Feb. 26th, 2020

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Feb. 26th, 2020 04:15 pm
irgio: (Default)
 
  • Storia scritta per la quarta settimana del COWT10;
  • 2500 parole;
  • BNHA - Baku/Deku;
  • Beastars!AU;
  • prompt: You are the only thing I want to own

 

 

 

 

 

La UA High School è uno di quegli istituti progressisti e all’avanguardia dove i corsi sono di prima scelta, le strutture sono nuove di zecca e i dormitori sono pensati per rispondere alle esigenze di ogni studente. Quando si è convertito, circa dieci anni prima, è stato sulla bocca di tutti, tutti i giornali ne hanno parlato e ha attirato l’attenzione mediatica come pochi altri eventi prima di quel momento. 

La UA High School è un istituto misto dove adolescenti carnivori ed erbivori seguono insieme le lezioni e condividono le ore scolastiche, è un fulgido esempio per la società che si sta man mano andando a formare, un modello da seguire e un terreno in cui i ragazzi possono muovere i primi passi nel mondo, lontani dalla protezione della tana di famiglia, e sperimentare e capire chi e cosa vogliono essere. Non sono semplicemente erbivori e carnivori, preda e predatore; i rapporti con studenti di altre specie sono favoriti e invogliati. Alcuni, primo a quel momento, non hanno mai incontrato un erbivoro o un carnivoro o un animale di qualche specie esotica e di cui avevano sentito parlare esclusivamente sui libri scolastici o visto in quei begli album a colori che ogni tanto escono in edicola.

Le classi sono miste, anche se istintivamente erbivori e carnivori tendono a fare gruppetti separati e i predatori non sono del tutto visti con tranquillità da chi in natura sarebbe il loro pranzo; i club sono misti, possono prendervi parte tutti gli studenti e non sono ammessi club esclusivamente destinati a carnivori o erbivori, anche se per natura alcune specie prediligono attività più pacate e pacifiche e altre quelle più esuberanti e che richiedono una prestanza fisica maggiore; i dormitori, invece, sono divisi per specie: canidi con con canidi, volatili con volatili, felini con felini, rettili con rettili, caprovini con caprovini e così via. 

Gli animali acquatici, così come per il resto della società, non sono ammessi, fanno esempio a parte e vivono nelle loro lagune o nell’oceano e seguono leggi e stili di vita del tutto peculiari alla loro organizzazione sociale e i loro rapporti con le specie terrestri sono molto limitati e mal visti, anche se gli attivisti per le pari opportunità e diritti di tutte le specie animali si stanno già muovendo e facendo sentire per promuovere una vera integrazione tra tutti. Nonostante ciò, alla UA si studia anche la lingua del mare, seppur rappresenti un corso di estrema difficoltà e rientri tra  le materie a scelta che quasi nessuno studente predilige - non tanto per disinteresse verso le creature acquatiche, alcune godono di una bellezza unica e di un’attrattiva non indifferente per gli adolescenti, ma perché scegliere quella materia equivale a spendere ore interminabili cercando di apprendere una lingua che per alfabeto e suoni non ha nulla a che vedere con quella terrestre. Stesso dicassi della storia delle creature acquatiche, che è complessa e complicati e in alcuni casi oscura e non coincide con quella delle creature terrestri, creando non pochi problemi con la cronologia e l’apprendimento mnemonico di termini e nomi difficili anche solo da pronunciare. 

 

Katsuki Bakugou appartiene alla classe dei grandi carnivori. È un lupo grigio, con il pelo ispido e insolitamente tendente al biondo, una coda voluminosa e la pessima tendenza ad andare in escandescenza e mostrare le zanne, anche se questo è contro il regolamento della sua scuola e gli provoca non pochi richiami. In genere, i carnivori sono invogliati a mantenere un atteggiamento pacifico e tranquillo, a non dar mostra della loro forza o dell’indole predatoria e a fingersi agnellini, sopendo la loro vera natura. Ovviamente nessun erbivoro è tanto ingenuo da credere davvero che uno studente tigre o una studentessa varano sia una creatura innocua, ma l’apparenza nel loro mondo è tutto ed è un dettaglio che non può essere assolutamente ignorato.

Spesso Bakugou finisce in qualche rissa, litiga con qualcuno dei suoi compagni di dormitorio o si accalda in modo eccessivo e finisce puntualmente in punizione. Più volte ai richiami è seguita la minaccia di espellerlo, ma è uno studente modello dal punto di vista accademico, uno di quelli con la media più alta, e non è mai stato coinvolto in nulla di spiacevole con alcuno studente erbivoro. 

Katsuki è alto e muscoloso, come tutti gli esponenti della sua specie, anche se non ha lo stesso spirito affine e federe tipico dei canidi, né il desiderio di formare legami duraturi, di avere un branco in cui inserirsi e su cui fare affidamento. È un lupo solitario - nel vero senso del termine - ma, nonostante il carattere burbero e difficile, qualcuno dei membri del suo club - i carnivori, ovviamente - tenta di attaccare boccone o qualche malcapitato gli chiede di poter copiare i suoi compiti - ne segue ovviamente una serie per niente rosea di insulti ed epiteti. 

Condivide la camera con altri cinque canidi ed è un adolescente atipico, va a dormire prestissimo, appena dopo cena, non ama gli zuccheri, non ha appesi vicino al letto poster di donnine succinte e segue una routine da cui detesta distaccarsi. Mangia sempre le stesse cose in mensa, siede allo stesso tavolo - il suo tavolo - ed evita tutte le feste o le occasioni sociali come un ninja. Kirishima, la tigre del bengala che segue matematica con lui ed è nel suo stesso corso, talvolta scherza sul fatto che sia un vecchietto nel corpo di un adolescente; Bakugou lo manda a fanculo senza troppi problemi e la scenetta si ripete quasi ogni giorno, dopo il club, quando la tigre gli propone di bere una cosa o giocare alla play o semplicemente di perdere un po’ di tempo con gli altri sul tetto della palestra.

Kirishima è uno dei pochi ad avere abbastanza confidenza con il lupo da parlarci e scherzarci senza essere azzannato e Bakugou trova divertente alle volte vedere come gli erbivori di piccole dimensioni usino la tigre come da tramite, nel caso gli debbano dire qualcosa.

Ogni tanto qualche ragazza lo guarda con un po’ più attenzione del dovuto, ma Bakugou non sembra mai essere interessato alla cosa; quando, la sera, i suoi compagni di stanza parlano delle loro fidanzate o commentano qualche nuova studentessa, o la scollatura della professoressa di informatica, lui non partecipa mai alla conversazione e liquida ogni loro domanda con un lamento annoiato. 

 

Midoriya Izuku è un coniglio comune, col pelo di un nero che alla luce sembra avere degli insoliti riflessi verdi, il manto delle orecchie è perennemente in disordine, come il ciuffo che gli sta all’insù al centro della testa; ha un carattere solare e disponibile e rientra nella categoria dei piccoli erbivori. È un bravo studente, i suoi voti sono abbastanza alti, anche se alle volte è altalenante e non ha un dono naturale, non gli viene tutto facile e immediato come al lupo, passa ore a studiare, chiuso in biblioteca o annodato su se stesso, tra libri, appunti e le lenzuola del suo lettino. 

Ha la capacità di parlare con tutti, non mostra di avere paura degli studenti erbivori di grandi dimensioni o dei carnivori. Qualche volta qualcuno dei suoi compagni di camera - tutti erbivori di piccole dimensioni, quasi solo conigli - lo prende in giro, sostenendo che sia nato senza istinto di sopravvivenza; altre volta incede viene salvato per un soffio dall’essere calpestato e lì scherzano meno. 

