Feb. 22nd, 2020

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  • Storia scritta per la terza settimana del COWT10;
  • prompt: neonati;
  • 2000 parole








 È una donna normale, non ha particolari ambizioni o hobby. Trascorre ore intere a non far niente e le sue giornate sono scandite da un susseguirsi di momenti identici e faccende da fare, corsi da seguire, obblighi a cui non può sottrarsi e a cui deve tenere fede, anche se non le interessano più di tanto. 

Ogni tanto le piace uscire con gli amici, vedere un film o andare a fare una passeggiata; perdersi per la città, gironzolando senza una meta e ripercorrendo cento volte la stessa stradina fingendo di non essersi persa. Ha un pessimo senso dell’orientamento, lo sa da quando era ragazzina e durante le gite scolastiche arrivava il momento di lasciare alla scolaresca un po’ di libertà e i ragazzi potevano andare a zonzo da soli, senza la supervisione di un adulto: lei si accodava sempre a qualche amica, anche se non le interessava più di tanto essere in compagnia o voleva vedere qualcosa che l’altra non aveva neanche lontanamente in programma; era l’unico modo per non perdersi e fare la figura della idiota con gli altri. Il suo istinto di auto conservazione, sotto questo punto di vista è sempre stato piuttosto sviluppato: evitare momenti di imbarazzo, per non finire al centro dell’attenzione e poter continuare a mantenere una facciata di dignitosa normalità. Non le è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, né essere vittima del biasimo degli altri. Finge che le cose non la tocchino, che sia sempre tutto tranquillo e normale per non far preoccupare amici o parenti, lo ha sempre fatto, fin da bambina, e col tempo è diventato molto più semplice fare finta e seguire un copione già ben navigato, che agire d’impulso e buttarsi alla cieca in qualcosa che poteva finire bene tanto quanto finite male.

In ogni caso, sì, non ha un buon senso dell’orientamento e ne è consapevole, qualche volta qualche amico con cui ha più confidenza la prende in giro per questa cosa e lei si sente non poco a disagio, ma finge di trovarlo anche lei divertente e forza un sorriso - dentro di lei vorrebbe mandarlo a fanculo, mandare al diavolo lui e un po’ tutti, ma non lo fa; sorridere è più facile, più sicuro, la tiene ancorata una pacatezza e a un terreno che le è familiare e a cui non vuole dire addio. In ogni caso, non le piace dire di non sapersi orientare, anche nella sia stessa città, ma quando deve, lo dice lei per prima, con ironia - è una persona ironica e sarcastica, sono tratti del suo carattere che ha sviluppato con il tempo e che l’hanno sempre aiutata a tirarsi fuori da momenti spiacevoli o imbarazzanti. Basta una battuta, una frase sarcastica per distogliere l’attenzione, e la gente ride e pensa di star ridendo con lei e quindi passa avanti, dimentica la cosa e l’argomento della discussione diviene un altro. 


Le piace stare da sola, passare lunghe sere davanti a netflix, a mangiare schifezze e a compiangersi per quei momenti di noia; al tempo stesso, mentre si lamenta tra sé e sé, per quella situazione di apparente apatia, se qualcuno le scrive per proporle di uscire, lei inorridisce e inventa una scusa per rimanere a casa. È un comportamento che lei per prima alle volte non capisce, ma le piace stare a casa, le piace lamentarsi di non aver niente da fare e poltrire a letto, le piace mangiare schifezze e passare nottate insonni a guardare serie tv spazzatura o a scorrere senza uno scopo la home di Netflix alla ricerca di qualcosa di decente da guardare - anche se poi alla fine finisce sempre per aprire la serie più noiosa e guardare solo metà del primo episodio, per poi ritornare sulla schermata principale e aprire qualcosa che ha già visto cento volte, ma che sa che non la tradirà.

Vive da sola da quando ha finito l’università, ogni tanto vede i suoi genitori, chiama sua madre e intrattiene una vita familiare non troppo attiva. Vuole bene ai suoi genitori, a suo fratello e anche al loro cane, ma le piace mantenere un senso di lontananza e di autonomia; del resto non è mai stata un membro particolarmente attivo del nucleo familiare neanche da ragazzina e grazie a dio i suoi genitori non l’hanno mai obbligata a fare nulla che non volesse. Hanno accettato ormai da tempo il lato riservato e timido del suo carattere, il fatto che sia poco espansiva e restia a manifestazioni eccessive di affetto.  Non fanno viaggi di famiglia da anni, da prima che entrasse nella pubertà, e non sono mai stati quei genitori imbarazzanti che creano gruppi di famiglia su Whatapp o che commentano con frasi smielate e sgrammaticate i post sui social. 

