prompt: fuga;
  • 553 parole;




Il cuore le martella nelle orecchie e il fiato le manca, è un risucchio doloroso ed estenuante, che le brucia la gola e le fa dilatare le narici in un modo grottesco e quasi ridicolo. Corre a perdifiato, i piedi che sbattono malamente contro il suolo e il corpo che impatta contro superfici che non riconosce e che non sa neanche che cosa siano.
Fa freddo, è buio e non sente e non vede nulla, presa da un terrore tanto profondo e incontrollabile da annullarla e spingerla a essere quella creatura senza anima o ragione che agogna solo la sopravvivenza e nulla più.
Non vede e non sente, ma è certa che la stiano seguendo. L’istinto lo suggerisce, lo grida, le rosicchia l’animo per metterla in guardia e lei accelera la fuga con cieca fiducia in quella vocina che sussurra e si agita nella sua testa.
Riconosce una foglia che le sbatte contro la faccia, lo scrocchiare di un ramoscello sotto al peso del suo piede, la spina di un cespuglio che le graffia la pelle chiara. Bosco, registra la sua mente e rimane intontita e incredula nel realizzare di non sapere dove realmente sia e come ci sia arrivata. Sa solo che deve correre e le sue gambe obbediscono prontamente.
Dovrebbe essere nel suo letto, nascosta dal tepore e dalla sicurezza della sua casa, a prepararsi per il giorno dopo o a riposarsi da quella routine giornaliera che lei non fa che ripetere che la ucciderà. Realizza con un lampo di dolore misto a paura che probabilmente quella routine è stata interrotta per sempre, che non si ripeterà, che non tornerà alla vita di tutti i giorni, a lamentarsi per il treno in ritardo o per il pessimo caffè del bar vicino all’università. Le si stringe lo stomaco e annaspa, mentre le risale un rigurgito ed è nauseata all’idea di non sapere quale sia stato il suo ultimo pasto.
Sbatte contro un ramo, un tronco, un cespuglio. Avverte il dolore di una nuova ferita che si forma, di un livido che a breve prenderà colore, di una cicatrice che spera di aver il tempo di vedersi formare.
Dietro di lei sente solo uno schioccare di rami, di foglie secche e si chiede se non sia arrivato il momento di fermarsi, se non abbia seminato qualsiasi cosa la stesse seguendo – se c’era davvero qualcosa che la stava seguendo- ma la paura è troppo grande e anche se le sembra che il cuore le stia per uscire dal petto e si sente morire, con i polmoni che le bruciano e il respiro troppo rapido, i suoi piedi non accennano a fermarsi.
Fugge e le sembra che sia tutto quello che abbia mai fatto, che la vita tranquilla e monotona, che la routine, siano solo un sogno sfocato, un’illusione della sua mente per sfuggire a tutto quello e si chiede cosa sia reale e cosa no.
Potrebbe fermarsi, potrebbe farlo davvero. Da cosa sta scappando? Non lo sa, ma non vuole scoprirlo; non vuole neanche continuare a correre, a fuggire, a strusciare la pelle contro le foglie, i rami e tronchi.
Potrebbe fermarsi, si ripete, ma poi inciampa, rotola e batte la testa. Il dolore è appena percettibile, la paura evapora all’improvviso e la corsa finisce. Da qualche altra parte inizia una nuova caccia.



irgio: (Default)
 
  • Scritta per la quinta settimana del COW-T9;
  • prompt: scontro;
  • 728 parole;





C’è un piacere sottile, quasi animalesco, nel colpire, ferire, sentire la pelle che impatta contro quella dell’avversario, nelle ossa che scricchiolano e il sangue che esce.

La folla grida, scalpita e li incita a continuare fino a che uno dei due non ne può più, finché uno non si arrende o cade e muore. Le luci sono puntate su di loro e la gabbia che li imprigiona, ne impedisce la fuga o la resa. Sanno che solo uno dei due potrà uscirne intero e arrendersi non è una prospettiva accettabile.

Un pugno, un calcio, una parata, un alto pugno, in una sequela infinita e disperata, col sangue che gli pulsa nelle orecchie e i denti che si stringono all’inverosimile. Uno davanti all’altro, non conoscono neanche i loro nomi e non ha importanza, sono solo carne da macello, personaggi senza identità o spessore che si affrontano per il godimento di altri. Si sono incrociati nelle loro celle, nei piani inferiori, ma non si sono mai parlati. Parlare non è proibito, ma è stupido. Conoscere i nomi dei propri nemici, dei propri avversare, la loro storia, la loro vita, è una debolezza che può diventare fatale. Un attimo di esitazione ricordando il suono di una voce o un nome può decidere la fine dell’incontro e quindi inesorabilmente la propria morte.