Ogni tanto blatera sul suo sogno di diventare un Beastar, l’animale che fa da esempio a tutti gli altri, il fulgido esemplare che quieta gli animi e mette pace tra carnivori ed erbivori, che dedica la propria esistenza al bene comune e che fa dell’accettazioni di tutte le specie la sua ragione di vita. Un eroe, scelto tra i più eccellenti profili disponibili in circolazione. Uno solo può essere un Beastar e i candidati vengono individuati giù durante gli studi scolastici, seguiti da vicino e avviati a un allenamento da cui solo uno può uscire vincitore. All Might è l’attuale Beastar, è il suo idolo, il suo eroe; lo ha visto per la prima volta in tv, al tg, salvare uno stuolo di erbivori da un incendio e da quel momento lo ha preso a modello e ha deciso di vivere la sua vita seguendo il suo esempio. Non avrebbe avuto paura di un altro animale solo perché più grosso o perché carnivoro, avrebbe sorriso a tutti e avrebbe fatto del suo meglio per rendere il mondo un posto migliore per lui e tutti gli altri animali. 

I suoi genitori hanno appreso e seguito con terrore la sua scelta, mettendolo in guardia e cercando di farlo desistere in tutti i modi. Lui era un coniglio comune, non un leone come All Might, quelli come loro sopravvivono esclusivamente seguendo le regole, non dando nell’occhio, tengono il capo basso e la coda tra le gambe e tenendosi il più lontano possibile da ogni carnivoro ed erbivoro di dimensioni superiori a quelle di un cervo - non di rado qualche piccolo erbivoro non viene visto e finisce calpestato accidentalmente.

 

Midoriya è piccolo e grazioso, con il musetto nero su cui risalta un nasino roseo e spunta un paio di incisivi dritti e bianchissimi. Ha l’aspetto grazioso e tenero dei tutti i piccoli erbivori e agli occhi degli altri animali suscita un’immediata tenerezza e al tempo stesso la necessità di coccolarlo e tenerlo al sicuro. È amico di qualche studente carnivoro ed è un puro caso che non rimanga mai da solo con loro - in realtà ai carnivori è consigliato non rimanere mai soli con uno studente erbivoro, soprattutto con uno di piccole dimensioni, che rientra perfettamente nel tipo di preda prediletta da ogni predatore, sopratutto da quelli ancora in crisi adolescenziale e quindi ancora non in grado di controllare i propri istinti. 

Fa parte del club di lotto della scuola ed è una buffa scena quella di vederlo allenarsi o partecipare a qualche scontro. Alle volte si raduna una piccola folla di studenti sugli spalti della palestra per vederlo allenarsi. Alcune ragazze sono piuttosto carina e i suoi compagni di club sono ben contenti della sua presenza nella squadra, anche se è un piccolo erbivoro in un club quasi esclusivamente fatto di carnivori. 

 

 

Bakugou e Midoriya provengono dallo stesso paesino, sono dello stesso anno e, come per un gioco del destino, frequentano la stessa scuola l’uno dell’altro dai tempo dell’asilo. Le loro madri si conoscono, anche se non hanno che il rapporto cordiale e di facciata che ci si aspetta da due specie che in natura sarebbero state preda e predatore; sono cresciuti nella stessa strada, a poche case di distanza, e da bambini hanno giocato qualche volta insieme - tutte le volte in cui la madre di Izuku non era abbastanza rapida da impedirgli di uscire. 

Bakugou ha sempre avuto l’indole del capobranco, gli altri cuccioli - tutti carnivori o erbivori di grandi dimensioni - lo seguivano come un’ombra nelle avventure più insolite e nelle escursioni più pericolose. Izuku era l’unico erbivoro, un cucciolo di coniglio comune che sembrava stonare in modo quasi ridicolo con il resto della gang. Da un coniglio di certo non ci si aspetta che se ne vada in giro da solo con dei potenziali predatori, a giocare nel bosco, lontano dallo sguardo vigile dei genitori; né che sia lui per primo a correre dietro a un lupo, contro ogni buon senso e il più elementare degli istinti. Bakugou lo ha sempre trovato particolarmente irritante e hanno passato la maggior parte della loro infanzia con il lupo che lo spintonava via e il coniglio che ritornava da lui per niente spaventato, come se tra i due il canile - l’animale fedele – fosse Izuku.

 

 

 

A scuola ignorarsi è impossibile e Bakugou non riesce a evitarlo neanche volendo. Seguono molti corsi insieme, sono dello stesso anno, e Izuku non ha perso il vizio di seguirlo ovunque vada, anche se ora non ha più l’impressione che si tratti di una piccola sanguisuga, quanto più che lo tenga d’occhio, come per assicurarsi che non si cacci nei guai. Più di una volta il lupo lo ha salvato per un pelo dall’essere calpestato da qualche animale più grosso, ma il coniglio continua a incaponirsi sul voler camminare un po’ ovunque, senza rispettare o seguire le linee guida della scuola - in base alla stazza, la struttura scolastica è organizzata in modo tale da concepire percorsi e corridoi differenziati per i vari animali, in maniera tale da evitare spiacevoli incidenti; insomma, non è previsto ed è caldamente sconsigliato che un esemplare di toporagno cammini nella corsia per i pachidermi, per intenderci. 

 

- Kacchan - lo chiama, quando lo avvista e talvolta Katsuki ha come l’impressione che Izuku abbia un olfatto persino più sviluppato del suo, il che è assolutamente folle, considerando che si tratta di un roditore. E gli dà sui nervi quel nomignolo infantile con qui lo chiamava quando erano cuccioli, quando erano in perlustrazione da qualche parte e lo perdeva di vista, quando erano nella boscaglia e di lui si intravedevano solo le lunghe orecchie. Izuku non dà segni di sapere che la cosa lo infastidisca, anche se evita di farlo davanti agli altri studenti da quella volta in cui Kirishima lo ha sentito e ha passato la restante ora a ripetere Kacchan un’infinità di volte, fino a che quella parola non ha quasi smesso di avere un senso o un’articolazione ed è diventata un unico e lungo suono - e Bakugou non gli ha mollato una zampata sul naso tigrato, ben più forte del solito. 

 

 

Katsuki è infastidito dalla presenza di Izuku, lo trova irritante e non approva come questi non segua né assecondi la propria natura. Se gliene importasse un po’ di più, gli direbbe di smettere di cercar di farsi ammazzare. 

- Faccia di merda. Deku - lo chiama di tanto in tanto, ignorando il fatto che il coniglio abbia un musetto adorabile. 

Nonostante ciò, quando si avvicina il coprifuoco e sta per fare buio, lo riaccompagna sempre al dormitorio, lamentandosi per tutto il tragitto e lanciando occhiate assassine a tutti i carnivori che fissano il compagno o mandando allegramente a fanciullo gli erbivori che accelerano il passo quando entra nel loro campo visivo. 

 

Dopo una certa ora agli studenti non è consentito uscire dai dormitori - anche se questa è una regola che vale più per gli erbivori che per i carnivori e in ogni caso dare a un adolescente una regola equivale a sfidarlo a romperla. 

A Izuku piace passeggiare la sera, quando tutto è buio e il suo cuore gli martella nelle orecchie per dirgli di tornare nella tana, al sicuro. Lo fa un po’ per abituarsi a non avere paura, un po’ per provare agli altri che non c’è niente di cui avere paura. 