Il carattere di suo padre è molto simile al suo e talvolta sua madre brontola qualcosa a riguardo, in una divertente macchietta di se stessa; suo fratello è un ibrido tra sua madre e suo padre, con un carattere decisamente più espansivo del suo e molto meno indipendente, anche se ogni tanto sparisce nel nulla senza dare segni di vita per giorni. 

Una volta al mese, è tassativo, pranzano tutti insieme. Qualche volta si unisce a loro anche la nonna, seppur ormai sia diventata particolarmente vecchia e sorda e si rifiuti di ammetterlo, per cui sono costretti a trascorrere tutto il pasto praticamente urlandosi da un capo all’altro del tavolo e fioccano incomprensioni e frasi folli che nessuno di loro ha detto. Non importa se a casa o a pranzo fuori, loro devono vedersi. È la regola, da quando sia lei che suo fratello sono andati a vivere da soli. È il modo in cui i loro genitori tengono unita la famiglia e anche l’unico momento in cui è loro concesso fare il terzo grado ai figli senza che questi possano in alcun modo svincolarsi o darsi alla fuga. Sua madre è la più spietata, li rivolta come un calzino, chiedendo minuziosamente anche quello che hanno mangiato a pranzo tre settimane prima; loro padre invece è più pacato, fa le solite domande di rito ( - Come va il lavoro? - Tutto bene con la casa? - Stai mangiando? - Hai bisogno di soldi? - Guai in vista? - ) consapevole che la sua dolce metà non gli avrebbe concesso altro tempo per prendere la parola. 

Tutto sommato era un momento piacevole da passare tutti insieme, anche se prima di vederli, lei non ha mai voglia di vestirsi e lavarsi e uscire dal suo letto e al tempo stesso la consapevolezza di passare una giornata piacevole non riesce a soppiantare il desiderio di rimanere a casa a crogiolarsi nel suo dolce far niente. Sua madre, però, potrebbe spellarla viva se le desse buca e tanto basta a farla uscire di casa per il pranzo in famiglia - ma non le impedisce di lamentarsi della cosa per tutto il tragitto tra casa sua e quella dei genitori.

Quando si è trasferita definitivamente - se non si conta l’erasmus e la magistrale fatta in un’altra città - suo padre l’ha aiutata a impacchettare le sue cose e a fare il trasloco, suo fratello, più piccolo di lei di un anno, si è appropriato di tutto quello che ha deciso di non portare con sè; sua madre invece si è comportata come se fosse appena accaduto un lutto, vestendosi addirittura di nero per giorni e parlando di lei e dei momenti passati insieme al passato - con lei presente - e ha tenuto la sua camera così come lei l’ha lasciata, nel caso volesse tornare - anche l’orrido paio di mutandine con le fragoline di quando aveva quattordici anni e si divertiva a comprare intimo antisesso con l’evidente scopo di far vergognare la se stessa di quindici anni dopo. Ogni tanto sua madre continua a indagare sul suo conto, per sapere se ci sia un uomo nella sua vita o se intenda tornare a casa da loro. - Non sarebbe assolutamente un problema - le dice, sfoggiando il suo miglio sorriso materno, ma lei non si lascia convincere né ingannare - Mà, sarò una di quelle vecchie zitelle co cento gatti, te fa na’ raggion - le dice, marcando volutamente un dialetto che lei per prima usa di rado e di cui non è particolarmente padrona. 


Non è particolarmente bella, ha un viso anonimo, un occhio leggermente più grande dell’altro - anche se tutti la rassicurano sul fatto che sia solo una delle sue fisime mentali e che non sia assolutamente così - le labbra sottili e i capelli mossi, né ricci, né lisci, un ammasso scuro e paglioso con cui deve combattere ogni mattina e che, puntialemente, si concia come più gli piace e al quale alla fine lei si arrende sconfitta. Spesso i capelli li porta legati, soprattutto in ufficio, e con gli occhiali da lettura che usa quando è al pc e gli abiti grigi e anonimi che indossa a lavoro, le danno un’aria austera e la invecchiano un po’. 