Vivono insieme, ammucchiati come animali; conoscono la puzza delle feci l’uno dell’altro, i versi strozzati che emettono nel sonno, sanno riconoscere quando l’uno o l’altro sono malati o stanchi, ma non sanno i loro nomi. È un tacito accordo, quello di non dirli, di non parlarsi, di non affezionarsi, di non creare legami fiacchi e temporanei.

Colpire, ferire, sopravvivere deve essere il loro unico interesse, l’unico motivo per cui svegliarsi e riaddormentarsi e sopportare tutto quello che c’è nel mezzo. Non c’è speranza di fuga, non c’è una prospettiva futura più rosea, solo l’amara consapevolezza di poter prolungare ancora di un giorno la propria esistenza resistendo un po’ di più, colpendo un po’ più forte, dimenticando un po’ di più chi si era prima di entrare nella gabbia.

Alcuni sopravvivono dimenticando se stessi a favore della bestia che giace nei loro animi e che li trascina disperata verso la vita, altri si arrendono, si aggrappano a quello che erano e lasciano che le bestie altrui li dilanino inesorabilmente. In entrambi i casi, offrono uno splendido spettacolo e i loro padroni, i loro aguzzini, ne sono compiaciuti.

Colpisce ancora il suo avversario e dentro di lui la bestia gioisce, avvertendo la fine dell’incontro fari più vicino e quindi la possibilità di vedere l’alba di un altro giorno; colpisce e l’avversario vacilla, indietreggia e sa già dove colpirlo di nuovo per non ucciderlo subito. Gli spettatori vogliono uno spettacolo, vogliono l’intrattenimento, la ferocia del combattimento all’ultimo sangue, due o tre incredibili attacchi, non che lo scontro finisca rapido e indolore. Non sarebbe divertente, non sono lì per quello.

Sputa per terra e colpisce una, due, tre volte l’avversario, il nemico, il compagno di cella e di torture; lo colpisce e vorrebbe che ci fosse una a caso delle facce che vede nella folla davanti a lui al suo posto.

Quando alla fine ne hanno abbastanza e una delle sentinelle gli fa un piccolo cenno di consenso, lo finisce. Spezzare il collo è un’arte che ha imparato con il tempo; è scenografica e gli spettatori rimangono per qualche secondo col fiato sospeso, mentre il suono dell’osso rotto risuona tra di loro cupo. Spezzare il collo è rapido e indolore, è un gesto di misericordia che sente di potersi concedere, anche se la bestia dentro di lui non approva tutta quella morbidezza.

Il corpo si affloscia tra le sue mani e cade privo di vita e la folla emette un boato, festeggia e ritira la vincita della propria scommessa o si maledice per aver puntato sul cavallo sbagliato.

La furia e l’eccitazione per la battaglia scemano e lui viene ricondotto nella propria cella, insieme ad altri senza nome e senza faccia, solo con la puzza dei loro corpi e gli umori della loro paura.

Il giorno dopo lo scontro si ripeterà ancora e anche quello dopo ancora, in una sequenza infinita e alienante fatta solo di combattimenti e scontri senza faccia, con nuovi corpi da macellare che vengono acquistati e venduti e con le bestie che dentro di loro nascono, crescono e li annientano.








Random (3)

Mar. 14th, 2019 11:46 pm
irgio: (Default)
  •   Scritta per la quinta settimana del COW-T9
  •  prompt: meraviglia;
  • 1088 parole 



C’è un che di strano e catartico nel modo in cui le cose nuove entrano nella sua vita e la cambiano, anche se sono piccoli dettagli, talvolta anche insignificanti. Li assorbe, li fa propri e poi passa alla novità successiva con l’interesse curioso che si pensa appartenere unicamente ai bambini.

Alice, però, di anni ne ha ventitré e l’infanzia l’ha passata già da un pezzo, ma non riesce proprio ad abbandonare quel senso di meraviglia che la pervade nell’apprendere cose nuove, scoprire un dettaglio in più, un’informazione che prima non aveva. Osserva il mondo con la genuina curiosità che i suoi coetanei hanno già iniziato a perdere, ingrigiti e sfiacchiti dalla routine che ormai hanno intrapreso.

Alice affronta ogni giorno come se fosse una scoperta, un piacere unico e talvolta, a causa di quell’espressione di meraviglia che le si presenta sul volto, sembra anche un po’ ridicola. È la ragazzina un po’ toccata, che in realtà è una giovane donna, ma non dimostra l’età che ha. Sembra una sedicenne, non le si darebbe più di diciotto anni e attira su di sé ancora gli sguardi squallidi di quegli adulti che si sentono attratti dai bambini nel modo sbagliato.

Alice ha una vita normale, monotona, a tratti anche noiosa se la si guarda con gli occhi di un osservatore inconsapevole, ma a lei piace. Va all’università, si tiene impegnata con qualche lavoretto, legge, gira per la città e guarda e studia tutto con gli occhi di chi lo vede per la prima volta – sì, anche la strada che fa ogni giorno per tornare a casa. Talvolta, quando i soldi sono abbastanza, Alice viaggia. In aereo, in treno, anche in pullman. Va in posti nuovi e li visita, lasciandosi trasportare da quella meraviglia infantile che la caratterizza e la rende un po’ toccata per chi non la conosce.