Quando una sera qualcosa lo agguanta e artigli gli entrano nella carne, per la prima volta scopre cosa sia il terrore, di essere davvero una presa, di star per essere mangiato. E solo distrattamente registra di non avere detto addio a Kacchan. 






Believe

Feb. 26th, 2020 04:38 pm
irgio: (Default)
 
  • Storia scritta per il COWT10;
  • 2500 parole;
  • Snk - Rivetra 
  • Prompt: You wanted to make me believe in love;

 

 

 

 

 

 

 

 

Petra è uno dei suoi sottoposti. Non sembra brillare particolarmente per le abilità militari, né per il carattere, né per alcun ché. Levi a malapena ricorda la sua esistenza, quando la incrocia nel quartier generale o quando Erwin gli chiede novità sui loro nuovi acquisti. 

È una ragazzina mingherlina, col viso pallido e l’espressione di chi non ha mai davvero dovuto fronteggiare una battaglia. È la classica figlia di una famiglia non troppo povera che ha deciso di diventare soldato per assicurarsi una vita altrettanto agiata, lontana dal pericolo della fame o della povertà - pensa Levi. Nel loro mondo, essere un soldato è un ottimo modo per una donna per emanciparsi, per uscire dal controllo del padre e non dover sottostare a un marito o accettare compromessi che non si desiderano. Più di una ha scelto quella strada per inseguire una libertà che in fin dei conti, rinchiusi dentro quelle mura, è per tutti solo una grande illusione. In genere però la gente non sceglie il Corpo di Esplorazione - non decide spontaneamente di suicidarsi - per ottenere la lib età. 

Levi ha sempre ritenuto di avere occhio, di saper capire una persona già da un primo sguardo; è una dote che ha coltivato fin da ragazzino e che lo ha aiutato ad andare avanti, a scegliere chi truffare, chi derubare e da chi tenersi alla larga se desiderava continuare ad avere la testa attaccata al collo. Esamina sempre i nuovi soldati - la nuova carne al macello - e lo fa più per abitudine che per corrispondere all’ordine di Erwin di tenerli d’occhio e cercar di capire chi di loro può tornare utile e chi è destinato a morire subito e per cui non vale la pena perdere tempo. 

Lo fa in modo naturale, coglie un dettaglio, un’espressione, un tentennamento nel modo di poggiare un piede o articolare una frase e sa chi ha davanti. È una dote naturale che ha salvato la vita a lui e a numerosi membri della Legione Esplorativa innumerevoli volte. 

Levi è anche il genere di uomo a cui non piace sbagliare o essere contraddetto, coltiva una filosofia di vita tutta sua, in cui la perfezione è il fine ultimo e il fallimento non deve essere contemplato. Sbagliato vuol dire morire e lui non può ancora permettersi il lusso di abbandonare quel mondo. 

È piuttosto seccato quando col tempo si rende conto di essersi sbagliato sul conto di quel soldato semplice - già il fatto che non sia crepata durante la loro prima missione esplorativa è stato un campanello di allarme decisamente inatteso. Petra Rall è un soldato valido; è una donna timida e pacata, non il genere di persona che dà nell’occhio o che sembra intenzionata a eccellere - ma lo fa lo stesso e Levi la vede. Appartiene sì a una buona famiglia, ma entrare nell’esercito è stata una decisione presa unicamente per seguire il suo istinto e il suo desiderio di salvare l’Umanità, non per sottrarsi a un padre padrone o per elevare la propria condizione sociale - I genitori di Petra sono persone adorabili e quando ha il giorno libero la vanno a trovare; il padre è un ottimo cuoco e ogni volta si presentano con cibo delizioso per tutti loro e sono piacevoli e affettuosi come il genitore ideale di cui si sente parlare nelle favole per bambini e che nessuno crede possa davvero esistere. 

Petra è attenta, è brava, ha un ottimo istinto e i suoi riflessi sanno assecondarlo alla perfezione. Quando è in missione, la sua posizione di sposta di continuo. Ogni volta si rende più valida, più indispensabile. Dalle retrovie fa rapidamente la gavetta, fino a ritrovarsi nelle file di sfondamento. 

Petra è una dei sottoposti di Levi e con il tempo questo la inizia a riconoscere, non è più un volto senza nome o interesse che probabilmente rivedrà solo un’altra volta sulla pira. È seccante e al tempo stesso eccitante avere qualcuno che sopravviva - che resista - al tempo e alla morte, alle fauci dei loro nemici e che faccia ritorno alla base al suo fianco. 

 

 

 

Petra ha i capelli del colore del grano e gli occhi che riverberano alla luce del sole, il sorriso gentile e i modi pacati di chi sembra avere a propria disposizione una pazienza infinita. Profuma di buono, di fiori, e Levi apprezza molto che sembri una di quelle persone che tengono all’igiene e alla pulizia. È una donna curata, anche se non ha la bellezza procace e appariscente delle donne con cui ha avuto a che fare da ragazzino nei bassifondi della città. 

Petra è bella in modo delicato e piacevole, quasi rassicurante. Non ha bisogno di essere appariscente, né è nella sua natura. Sa essere silenziosa come un’ombra e spesso non ci si accorge della sua presenza - il che è solo un altro punto a favore per il soldato che è.

Le sopracciglia sono sottili e bionde e la fronte difficilmente si aggrotta. È una delle poche donne della Legione Esplorativa e spesso i suoi commilitoni la infastidiscono o si divertono a fare sfoggio di una mascolinità eccessiva e bruta con il solo scopo di metterla in imbarazzo o farla arrossire e ricordarle che lei, in fin dei conti, è solo una donna e che quello non è il suo posto. Un po’ di sano nonnismo, lo chiamano loro. 

Petra che è l’ultima di quattro figli, con tre fratelli maschi, non è nuova a questo genere di atteggiamenti o comportamenti, solo che a vent’anni pensava che quella in cui si ha bisogno di affermare il proprio io maschile fosse ormai passata. Non dice niente in ogni caso, rispondere è inutile, e quando qualcuno va un po’ oltre o prova a toccarla, semplicemente alza i tacchi e va via. Qualche volta le sono uscite anche una o due risposte acide, ma non vede perché dare peso alla cosa.

Una sera, quando sta facendo ritorno al proprio alloggio, un soldato, uno di quelli che di solito si diverte a pranzare in mensa con lei e a fare allusioni non troppo velate, le si para davanti. Le afferra un polso, è ubriaco. 

- Andiamo, dolcezza - biascica tanto che Petra fa quasi fatica a capire cosa dica, anche se le sue intenzioni sono invece piuttosto chiare - Fammi compagnia. Ci divertiamo - e la tira di nuovo.

Petra è un soldato, è addestrata, non lascia che il terrore la schiacci o la fermi. Non si lascia fare alcun ché, sa difendersi. Sa difendersi meglio di molti altri soldati e il suo corpo reagisce prima ancora del suo cervello. Si divincola, strattona il braccio e l’altro soldato barcolla e cade a gambe all’aria.

- Buttana - biascica ancora e fa per rialzarsi, ma i sensi non lo assistono, il mondo gira e alla fine rinuncia e si accascia al suolo. Petra è ancora interdetta quando lo sente iniziare a russare. Il mattino dopo non si sarebbe ricordato niente.

Lei invece si sente umiliata, anche se non le è stato fatto niente e non ha avuto bisogno dell’aiuto si nessuno. 

 

La mattina dopo ha dei segni sul polso, le occhiaie di chi ha passato una notte insonne a rodersi il fegato e una fronte aggrottata che non le si addice. Levi lo nota, mentre sono in ufficio e le sta dando delle scartoffie da riordinare. Lei gli allunga la sua tazza di caffè, come ormai di consueto, e lui li vede, i lividi. 