Non è magra, né grassa, ha il classico fisico di chi è vissuto di rendita fino a quel momento e che alla soglia dei trent’anni inizia a pentirsi di tutte le patatine mangiate e dei giorni di palestra mai fatti. Ha un po’ di ciccia sui fianchi, sulla pancia e sul culo, il seno tondo e lentigginoso, né abbondante, né piccolo; un paio di tette che si vedono un po’ ovunque e che non attirano l’attenzione più di tanto. Nonostante questo, è difficile che passi molto tempo tra una relazione e l’altra. È il genere di persona a cui non piace stare da sola, anche se dopo un po’ si sente soffocare e ha bisogno di troncare nel modo più brusco possibile. 

Le piace anche il sesso, molto, e vivere da sola le permette di avere una vita sessuale piena, di poter sperimentare tutti i giochi che le piacciono e di tenerli tranquillamente nel cassetto del comodino senza correre il rischio che sua madre li trovi ficcanasando in camera sua. Ogni tanto torna a casa con un ragazzo nuovo, fanno sesso occasionale e poi non si vedono più. Altre volte ha una relazione abbastanza duratura con un uomo da permettergli persino di dormire nel letto con lei e di fare colazione insieme, anche se questo è un campanello d’allarme, il punto di non ritorno da cui nessuna delle sue relazioni si è mai salvata. Lo sa che poi iniziano a diventare troppo appiccicosi, troppo bisognosi di attenzioni, iniziano a dirle che la amano e prendono a mollare la loro roba a casa sua come se vivessero lì. Finge di ignorare la cosa per un po’, ma alla fine sbrocca e li molla. E torna ad avere relazioni occasionali per un po’, finché non sente il bisogno di qualcosa di più per un po’ du tempo e ricomincia tutto d’accapo. 

Non è il genere di donna che si lascia amare facilmente, ha paura di diventare fragile, di esporsi e di soffrire. 


È una donna indipendente, le piace la sua libertà, e quando scopre di essere incinta è quasi una tragedia, ma è troppo tardi per fare marcia indietro e abortire. La pancia cresce, la gente inizia ad accorgersene e le domande imbarazzanti sul padre fioccano come se nevicasse. Lei glissa e fa il solito sorriso di contentino. Un padre non c’è, non sa manco chi sia e lei si trova in quella situazione per puro caso. 

Quando il bambino nasce, è un mostriciattolo grinzoso, brutto come la lebbra, con la pelle squamosa e gli occhi tirati e gonfi. Lo porta a casa dopo solo una settimana e il suo mondo crolla. Sua madre le sta sempre tra i piedi, la creatura non fra che piangere e chiedere le sue attenzioni. Il sesso occasionale è finito, il tempo di Netflix e schifezze è finito, così come quello della piacevole solitudine e delle riunioni di famiglia solo una volta al mese. 

Ha perso tutto, lei che non è mai voluta essere madre. È come soffocare. 

Figli

Feb. 22nd, 2020 06:17 pm
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  • Storia scritta per la terza settimana del COWT10;
  • 525 parole;
  • Mitologia Norrena;






Thor era un bambino bellissimo, con le guance pingui e i capelli del colore del grano maturo, come quelli di sua madre, di tutti gli Easir; aveva gli occhi grigi come la tempesta ed era allegro e vispo. Frigga lo ha sentito suo dal momento in cui l’Occhio le ha reso noto di essere incinta. 

Dio del Tuono, diceva carezzandole il ventre Odino, Padre Tutto, e lei si crogiolava nell’idea di portare in grembo un grande eroe. 

Quando Thor è nato, era un bambino sano, grosso come un gatto adulto e ben nutrito, con la pelle liscia e rosea e gli occhi chiusi e l’espressione serena. Frigga lo ha tenuto sul proprio seno per giorni, nutrendolo e amandolo come se fosse una parte di sé, e rifiutando di affidarlo alla nutrice o alle ancelle. Anche abbandonarlo alle braccia di suo marito, del padre, era una sofferenza a cui si rifiutava di sottoporsi. 

Ha accettato con pacata rassegnazione che non avrebbe generato altri figli. L’Occhio non sbagliava e dalle sue viscere non sarebbero nati altri eroi. 


Loki, invece, non è stato subito il suo bambino. Non era altrettanto bello come Thor, con il viso smunto e i capelli neri, come nessuno nel loro regno; con gli occhi verdi e intelligenti e lo sguardo intelligente e attento, fin troppo per un bambino della sua età.

Frigga si è rifiutata di allattarlo o di riconoscerlo, quando Odino ha fatto ritorno a casa con lui. Lei non desiderava altri figli, non voleva mostri per casa e temeva che la creatura mettesse a rischio la vita di suo figlio, di Thor, che era ancora un infante e a cui le sue cure erano totalmente destinate. 