All’università studia una di quelle materie poco interessanti e piuttosto sconosciute, poco remunerative e i suoi compagni di corso sono figure grigie e con cui non riesce mai a parlare, più interessate a completare gli studi per poter vantare una laura qualsiasi che a immergersi nel piacere e nell’amore per lo studio.

Alice talvolta si siede da sola su una panchina e guarda i passanti, iniziando un gioco che faceva da bambina con le sue amichette, immaginando i loro nomi e le loro vite, lanciando a indovinare come sia andata la giornata e dove stiano andando. È stupido, ma è un ottimo modo per passare il tempo e allenarsi a individuare quei dettagli che altrimenti sarebbero passati inosservati: uno sguardo spento, una camicia mal abbottonata, gli auricolari messi al contrario o una borsa aperta. Li guarda e li imprime nella sua testa, talvolta si compiace nel riconoscere un passante visto qualche giorno prima e si diverte a riprendere la storia della sua vita dal punto in cui l’aveva lasciata.

Alice è piccino, coi capelli scuri e lisci e gli occhi di un anonimo color nocciola; non è appariscente nel modo di vestire o comportarsi e ha voce timida e flebile di chi non è abituato a parlare spesso con persone sconosciute. Le piace camminare e nel farlo scopre e osserva quello che le è intorno.

La Meraviglia sopraggiunge sempre, alla fine. È inevitabile e lei lo sa bene, la attende pigramente, e la giornata non può considerarsi conclusa finché non le si manifesta. Alice apre gli occhi più del dovuto e socchiude le labbra, mentre si appropria di una nuova informazione e questa le si imprime dietro agli occhi.

È piacevole e confortante riuscir a dare una spiegazione a tutto quello che vede e la circonda, capire i meccanismi delle cose e poter indovinare come qualcosa si evolverà. Si sente un po’ più sicura nello studiare il passo di chi la precede o nel sapere con precisione quanto tempo ci voglia prima che il semaforo scocchi nuovamente.

È stata così fin da bambina, la tipica ragazzina che non fa che chiedere perché fino a quando il concetto non le è chiaro e la cosa non le sembra filare a dovere. Durante l’infanzia ha fatto dannare i suoi genitori con quelle domande improbabili e curiose a cui loro spesso, presi in contropiede, non sapevano rispondere.

- Perché sì – non è mai stata una risposta accettabile e Alice non mancava mai di dirlo e di chiedere ancora e ancora, finché mamma o papà non si arrendevano e le snocciolavano il concetto nel modo più chiaro e dettagliato possibile. Era sfiancante e insolito, anche per il bimbo più curioso. Essere svegliati la mattina da quella vocina petulante che chiedeva e pretendeva di sapere, alla lunga, divenne fastidioso – lo sarebbe stato anche per il più paziente e amorevole dei genitori.

Spiegarle che fosse sbagliato era inutile, perché seguiva un immediato perché che portava solo ad altre spiegazioni e altre domande, in un circolo infinito. E in fin dei conti, non potevano dirle che era sbagliato voler sapere, perché così non era. Si trattava solo di dargli tregue, ma come spieghi al tuo bambino che ti sta facendo impazzire senza dirgli di smettere di parlarti? È impossibile e al tempo stesso sbagliato e provocava in mamma e papà un fastidio e una vergogna così grande che non ne parlavano neanche tra di loro.

- Rispondi a tua figlia – o – Tua figlia vuole sapere come si riproduce il cuculo – erano i migliori scambi di parole che avevano al riguardo. Poi un giorno suo padre ebbe il colpo di genio che salvò la situazione e riportò una parvenza di tranquillità alle loro giornate.

- Osserva – le disse fingendo di star per rivelarle uno di quei grandi segreti dei grandi – Osserva le cose e capiscile da sola, sei una bimba grande ormai –

Alice, con l’ingenuità propria dei bimbi, credette davvero che quello fosse un segreto dei grandi e avere un papà così buono.

La Meraviglia prese forma così e la accompagnò durante l’infanzia e l’adolescenza, compagna fedele della sua curiosità. Tuttora le fa compagnia nell’età adulta, anche se non parla più con quei genitori che la trovavano troppo vivace per starle dietro e non ha mai avuto degli amici che la capissero davvero.

Alice sta, osserva, guarda e si dà risposte da sola. La meraviglia per ogni cosa è una costante, le tiene compagnia e al tempo stesso la allontana dagli altri. Non chiede più, si limita a darsi spiegazioni da sola, chiusa in quella bolla sicura e appena un po’ asfissiante che suo padre ha costruito per lei anni addietro.





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