È cresciuto in un contesto in cui i lividi su una donna o su un ragazzino sono una consuetudine e avere solo quelli è una gran fortuna. Al tempo stesso ha seguito la filosofia del “chi si fa i fatti suoi campa cent’anni”. Se un soldato non è abbastanza forte da difendersi da solo, è destinato a morire, a dare la sua vita per la causa. Nulla di nuovo. 

I deboli nel loro mondo vengono schiacciato - divorati - e ognuno dovrebbe imparare fin da subito a camminare con le proprie gambe. 

Petra non fa cenno della cosa, non dice niente sui lividi. Non parla per niente e Levi intuisce che non si tratti di paura o timore il suo, ma di rabbia. Ne è compiaciuto.

Quando alla fine si accorge dei suoi occhi su di lei, si tira giù le maniche e chiude tutti i bottoni dei polsini. 

Levi si dice che non sono affari suoi, che indagherà giusto per essere sicuro di non avere problemi durante la prossima operazione al di fuori delle mura. Quel giorno la tiene in ufficio più del dovuto. Gli straordinari per lui non sono una cosa insolita, ma in genere a una certa ora manda tutti via per poter lavorare da solo - si concentra meglio, dice. Petra non sembra fare caso alla cosa, troppo impegnata a ricontrollare gli ultimi report provenienti da un punto di osservazione a ovest delle mura. Quando alla fine la manda via, fanno un tratto di strada insieme e col passare dei giorni quella diventa una piacevole abitudine.

 

Petra siede sempre al solito tavolo e i suoi turni di solito non coincidono con i soldati che fanno parte della squadra di Levi, con le persone con cui ha legato o con cui ha fatto amicizia. A mensa spesso non ci sono facce amiche, solo volti conosciuti, ma è una cosa a cui ha fatto rapidamente l’abitudine e che non la tocca più.

È dura, è una roccia, e il pasto lo consuma rapidamente per tornare il prima possibile a lavoro. La sua è una vocazione, non ha scelto quella strada per avere una scappatoia - certamente non avrebbe scelto la Legione Esplorativa in quel caso - e il lavoro la completa, le appartiene. Anche semplicemente sistemare documenti od obbedire a un ordine di un suo superiore la fa sentire parte di quell’organismo nato e pensato per l’umanità e tanto le basta. Il pranzo è solo tempo rubato ai suoi doveri e non approva come molti altri lascino che la pausa pranzo si dilati all’inverosimile, attardandosi più del dovuto. 

Il tavolo è uno di quei tavolacci ricavato da lunghe assi di vecchio legno, di quelli resistenti a cui hanno seduto innumerevoli soldati prima di lei - quasi tutti ormai andati. È vicino alla finestra, di solito il sole filtra dal vetro e le fa compagnia durante il pasto. 

La compagnia sgradita è una costante, che sia qualche soldato che vuole fare due chiacchiere non richieste o il balordo di turno che crede di essere un soldato migliore di lei perché ha qualcosa che gli penzola tra le gambe.

Il cibo della mensa non è orrendo, non è neanche la cucina deliziosa e calda di suo padre, ma è accettabile. Niente di immangiabile, tutti cibi scelti per favorire il loro corpo e gli sforzi a cui sono sottoposti durante gli allenamenti. Quel giorno c’è la minestra e ci fa vagare il cucchiaio, il polso ancora viola che le duole appena e la mente rivolta alla missione esplorativa imminente. Neanche si accorge di avere compagnia finché qualcuno non la chiama per nome.

Sono tre uomini, uno più alto in grado di lei, gli altri due soldati semplici. Riconosce l’uomo che l’altra sera l’ha aggredita e dal modo in cui la guarda sa che ricorda, anche se non tutto e non in modo nitido. 

Le avance, le battute, le risate volgari. Sono cose a cui è ormai abituata, è una donna in un organismo quasi prettamente maschile, adattarsi è stata la prima cosa che le hanno insegnato. Si lascia scivolare addosso tutto, le allusioni, gli inviti, i complimenti spinti. Uno dei due soldati semplici, l’altro, ha un viso pulito e sembra quasi a disagio quanto lei. Non parla, sia limita a succhiare la minestra dal proprio cucchiaio facendo più rumore del necessario. 

Alla fine arriva, la mano. L’uomo dell’altra sera - Jona, tipo - le dice qualcosa di osceno e poi prova a toccarle il petto. Petra non ha neanche il tempo di capire esattamente che cosa stia accadendo, che la faccia del soldato è affondata nel suo piatto, spinta con tanta forza da quasi romperlo. 

Levi è dietro di loro, l’espressione serafica e arcigna di sempre, il fazzoletto ben annodato attorno al collo chiaro. Se Petra non lo conoscesse, farebbe fatica a riconoscere i segni della rabbia. La mano appena tremula, le dita che si aprono e si allontanano, le sopracciglia più rilassate di quanto gli sia consueto, il piede sinistro spostato in avanti. 

- Dovreste fare più attenti - dice solo e Petra legge un muto teste di cazzo venir mimato dalle sue labbra.

Per qualche giorno, durante quelle settimane, Levi e alcuni membri della loro squadra pranzano insolitamente con lei a mensa. Gli altri soldati non si fanno vedere mai più.

 

 

 

 

Petra ha i capelli del colore del grano e gli occhi color oro, le sue cosce sanno di miele e quando sono insieme, da soli nell’intimità di uno dei loro alloggi, diventano appiccicose e confortanti. Levi ci si perde dentro, affonda dentro di lei e si lascia cullare dal suono del suo respiro, dai suoi ansiti, dai versi di piacere che si lascia scappare prima di cedere a lui del tutto. 

Petra è bella, è delicata e al tempo stesso è un soldato e sul suo corpo porta i segni delle battaglie che ha affrontato - degli scontri che hanno condiviso - degli allenamenti con l’attrezzatura per i movimenti 3D.  Ha il fisico sottile, ma allenato e scattante, e talvolta, quando si sente particolarmente in vena di lasciarla fare, le permette di avere la meglio: si rotolano nelle coperte, si baciano, si mordono, si graffiano e alla fine lei si mette sopra di lui, gli stringe le cosce segnate attorno alla vita e lo lascia entrare dentro di sé.

Gli piace averla lì, così, a passare qualche ora piacevole nel dimenticarsi che fuori il mondo muore e a fingere di essere due nessuno qualunque. Quando è sopra di lui, sobbalzano appena a ogni spinta e bacia prima loro e poi lei.

Ha due seni piccoli e prefetti, coi capezzoli rosei e Levi si diverte a mordicchiarli e succhiarli e a torturarla finché non geme e lo prega di metterglielo dentro senza tanti complimenti. 

Di donne lui ne ha avute diverse, alcune anche quando era un ragazzino, in uno di quei bordelli sudici che frequentava coi suoi amici, altre una volta entrato nelle forze armate. Sono corpi, membra, pelle che gli ha dato piacere, ma per cui non ha provato che l’amore momentaneo per chi ti regala una scopata piacevole.

Petra invece lo rosicchia da dentro, giorno dopo giorno, amplesso dopo amplesso, si scava uno spazio piccolo, tra il suo petto e il suo cervello e lo costringe a provare cose che non desidera, a riconoscere un’umanità che ha cercato di schiacciare; gli insegna a provare affetto e poi amore, anche se sono debolezze che non deve permettersi. 

Petra gli insegna cose nuove, si fa maestra di sentimenti dimenticati e quando poi sparisce, Levi la maledice. 