Thor, invece, trovava incredibilmente interessante la presenza di quel nuovo bambino, lo cercava e lo chiamava, con versi inarticolati e le manine paffute che si tendevano nella sua direzione. 

Tanto più Thor cresce sano e forte, tanto più Loki appare piccolo e malaticcio, con la pelle pallida e il fisico mingherlino; più Thor sembra interessato ai giochi con la spada e le armi, ai racconti di guerra, più Loki si avvicina ai libri, fingendo di saper leggere e sfogliando le pagine per ore, alla ricerca di immagini colorate o di lettere che sappia riconoscere. 

Thor è bello e florido, con i capelli del colore dell’oro e il sorriso che imita il sole; Loki ha piccolo e smunto, con il volto spigoloso e gli occhi tristi di chi ha imparato troppo presto a leggere l’indifferenza e il disappunto nel prossimo. Loki è troppo intelligente e troppo sveglio per non notare la differenza di trattamento destinata a lui e a Thor e per non sentirsene umiliato. 

Frigga vede con orrore Loki seguire suo figlio come una piccola ombra nera, cercare di fare tutto quello che fa Thor e indispettirsi quando non ci riesce. Odino liquida la cosa come un normale rapporto tra fratelli, ma il suo Occhio avverte qualcosa di più, di più pericoloso, di più catastrofico. 


Loki ha quelli che per i mortali corrispondono a quattro anni quando Odino svela a propria moglie il suo nome. Dio degli Inganni, le dice e lei ne è inorridita.


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  • Storia scritta per la terza settimana del COWT10;
  • 2000 parole;
  • neonati 


Per tutta la sua vita le hanno sempre ripetuto di dover studiare, di doversi impegnare al massimo, di dover primeggiare e dimostrare a tutti di non essere di meno a nessuno. Che nella vita ci si deve fare spazio a gomitate e che non c’è tempo per aspettare o per rimanere indietro, che un momento di indecisione o di pigrizia avrebbe potuto pregiudicare per sempre il suo futuro. Studiare, laurearsi e trovare un buon lavoro doveva essere il suo scopo, quello a cui doveva aspirare e a cui non avrebbe mai dovuto rinunciare. Sua madre non ha smesso, neanche per un giorno, di ripeterle che i figli ti possono rovinare la vita per sempre e che doveva stare attenta al serpente con un occhio solo. Da bambina non capiva, era troppo piccola, e con terrore andava a letto e immaginava serpenti mostruosi che le scivolavano tra le lenzuola e le mordevano le gambe e le si stringevano attorno al collo. Ha sempre avuto paura dei serpenti, da quando ne ha memoria. Crescendo ha poi capito che il serpente con un occhio solo a cui alludeva la madre non fosse per niente un serpente, ma un semplice pisello; il terrore per quei rettili striscianti è rimasto ugualmente.
 


Ha seguito le regole, è stata una figlia modello, una studentessa con ottimi voti. Ha scelto l’università che volevano i suoi genitori, anche se era un percorso di studi che le stava stretto e per cui non nutriva alcun amore, a discapito delle sue passioni. Si è laureata lo stesso con ottimi voti, anche se non ha preso il massimo e sua madre non ha potuto non farle notare il proprio disappunto per quel fallimento praticamente inaccettabile. Lei doveva eccellete, doveva primeggiare, non doveva aspettarsi che qualcuno si accontentasse. Il massimo negli studi era il minimo per ottenere il successo poi. 


Non è contenta, né appagata. Non è mai stato il tipo che vuole eccellere, le piace essere mediocre, non dover competere con chiunque per dimostrare di essere la più brava, anche selle cose che non le interessano. Vorrebbe aver avuto un carattere più forte, aver saputo dire di no, negarsi a tutte le imposizioni a cui ha taciuto e acconsentito durante l’infanzia e l’adolescenza e poi l’immediata vita adulta. Fa un lavoro che non le piace, ha studiato una materia che non la appassiona e per cui non prova amore. Lei che voleva scrivere o disegnare e che in cuor suo è sempre stata più un’artista che una studiosa o un instancabile lavoratore. Da bambina le piaceva disegnare con le dita e scrivere storie mielose e un po’ sgrammaticate con cui riempiva infinità di quaderni ed era discretamente brava a modellare la ceramica. Ha però abbandonato quelle passioni, mettendole da parte e dedicandosi ad attività che i suoi genitori ritenevano più dignitose ed utili. Ha studiato economia e niente l’ha più annoiata di quella serie di esami in cui era richiesto soprattutto di conoscere la matematica, la logica e saper fare i calcoli, cose che le sono sempre state estranee e a cui non è mai andata particolarmente a genio.