Lilla

Feb. 26th, 2020 09:01 pm
irgio: (Default)
 
  • Storia scritta per il COWT10;
  • 2500 parole;
  • Soulmate - Originale;
  • Prompt: Gli amanti;











L’amore nel loro mondo è davvero una cosa strana. Si è destinati ad avere una sola anima gemella, un solo individuo che a un certo punto della vita si incontra, non si sa quando - non ci sono regole in merito - e che ti sconvolge tutto di punto in bianco. Non c’è scelta, non si ha libero arbitrio, quando l’anima gemella appare, ti chiama. Sotto un certo punto di vista è quasi rassicurante avere la certezza di non poter sbagliare, che ci sia esattamente quella persona lì, da qualche parte, ad aspettarti per completarti. 

Sul corpo, impresso nella pelle, c’è il segno del legame. Un piccolo bocciolo, una piantina verde che cresce lentamente e che matura man mano, in attesa del nutrimento dell’altra metà del cuore. I fiori, i marchi, sono un segno indelebile. Adornano i corpi di tutti, indifferentemente dal sesso e dall’età. Alla nascita sono solo piccole voglie, macchioline della pelle così piccole da poter essere scambiate con dei nei, un semino che attende di mettere radici.

Crescono con chi le porta e rivelano anche l’indole del portatore: l’azalea per chi è gioioso, speranzoso, sfacciatamente fortunato; la bocca di leone per chi ha un carattere capriccioso e difficile da soddisfare; la calla per chi è una persona sincera, per l’amico fidato; il delphinium per chi non sa nascondere i propri sentimenti, per l’amore sincero, per chi ha un cuore aperto a tutti; il girasole per quei soggetti che entrano in una stanza e la illuminano con un solo sorriso. 

Ci sono così tanti fiori che è quasi impossibile conoscerli tutti, può farlo solo chi spende tutta la propria esistenza a studiarli e a comprendere come curarli. 

In edicola è pieno di riviste per ragazzine su come far cadere ai propri piedi il Giglio più puro o la Lavanda più diffidente. 

Il marchio cresce e si annida in posti diversi; non ci sono mai due fiori che crescono esattamente nello stesso modo o nello stesso posto, sono tutti esemplari unici e di unica bellezza che manifestano la persona che li porta. Alcuni sono su parti del corpo facili da individuare, altri nascosti; viso, orecchie, collo, petto, cosce, mani, collo, caviglie. Si pensa che germoglino nel primo posto che l’anima gemella toccherà, anche se non è stato provato e sembra più essere una fantasiosa e romantica leggenda, che realtà. 


Alba ha diciassette anni quando il glicine che ha sul fianco inizia a germogliare; i rami legnosi e contorti si allungano, crescono e le si attorcigliano in tutta una serie di ghirigori sul fianco destro; crescono le foglioline, prima minuscoli baccelli verdognoli, poi si ampliano, prendono una sfumatura più matura e diventano di un verde brillante. Gli ultimi a uscire sono i fiori, una serie di corolle di un lilla color pastello che le decorano il corpo, le lambiscono i contorni del seno e si spingono fino alla clavicola. Diventa impossibile nasconderli coi vestiti, una foglia o un fiore spunta sempre in qualche modo, più prova a nasconderli, più diventano evidenti e maturi. 

Le sue compagne di scuola sono invidiose, la prendono in giro; suo padre è scontento, pensa che sia ancora troppo presto e che i tempi siano cambiati - lui e sua madre si sono incontrati in tarda età, vivevano in paesini diversi e il loro è stato un incontro voluto dal destino, impossibile da spiegare in altro modo -  e che non sia ancora pronto a dire addio alla sua bambina per affidarla alle cure di un altro uomo; le sue amiche iniziano a darle consigli su come vestirsi, su come acconciarsi i capelli, su come sistemarsi le sopracciglia e su quale smalto mettere sulle unghie. Passano sere intere chiuse nella sua stanza a sghignazzare e a fare discorsi sull’amore che, a posteriori, risultano ridicoli e del tutto dettati da un’ingenua ignoranza in merito. 

Alba è timida e mite, non si sbilancia nelle fantasie e si rifiuta di andare troppo in là con la mente. Non cede alle domande delle amiche e non dice niente riguardo la sua presunta anima gemella. Le ragazze fanno a gara di baci, si esercitano per imparare a dare un primo bacio indimenticabile, sdraiate sul suo letto. Lei le fissa a disagio e si rigira i pollici, cercando di non guardare. Quelle cose, lei, le vuole fare solo con la persona a cui è destinata. Una sola deve baciare, una sola la deve toccare, con una sola deve passare il resto della sua vita: questo le è stato insegnato e ha ciecamente fiducia nel mantra che si ripete quasi inconsciamente. 

Non è del tutto insolito che gli adolescenti, o anche gli adulti, abbiano relazioni frivole - chi più, chi meno - prima di incontrare la propria anima gemella, ma lei non è una di quelle. Lei vuole l’amore vero, ne vuole uno solo e non guarda altri uomini. 

Ora che il suo fiore è sbocciato, che il glicine ha preso forma e le ha macchiato indelebile la pelle, si concede di guardare ogni giovanotto che incontra, ripercorre le strade fatte immediatamente prima che il marchio si sprigionasse, chiedendosi chi sarà a cogliere il suo cuore. 



Franco è un giovanotto piacente, colle spalle larghe e il sorriso aperto e allegro. Sul collo gli è da poco sbocciato un raggiante fiore di girasole, di un giallo abbacinante e ha le mani segnate di chi ha sempre lavorato, nonostante la giovane età.

Fa il garzone dal panettiere del paese, non troppo lontano dalla scuola di Alba, e la ragazza passa lì davanti tutti i giorni nel tragitto casa - scuola. Il suo sogno è quello di diventare lui stesso un panettiere, di avere un negozio suo e di creare con le sue sole mani delizie fragranti e profumate. È un giovanotto dai sani principi, non uno di quelli che corrono dietro le gonnelle in attesa che il proprio fiore sbocci, con obiettivi semplici e che aspira a una vita semplice. La mattina che si alza e vede il fiore sul suo collo completamente sbocciato, è più allegro del solito e le signore che vanno a comprare il pane dal suo datore di lavoro, iniziano a non fargli più gli stessi complimenti ammiccanti di prima. Diviene quasi intoccabile, reclamato da un’altra fanciulla di cui non conosce ancora il nome, ma che già sa di amare senza alcuna ombra di dubbio. 


Quando si incontrano, è la primavera del 1967, Alba ha compiuto da poco diciotto anni e il fiore è completamente sbocciato, spingendosi anche più in là della clavicola e mostrando ostinato qualche bocciolo all’attaccatura del collo. Entra nel negozio del pane, quello dove passa da quando era ragazzina e dove Franco ha da poco ottenuto una promozione. È al banco, col solito sorriso aperto e sincero, ed è a lui che ordina quello che le serve: una panella di pane - di quello più cotto e bruciacchiato, come piace a suo padre - qualche rosetta per la merenda del giorno dopo, e del pane vecchio per le polpette della domenica. 

Franco boccheggia mentre la guarda, con i capelli vaporosi che le ballano attorno al viso struccato e il glicine lilla che le spunta dal colletto del vestito. Impacchetta impacciato l’ordine e le passa gentilmente il pane

- Altro, signurì? - le dice gioviale e le loro mani per un attimo si sfiorano ed è come se non avessero mai toccato nessun altro per tutta la vita.



 

Si sposano l’inverno successivo. Al padre di Alba Franco non piace, troppo modesto, troppo semplice, un uomo con aspirazioni genuine e prive della grinta e dell’ambizione che hanno caratterizzato lui a quell’età. Dà comunque la sua benedizione, perché non si può dividere due anime gemelle - è la legge. 

Trascorrono una vita serena; quando arriva il primo secondo figlio, Franco apre la propria panetteria. Al terzo, si trasferiscono nell’appartamento sopra al negozio e la casa profuma sempre di pane appena sfornato e di fiori. 

Quando Alba rievoca il ricordo del marito, la prima cosa che sente è l’odore del pane, il sapore un po’ amarognolo dei primi esperimenti con una nuova farina che poi avrebbe fatto la fortuna della loro attività, il profumo del suo dopobarba - che durava giusto il tempo di scendere in bottega e impregnarsi con la farina.

Hanno avuto una vita felice, la vita che entrambi volevano, con quattro figli e un piatto caldo sempre a tavola. 



Franco è morto a cinquant’anni, stroncato da un infarto, nella sua panetteria. L’ha trovato uno dei figli poco dopo, riverso nella farina. Alba non è più tornata la stessa e il fiore sul suo corpo è rapidamente appassito e i rami del glicine si sono seccati e sono morti.

Quello è il destino del marchio: fiorisce quando l’anima gemella compare e sparisce quando questa non c’è più. Segna il lutto, il dolore, l’assenza. 

Dal funerale del marito, Alba prende l’abitudine di portare un foulard al collo per nascondere il rametto secco del glicine che le sta tristemente sfiorito al di sopra della clavicola. 

Alba non ha neanche cinquant’anni quando diventa vedova e il dispiacere la fa invecchiare con una rapidità quasi insolita. Ogni gesto, ogni abitudine, diviene doloroso e spiacevole. L’odore stesso del pane per un po’ le fa salire le lacrime e la priva dell’appetito e della gioia. 

 

- È normale - le dicono tutti, come se davvero sapessero cosa vuol dire sentirsi sradicare il cuore dal petto e prosciugare tutta la felicità dal mondo - Passerà -

 

Non passa.




Alba ha settantadue anni quando l’ultimo dei suoi figli incontra la sua anima gemella e si sposa; diventa improvvisamente di troppo, una indesiderata nella felicità della nuova coppia. I figli vendono la panetteria di Franco e la casa dove sono cresciuti tutti insieme e la spediscono in un ospizio.

Alba forse dovrebbe arrabbiarsi, prendersela con quei figli disamorati, che improvvisamente non la cercano più, né la desiderano, che non le fanno più visita e che si dimenticano di chiamarla per farle gli auguri di compleanno, ma è vecchia e stanca. Ha smesso di far caso a quel genere di cose da molti anni ormai e non ha più la forza di stare dietro ai giovani.

Ha tanti nipoti, almeno otto, di alcuni non ricorda bene il nome, di altri ha una collezione di foto che confonde con quelle degli altri nipotini. La sua memoria non è più quella di una volta e ogni tanto fa fatica a ricordare un particolare o un viso. Il sorriso di suo marito, di Franco, però lo ricorda, come il girasole giallo che aveva sul collo o l’odore di pane e farina che si portava sempre dietro. Non sono più ricordi tristi o dolorosi, solo malinconici. Ha da tempo accettato la loro separazione e trascorre le giornata a fare vestitini per uno o l’altro nipote, aspettando che arrivi la sua ora.

Come lei, tanti altri anziani si trovano nella sua stessa situazione. Più ci si fa vecchi, più si diventa soli, più il legame con l’anima gemella si spezza e i fiori muoiono. È normale, fisiologico, e la vecchiaia ha dalla sua il pregio di rendere le cose più facili da accettare. 



Marco è un uomo anziano, vecchio quanto Alba o forse meno; nessuno sa con esattezza quando sia entrato nella casa di riposo, nessuno lo ricorda. Doveva essere un bell’uomo da giovane, con gli occhi chiari e le guance segnate di chi era solito sorridere spesso. He le mani curate della gente che passa la propria vita senza fare sforzi eccessivi e un gusto per il vestire piuttosto insolito per chi vive recluso con altri vecchi, in attesa della propria ora. 

- Non si sa mai quando passa una bella signora - dice, ammiccando, scherzando civettuolo con uno degli altri ospiti, quando è di buon umore. Il resto del tempo lo passa su una delle poltrone dell’area comune a leggere il giornale, arcigno, commentando tra sé e sé le notizie o sfogliando uno dei libri inviatigli dai nipoti.

Su una mano, la sinistra, ha il suo marchio: lo stelo appassito di quello che un tempo doveva essere un bel papavero rosso. Non lo nasconde, lo tiene lì in bella mostra per far sapere alle signore che è un uomo libero. Alcune sembrano apprezzare la sua compagnia per far passare il tempo. 


Alba lo incontra di tanto in tanto, alle volte gli ruba la poltrona o il giornale e finge di non sentire le sue proteste in merito. Trova quasi divertente vederlo fare i capricci e litigare con quell’uomo ammazza il tempo e la distrae un po’ dal suo lutto. 

Marco non sembra essere davvero infastidito dalla donna e gliela dà vinta con un po’ troppa facilità.

- Sei un mascalzone - lo riprende Alba ogni tanto, quando lui cerca di toccarle un gomito o le sistema il colletto del vestito.

- Sono lieto tu lo abbia notato, mia cara - la rimbecca lui, toccandola un po’ di più, facendolesi un po’ più vicino. 

Alba di uomini ne ha avuto uno solo, solo Franco, ed è cresciuta consapevole non esistesse un’altra anima gemella. È una donna di sani principi e alla morte del marito si è lasciata invecchiare rapidamente, punendosi per essere sopravvissuta. Non ha visto più nessuno, ha rifiutato gli inviti delle amiche a conoscere altri uomini nella sua stessa condizione, ha portato il lutto per più di venticinque anni stoica e irremovibile. Franco è stato la sua anima gemella, il suo primo uomo, il suo primo bacio, il suo primo amore, il suo primo tutto. Per una signora non è conveniente avere certi atteggiamenti e lei ha fatto della sua vita e della sua devozione un fulgido esempio.


A distanza di tanti anni, il dolore è diventato meno pungente, il lutto meno necessario, l’arrendevolezza e la solitudine due compagne silenziose. Alba apprezza le nuove attenzioni di quell’uomo che in un altro momento non avrebbe degnato di una sola occhiata. 

Insieme passano lunghi pomeriggi a parlare delle loro rispettive anime gemelle, a scambiarsi aneddoti divertenti o dolorosi, a mostrarsi le foto dei figli e dei nipoti. Passano da un’amicizia genuina a un legame più intimo e più sentito. Lui le tiene teneramente i gomiti, lei finge che il cravattino di lui sia in disordine per potersi fare di un passo più vicina.

Marco ha smesso rapidamente di dare attenzione alle altre signore della struttura, limitandosi a qualche sorriso affabile ed educato. Non parla più con gli altri uomini delle sue conquiste e si sente di nuovo un uomo rispettabile e pulito come quando sua moglie era viva e gli inamidava il colletto della camicia e lo salutava con un bacio sul dorso della mano marchiata.

Trascorrono interminabili giorni a parlare, a sfiorarsi con un po’ di timore e diventano un caso nell’ospizio, il pettegolezzo di turno. Alba neanche si vergogna più; i suoi figli del resto non le vanno mai a fare visita né la chiamano.

Sulla pelle increspata dei suoi gomiti, laddove Marco è solito toccarla per gioco, iniziano a fiorire piccoli boccioli di glicine, di un lilla timido e mite.