Lo ha fatto lo stesso, però, perché l’approvazione e l’amore dei suoi genitori e della sua famiglia sono sempre state le uniche cose a cui ha aspirato e che ha sempre desiderato. Suo padre le ha detto brava e quando si è laureata e ha terminato gli studi, l’ha aiutata a cercare lavoro, obbligandola a fare tutta una serie di tirocini sottopagati e presentandola a tutta una serie di amici e conoscenti che potessero raccomandarla e assumerla. Alla fine il lavoro è arrivato, anche se non per una grande compagnia, anche se non il lavoro che i suoi genitori desideravano per lei, anche se si tratta di stare tutto il giorno in ufficio a controllare i conti e a farli quadrare, ad assicurarsi che non ci siano problemi e a risolvere quelli degli altri, di modo che non li disturbino nello svolgimento delle loro mansioni. 

Sua madre non è per niente soddisfatta, ma ha margine di miglioramento, può aspirare a fare carriera, quindi non si è lamentata più di tanto. Con il suo curriculum avrebbe potuto aspirare a un lavoro migliore, ma questo è pagato, ja uno stipendio e un contratto che le garantisce stabilità e tanto le basta. 


Ha ventisette anni quando finalmente va via di casa. - Era ora - le dice sua madre, per niente commossa dalla cosa. Lei la vuole indipendente, autonoma. Suo padre nasconde qualche lacrimuccia e la aiuta a caricare quello che rimane della sua roba in macchina. 

Pagare le bollette, tenere casa pulita, stare dietro agli impegni di lavoro e cercare al tempo stesso di avere una vita sociale decente è stato stressante e ha trovato un equilibrio solo dopo un po’, andando per tentativi, cercando il proprio metodo anche senza dover chiedere aiuto o consiglio.

Casa sua è diventata il suo rifugio, il suo angolo di pace e di tranquillità, in cui può girare senza reggiseno e mangiare fino a fare schifo senza sua madre che la sgridi e le ripeta che le donne grasse hanno difficoltà a fare carriera, che le donne grasse non trovano altrettanto facilmente marito e che essere grasse è una sconfitta, vuol dire non avere il controllo su se stesse e sul proprio corpo e che una persona senza controllo è una persona debole. Essere deboli vuol dire fallire e fallire non le è concesso. 

Il suo appartamento è piccolo e grazioso, non troppo lontano dal centro o dal suo posto di lavoro, con la carta da parati giallo canarino in soggiorno e le pareti azzurre nella sua camera da letto; la cucina è vecchia, ma ancora funzionale e dal primo momento che l’ha vista ha pregustato la sensazione piacevole di accumulare calamite sulla superficie del suo frigorifero. Quando lo ha preso, ha fatto un affare, la coinquilina precedente, una vecchia signora, ci è morta, e quindi il proprietario le ha fatto un buon prezzo. Alle volte le fa un po’ strano pensar di star dormendo nel letto di una morta, ma si dice che sua madre non c’è ed è un dettaglio con cui può scendere a patti per la sua libertà. Poi l’appartamento si cedeva tutto ammobiliato, il che è raro di questi tempi e può essere solo un fattore positivo. Lo sapete quanto costa comprare i mobili per una casa con tre stanze? 


È carina, anche se non in modo appariscente. Ha i capelli chiari, gli occhi grandi e le labbra carnose, di quelle che attirano lo sguardo degli uomini e accendono i loro pensieri con tinte oscene. Sua madre glielo ha sempre detto, che doveva valorizzarsi di più, far vedere le gambe e il seno, che non doveva nascondersi. Che le cose belle andavano fatte vedere e che c’era chi avrebbe pagato per essere bella e giovane come lei. Ma lei non era il genere di donna audace che si sente a proprio agio a mostrare troppa pelle, le piacciono i vestiti comodi, il trucco leggero e le scarpe basse. 

È una ragazza serie, una di quelle che non sono adatta al sesso occasionale e che ha troppa paura di tutto per uscire con un ragazzo che non conosce bene. Molti uomini scappano, appena lo capiscono, altri, molti meno, rimangono e provano a venirle incontro. Dopotutto è una persona piacevole, è intelligente - e ha un bel culo. 

Ha avuto qualche ragazzo, ma a sua madre non sono mai piaciuti. Nessuno è l’uomo giusto per lei, nessuno è abbastanza intelligente, abbastanza affermato lavotativamente, abbastanza bello. Trova sempre un difetto, un particolare che stona e inizia a rosicchiarle l’anima, le mette la pulce nell’orecchio e non trova pace finché non lo lascia. Altre volte è il malcapitato a lasciare lei, perché una relazione con lei, lui e sua madre sempre tra i piedi non è decisamente quello che qualcuno vorrebbe. 

Quando compie trent’anni, ha ormai rinunciato all’amore e sua madre ne è piuttosto soddisfatta. Solo stupide distrazioni, non ti fanno impegnare nel lavoro, non ti fanno dare il massimo, ti ingravidano a sorpresa e butti nel cesso anni di lavoro, di studio e di sacrifici. 

La sua vita le piace un po’ di più, ha cambiato la carta da parati in soggiorno, comprato un materasso che non sa di vecchia e ottenuto una promozione a lavoro che ha accontentato un po’ la madre, facendole allentare la presa sul suo collo. È vero che non vivono più insieme, ma non è ancora in grado di scollarsela del tutto di dosso. È pur sempre sua madre e ci sono ferite che non è in grado di far rimarginare, anche se ormai è adulta e autonoma. 


Ha trentaquattro anni quando incontra l’uomo della sua vita. Un tipo brillante, simpatico, che scrive per un giornaletto non troppo interessante che fa inorridire sua madre; non ha uno stipendio cospicuo, né particolari progetti per il futuro. È un uomo che vive alla giornata, che passa gran parte del tempo a caccia di notizie e che, quando non lo fa, scrive e lavora a un libro che sa che non finirà mai. È esattamente il genere di persona da cui i suoi genitori le hanno sempre detto di stare lontana, ma a lei piace, piace tanto. Non deve fingere di volere essere sempre la più brava, può concedersi di essere debole e che lui la veda così, non ha paura di sentirsi perennemente giudicata o biasimata.

Sua madre lo detesta, lo trova un fallito, e quando le dice che vuole sposarlo quasi le viene una crisi isterica e suo padre è costretto a fare da paciere tra entrambe, anche se neanche a lui quel giovanotto poco affidabile piace più di tanto. 


Il giorno del sio matrimonio prova un senso di estremo piacere, per una volta fa una cosa sua, per sé ed è felice di contrariare sua madre. Non ha più bisogno di fare tutto quello che le dice, di accontentare ogni suo capriccio e di fingere di essere quello che non è. Per una volta si crogiola nella soddisfazione di averla resa scontenta e di essere lei quella felice. È quasi più contenta di quello che del matrimonio, ma non lo dice a suo marito, né a nessun altro che non sia se stessa. 


Quando poi comunica sua madre di essere incinta, di essersi fatta fregare dal serpente con un occhio solo, in casa sembra che sia cascato il mondo. Per sua madre è una donna finita, fallita. Il bambino le succhierà via tutti i sacrifici che hanno fatto per lei e la renderà una di quelle mamme di mezza età grassocce e precarie. 

Lei, però, che un bambino lo ha sempre voluto - anche più di uno - è felice. Felice sia perché ha finalmente trovato il coraggio di sfidare sua madre e di suscitare serenamente il suo disappunto, sia perché non vede l’ora di vederlo zampettare per casa e attaccarsi alla sua gonna. Lei sarà una madre migliore, una madre più affettuosa, non lo soffocherà, non lo distruggerà.

Nasce a luglio, in uno di quei giorni in cui il caldo ti toglie il fiato e la calura ti si attacca alla pelle. È piccolissimo, con un ciuffo di capelli chiari e la faccia rugosa e brutta come quella di un vecchio. Mentre lo tiene in braccio e lo bacia, gli stringe i piedini e le manine, si sente finalmente davvero completa e soddisfatta per la prima volta nella sua vita. 

Sua madre la va a trovare in ospedale e osserva con malcelato orrore il bambino, il piccolo mostro che ha strappato via come un rapace tutte le speranze e i sogni che aveva riposto su sua figlia. Non ha un istinto innato per i bambini, lei per prima non ne voleva e non è in grado di fare tutte quelle moine svilenti e un po’ ridicole che ci si aspetta da una neononna.

- Non ti è uscito brutto come pensavo - concede alla fine senza tatto, ma nessuno si meraviglia.