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  • Storia scritta per il COWT10;
  • 2500 parole
  • Originale
  • Prompt: Eremita





Il mondo prima era facile, i rapporti con le altre persone erano facili, trovare l’anima gemella era relativamente facile. Si nasceva con il nome della persona a cui si era destinati tatuato sulla pelle e tutto quello che si doveva fare era aspettare e rendersi la persona migliore possibile nell’attesa di trovare la propria metà.

Un nome, una piccola voglia fatta di lettere incise sotto la pelle. Non tutti avevano il marchio nello stesso posto, della stessa grandezza o scritto con gli stessi caratteri. Alcuni lo portavano sulla pelle, quella che gli abiti non riuscivano a coprire, altri erano un po’ più fortunati e potevano nascondere quell’informazione intima sotto la stoffa degli abiti. Nessun marchio era identico all’altro, alcuni li si trovava sul collo, sulle mani, sulle orecchi, appollaiati delicatamente sulla clavicola o attorcigliati attorno alle dita, altri sotto il seno, sulla coscia, avviluppato all’ombelico, sulle natiche o sotto la pianta del piede. 

I marchi sono nati insieme alla scrittura e ancora prima che questa si manifestasse, esistevano, anche se nessuno ricorda più come fossero. I racconti del passato che li riportano, in merito sono vaghi e poco accurati, frammentari e persi nel tempo. 

I marchi sono nell’alfabeto natio di chi li porta, ma l’anima gemella può leggerli ugualmente. Non era insolito che qualcuno si recasse in un paese lontano, con una cultura e un alfabeto differente, e trovasse improvvisamente la metà del suo essere. Il marchio non è semplicemente un nume, un insieme di lettere, è qualcosa di vivo, di pulsante, di del tutto slegato e involontario a cui non ci si poteva sottostare.


Prima che tutto iniziasse, che il mondo cadesse e la morte diventasse l’unica anima gemella, l’unico destino auspicabile, l’amore era il desiderio ultimo di tutti loro. Era il motore che azionava il mondo, che lo faceva andare avanti e che regolava le loro leggi e la loro stessa vita. Tutto era sicuro, caldo e tranquillo - sicuro. Si sapeva bene o male cosa sarebbe accaduto, cosa sarebbe successo, cosa aspettarsi. Era rassicurante, anche se alcuni si sentivano un po’ stretti in quell’esistenza in cui appariva tutto deciso a priori. I giovani, soprattutto, avevano una fase di ribellione in cui ognuno di loro provava ad amare e a uscire con persone con nomi diversi da quello che loro portavano tatuato sulla pelle, ad avere il più alto numero di amanti, e a forzarsi ad amare qualcuno che era sbagliato, per la sola consolazione di poter dire di essere diversi, di non essere inquadrati, di aver scelto liberamente. Alla fine, tutti tornavano sui propri passi, tutti dovevano riconoscore che non ci si poteva sottrarre all’ordine naturale del mondo, alla chiamata dell’anima gemella. Alla fine il marchio iniziava a bruciare, a prendere contorni più netti, più scuri, e la loro metà arrivava. 

Gli adulti alle volte, durante i pranzi di famiglia, o dopo aver bevuto qualche bicchierino di troppo, ricordavano con il sorriso di quelle avventure giovanili e di quella ribellione che a distanza di anni - dopo aver trovato l’anima gemella ed essere diventati completi - appariva così ridicola e divertente. 

- Errori di gioventù - sogghignavano, quasi come se volessero scusarsi. 

Poi il mondo è finito e quello che ha iniziato a smuovere l’esistenza dei sopravvissuti è stata la paura, la fame, il desiderio di sopravvivere a tutti i costi, almeno per un giorno ancora. Nessuno ha più fatto caso ai marchi. La gente ha iniziato a morire come mosche, l’idea di trovare la propria anima gemella non è diventata solo secondaria, ma addirittura irrealistica. 

Non c’era più spazio per una cosa del genere. Legarsi a qualcuno, affezionarsi, provare dei sentimenti, diveniva una debolezza; la debolezza era un passo in più verso la morte. 



Simone ha vent’anni o giù di lì quando il mondo cade - non lo ricorda neanche il mondo prima - quando i morti smettono di marcire al sicuro sotto terra e prendono ad andare in giro. All’inizio sembra essere solo un’epidemia, un raffreddore stagionale. I media non danno subito troppo peso alla cosa e la gente si trova impreparata.

I suoi genitori vengono infettati ancora prima che si capisca cosa stia succedendo e lui una mattina si alza e li trova freddi sul pavimento della cucina. Una mezz’ora dopo sono di nuovo in piedi, con gli occhi vitrei e le fauci spalancate. Dilaniano il loro gatto - Simone ricorda che ha amato quella creatura pelosa e infida, ma non riesce a portare alla mente il suo nome - e lui li chiude in una delle camere della casa e scappa. 

È l’Apocalisse, è la fine del mondo, è una cosa a cui non erano preparati. Simone vede la gente morire e si convince di essere il prossimo ogni volta. Passa un anno prima di dirsi che forse non è ancora la sua ora. 


Per un po’ si muove con altra gente. Formano piccoli gruppi di derelitti, sopravvissuti per miracolo; alcuni sono imparentati, altri non si sono mai visti prima, e condividono solo la stessa sventura; molti di loro sono rimasti soli. Pattugliano le strade, saccheggiano i negozi o le case lasciate abbandonate, cercano piccoli rifugi di fortuna dove nascondersi. 

I morti li seguono, attirati dai rumori, e loro allora imparano a non farne. Imparano a nascondersi e a rendersi invisibili, ma ogni volta qualcosa va storto - un bambino che piange, un oggetto che cade, un coglione che fuma una sigaretta - e i morti li trovano e allora tocca ricominciare tutto d’accapo.

Con il tempo Simone sviluppa la consapevolezza di dover essere solo, di dover ricercare la sopravvivenza da solo, con le sue sole forze. Impara a difendersi, a uccidere definitivamente quelle creature mostruose che un tempo sono state persone vive come lui. Un colpo alla testa. Non serve a niente colpirli in altri luoghi, niente li arresta o spegne l’insaziabile desiderio di carne. Ne ha visti alcuni continuare a strisciare e a cercare di divorarlo, anche se senza gambe o con la testa staccata dal collo. Sono una piaga infernale, una bestialità senza uguali, sono la morte che segue chi è rimasto fino alla fine dei suoi giorno. 

Quando poi non sono i morti a uccidere, ci sono gli uomini. La fine del mondo ha segnato anche la fine della civiltà. ci si uccude per il cibo, per le armi, per non essere divorati dai mostri. 

Simone ha sentito anche che a nord ci sono gruppo di sopravvissuti che danno la caccia ad altri esseri umani per nutrirsene. Sembra una di quelle storie macabre che si raccontava con i suoi amici da bambini, davanti al fuoco in campeggio, e il tipo che glielo ha detto non sembrava starci particolarmente con la testa ed è crepato dopo un paio di giorni, ma Simone si guarda lo stesso dallo spingersi a nord.

 

Qualche anno prima i morti viventi sembravano decisamente più folli e impossibili di un gruppo di cannibali, quindi Simone non sarebbe per niente sorpreso nello scoprire che non è solo la farneticazione di un vecchio toccato - ma non ha alcuna intenzione di scoprirlo. 