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  •  Storia scritta per il COWT10;
  • 512 parole;
  • M3;






La prima volta che si sono visti, era durante una recita teatrale. I loro figli sono nella stessa classe e la scuola, come ogni anno, ha organizzato una di quelle orride rappresentazioni a cui nessuno vuole andare, ma tutti sono costretti. I bambini, coi loro vestitini di cartapesta e le facce sporche di pittura, si agitano sul palco, cercando di ricordare le battute e finendo inevitabilmente per sbagliare e inventare parole a caso, agitando le braccia in imbarazzo; cantano canzoncine stonate e ridicole che fanno venire il latte alle ginocchia e si esibiscono in passi di danza del tutto ridicoli e scardinati - la maestra è un’incompetente e farebbe un favore a tutti se smettesse di alimentare l’illusione dei pargoli di poter diventare un giorno attori.
 

È bella, coi capelli scuri e cotonati, una maglia attillata e il trucco in ordine. È accompagnata da un ragazzino che non avrà più di quindici anni - un altro figlio? - e non sembra la classica mamma entusiasta che si vede durante questi eventi. Sbadiglia, storce il naso quando uno dei marmocchi sbaglia la battuta e si nasconde il viso con la mano quando la figlia inizia a cantare e non azzecca neanche una strofa. È una bella donna e più la guarda - per niente interessato al figlio che si sta mettendo in ridicolo a pochi metri da lui - più la desidera. 

 

 

La notte non riesce a dormire, è sempre stato così, fin da quando era ragazzina e passava notti insonni a scambiarsi porcate con uomini troppo più grandi di lei, su chat non proprio adatte a una bambina. Lo trovava eccitante, tanto quanto è eccitante ricevere ora messaggi da un numero sconosciuto. I messaggi arrivano a orari insoliti, sempre dopo che i bambini sono andati a letto, e all’inizio l’hanno spaventata. Poi ha capito il gioco, ha iniziato a entrare nel meccanismo e a trovarlo piacevople, anche se alle volte le richieste sono davvero eccessive e bizzarre e talvolta gli dica che forse non è il caso che continui a scrivere cosa oscene a una madre di famglia,

Le dice come e dove toccarsi, le dà o meno il permesso di venire. Qualche volta la chiama solo per sentirla ansimare o darle istruzioni su cosa infilarsi dentro mentre pensa a lui. 

 

 

È bella, si mantiene bene per avere due figli e quasi cinquant’anni. Agli incontri genitori-insegnanti non riesce a non guardarla e ogni tanto spera che incontri il suo sguardo e lo riconosca, anche se non si sono mai visti da vicino e il contatto più intimo che hanno avuto è stato quello telefonico.

Conosce i suoi orari, la segue quando va a fare la spesa. Immagina di scoparla sul banco dei surgelati e priva un improvviso senso di rabbia quando un commesso le indica dove trovare il barattolo di piselli.

La segue su tutti i social, anche se con un contatto falso, ha raccolto informazioni sul suo conto e agli amici già parla di lei come della sua nuova fidanzata, raccontando dettagli della loro vita insieme che non sono ancora accaduti. 

irgio: (Default)
 
  • Storia scritta per il COWT10;
  • 543 parole;
  • M3;



Andare nei posti pubblici da solo è sempre stato un po’ problematico e tutti i suoi conoscenti glielo hanno sempre sconsigliato; i suoi genitori, quando era un ragazzino, non lo lasciavano mai uscire da solo per evitare che qualcuno lo assalisse e lo fecondasse, ed erano ossessionati dal tenerlo al sicuro.

Per due genitori beta, avere un figlio omega è una maledizione, loro che non sono mai stati vittima direttamente del calore, improvvisamente ne sono tormentati e terrorizzati come se dovessero provarlo sulla loro stessa pelle. È raro che dall’unione di due beta nasca un omega - o un alfa - in genere i beta procreano altri beta e la famiglia rimane salva e lontana dai fastidi che toccano agli altri generi. Purtroppo non è questo il loro caso.

Ora però è un uomo adulto, non ha ancora un compagno e ha ormai accantonato il terrore di ogni cosa, con cui l’hanno cresciuto, ed ha iniziato già da anni a vivere più serenamente la sua condizione di omega. Non sono più fermi agli anni trenta, in cui un omega doveva trovare un padrone ancora prima dei ven’anni e in cui erano solo grasse vacche da riproduzione, nati per sgravare e per soddisfare tutti i bisogni dei loro alfa. È indipendente, prende i soppresso quando ha il calore e non ha nessuna intenzione di accasarsi a breve. Ogni tanto esce con qualcuno, ha una nuova fiamma e lascia che questa faccia il suo corso. 