Simone alla fine abbandona l’idea di avere compagnia; accetta passaggi di tanto in tanto e va verso sud, dove dicono che le cose siano migliori. Non è che ci creda, neanche è così stupido da pensare di poter tornare alla vita tranquilla e sicura di quando il mondo era ancora in piedi - non è né sciocco né debole. Semplicemente ha bisogno di qualcosa da fare e muoversi lo aiuta a non annegare nei suoi stessi pensieri. 

Smette di imparare il nome della gente, di ricordare i visi o le voci. Tutti sono ombre che si muovono nel suo campo visivo e che sa che creperanno in malo modo. Non rimane più del dovuto in nessun accampamento: prende cibo, vestiti e quello che gli serve e va via. Depreda i cadaveri, ruba acqua e scatolame a chi è troppo incauto da lasciarlo senza protezione. 

In un altro momento, se fosse stato un uomo migliore, si sarebbe vergognato di se stesso. Non si chiede già da un pezzo quanta gente abbia destinato alla morte, a quanti abbia rubato la speranza di vivere un giorno in più.

- Niente di personale, amico - è la sua battuta classica, quando viene beccato e allora deve prendersi quello che gli serve con la forza - Il mondo gira così -

Non ha mai ucciso nessuno,  o almeno nessuno che non se lo meritasse. Non è mai il primo a sparare o a sgozzare o a chiamare l’attenzione dei morti per creare un diversivo e irrimediabilmente destinare le sue vittima a essere dilaniate da quelle fauci morte. Al tempo stesso però vive seguendo una filosofia di vita che lo tiene più o meno in piedi per un bel po’: niente amici, niente sentimenti, niente pietà per i deboli. In fin dei conti quelle persone morirebbero in ogni caso, qualcun altro prenderebbe il loro cibo o le loro medicine, quindi perché non lui? Perché dovrebbe aggrapparsi a regole di una moralità di un mondo ormai morto e sepolto?



Il marchio di Simone è sul lato del palmo destro, scritto in caratteri piccoli e abbozzati, some se fosse la grafia di un bambino. È sempre stato brutto, con le lettere tracciate in modo disordinato e poco chiaro. Quando aveva ancora il tempo da perdere per quel genere di crerinate, si chiedeva come diavolo facesse davvero a leggerlo.

Filippo era scritto sotto la sua pelle, per cui non è mai stato un mistero per nessuno che gli piacesse il cazzo. I suoi genitori lo avevano accettato ancora prima che lui imparasse a parlare. Nessuno poteva fargliene una colpa, non aveva deciso lui come nascere né chi amare. 

La sua anima gemella non si è manifestata prima che il mondo cadesse, non ha neanche avuto avvisaglie della sua vicinanza - né ha davvero desiderato trovarla. Sarebbe sicuramente crepato in quel mondo, se avesse avuto qualcuno a cui badare. In fin dei conti era stato un bene che i suoi genitori fossero crepati per primi insieme al loro gatto.

Quando il mondo era ancora normale e i morti rimanevano morti, gli zombi solo incubi notturni, si era divertito. Aveva avuto numerosi partner, anche più di uno alla volta.

- È solo una fase - rassicuravano i suoi genitori gli altri, amici o parenti, ma non era una fase. Lui è sempre stato il genere di persona a cui la stabilità, la monogamia sta stretta, scomoda. Non ha mai capito perché tutti volessero un’anima gemella, volessero disperatamente dipendere da una sola persona e assaggiare un cazzo solo fino alla vecchiaia. Il sesso era piacevole, tutta la parte dell’infatuazione era piacevole, allora perché privarsene? Idioti inquadrati. 

Quando il mondo è finito ha pensato che almeno si fosse liberato da quel peso. La gente è morta a frotte, le anime gemelle sono diventate una cosa così far da finire nel dimenticatoio e se lui non l’ha trovata quando il mondo era vano, figurarsi ora in quelle condizioni. 

Al tempo stesso, la fine del mondo, l’apocalisse, ha ucciso la fedeltà, quel finto sentimento amoroso che permeava la società. Simone ogni tanto trova una persona nuova con cui fare un tratto di strada e con cui scopare per far passare il tempo. Sia uomini che donne, che ne possa dire il marchio sul suo dito. 

Nessun legame duraturo, solo rapporti frivoli di qualche giorno e a cui non vuole neanche dare un nome o un volte. Mente sul suo stesso nome, sulla sua età e su quello che gli piace. Racconta bugie, inventando una persona diversa per ogni nuovo incontro. Mente così bene che con il tempo inizia a fare lui stesso fatica a distinguere tra le bugie e la verità.


Porta sempre dei guanti, di quelli senza le dita, giusto per essere sicuro che nessuno veda il suo marchio e gli rompa il cazzo. Ci manca solo di trovare la sua dolce metà.



- Suvvia, amico - aveva esordito una sera una tipa che aveva incontrato quel giorno stesso e di cui non ricordava la faccia, né il nome, solo il pessimo pompino che gli aveva fatto prima di andare a dormire - Non è mica la fine del mondo, dimmi il nome di uno che non vorrebbe sapere il nome della propria anima gemella? -

- Io - aveva risposto lui, come se fosse ovvio. Quello era il genere di discorsi che gli facevano ammosciare le palle e da cui si guardava bene.

Due giorni dopo la tipa era stata morsa da uno dei morti e lui le aveva concesso la grazia, senza costringerla al dolore dell’infezione e della morte lenta che l’avrebbe fatta diventare una di quei mostri mangiabudella. Un colpo alla testa e via.

Non ci ha più pensato, le ha preso quello che di utile aveva nello zaino, e ha continuato il suo viaggio. L’ha lasciata sul ciglio della strada e non l’ha manco seppellita. 




Il giorno in cui lo incontra, piove e fa un freddo cane; porta un giubbotto da donna di un orrendo colore glicine, di almeno due taglie più grande e un cappellino di lana grigia e bitorzoluta.

- Me lo sono fatto da solo qualche mese fa - gli ha confessato qualche tempo dopo, vedendo che gli fissava la testa - sai, per ammazzare il tempo aspettando di crepare - 

A Simone è sembrato un tipo a posto. Gli ha salvato il culo da un morto, conficcandogli un coltello nella testa prima che questo lo sbudellasse. Tutto sommato, poteva concedergli di non sembrare una spina nel culo come molto altri che aveva incontrato fino a quel momento. 

- Lip - si è presentato il ragazzo. Non doveva avere più di vent’anni, con la barba che stentava a spuntargli su tutta la faccia e un paio di occhiali rattoppati alla meno peggio con del nastro isolante. 

Passa con Lip più tempo che con gli altri e, nonostante sembri un ragazzino, gli salva il culo in più di un’occasione. Sa dove trovare il cibo, gli fa vedere come costruire una lancia con un po’ di legna non troppo marcia e la sera si coricano vicino. Quello che destabilizza un po’ Simone è che non se lo voglia scopare - cioè, sì, però non è il sentimento preponderante.

Gli piace quel ragazzino dal cappello orrendo e la barba imbarazzante. Viola la sua prima regola e si affeziona. 

La seconda regola la viola quasi subito dopo, quando Lip è lì lì per essere quasi divorato e Simon si rende conto di provare dei sentimenti per lui. Da lì in poi è tutto un crescendo.

- Vieni qui, coglione - se ne esce Simone una sera, sentendo l’altro battere i denti. Finge con se stesso di volerlo vicino per scoparlo e non perché il ragazzino abbia freddo. 

- Come è magnanimo, lei - gli dice Lip, citando un vecchio film, quando gli permette di infilarsi nel sacco a pelo con lui. 

Fanculo  gli esce dalle labbra quando realizza che Lip sta per Filippo e che è fottuto.  

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