Il sesso occasionale non è più un tabù per quelli del suo genere, anche se il pericolo di rimanere incinti o di essere marchiati è una costante - che lui trova piuttosto eccitante e che a lungo andare è diventata come una droga. Gli piace incontrare alfa sconosciuti nei vicoli o nei bagni dei locali, scriversi su qualche chat anonima e squallida, mandarsi qualche foto di loro nudi, giusto per considerare la mercanzia, e fare sesso telefonico, per poi vedersi dal vivo e scopare. Qualche volta in chat iniziano a essere troppo aggressivi o gli mandano foto di cazzi decisamente troppo strani e dice loro di non scrivergli più e alla fine li blocca. Qualcuno ha continuato a scrivergli per mesi, alle ore più impensabili della notte, mandandogli foto di gattini e di cazzi, senza una logica apparente. Alla fine ha dovuto cambiare numero.

Una volta è capitato anche che scopasse nel palchetto, a teatro. 

A lui poi il teatro non è mai piaciuto, ci è andato esclusivamente per far piacere all’altro e ha avvertito le viscere stringersi in una morsa quando il compagno gli ha rivelato di aver riservato un palchetto intero solo per loro. Era in calore e il tizio con cui si trovava non gli piaceva neanche tanto, aveva una barbetta del cazzo che non gli copriva neanche tutta la mascella e dei capelli ricci e gellati che gli davano l’aria di uno di quei vecchi attoruncoli del secolo scorso. In ogni caso, l’istinto chiamava e si è lasciato scopare lì, mentre in scena andava una di quelle opere greche di cui non ha mai capito un cazzo neanche quando le studiava a scuola. 

È stato piuttosto eccitante, anche se poi sono stati scoperti - lui non è proprio silenzioso - e no nei sono rivisti più. 

irgio: (Default)
  • Storia scritta per il COWT10;
  • prompt: neonati;
  • 680 parole




Quando era bambino, aveva un cane. Uno di quelli col muso carino e il pelo lungo che piacciono tanto alla gente e che prendono centinaia di like sui social, che fanno vestite in modo buffo e che fanno la fortuna dei loro proprietari apparendo in reclama e pubblicità.
 

Quando era bambino aveva un cane ed era il suo unico amico, gli teneva compagnia quando i genitori erano via, è stato l’ancora a cui si è aggrappato quando la madre li ha abbandonati e il nonno è morto. 

Quando era bambino aveva un cane col muso bianco e il resto del pelo marrone, con la coda pelosa e gli occhietti neri. Quando ha compiuto dieci anni suo padre lo ha preso e lo ha portato via. Lui non lo ha mai più rivisto.

- Sei un uomo ormai - gli ha detto, con la solita voce fredda e distaccata e prova di affetto - Devi imparare che gli uomini non hanno tempo da perdere dietro a futilità come l’affetto e l’amore-

Suo padre era il tipo di uomo a cui non si può dire no, a cui si deve ubbidire e parlare solo se interpellati. Non si è opposto, non ha mai più chiesto cosa fosse accaduto al suo amico, sperando gli fosse toccata una sorte più felice della sua. 


Non ha mai più voluto cani o animali domestici. Non ne ha neanche mai più fatto entrare uno in casa sua, non ha più accarezzato un cane o provato a nutrire un gatto. È diventato completamente insensibile e insofferente verso quelle forme di vita bisognose di cure e di attenzioni e di tempo di cui lui non poteva sottrarsi.

Ha preso in mano le redini dell’attività di famiglia. Ha sistemato tutte le faccende in sospeso, ha fatto in modo di ottenere sempre il massimo dalla vita, impegnandosi in ogni cosa come se fosse necessaria e assolutamente fondamentale. Suo padre non lo ha mai apprezzato particolarmente, rivolgendo parole di lode sempre e solo verso i figli degli altri. Alla fine, quando è morto, lui ha quasi trent’anni e non versa neanche una lacrima per quell’uomo freddo e disamorato che ha dovuto chiamare padre. 


Non è che non gli piacciano gli animali, gli sono solo indifferenti. Ma è il genere di uomo la cui parola deve essere legge - non come suo padre, mai come suo padre, ma ugualmente rigido nelle sue decisioni. Quando però sua moglie si lascia sfuggire di desiderare un cane e la becca sempre più spesso osservare con gli occhi pieni di amore quelli che incontrano per strada, quando è a passeggio, avverte forse l’esigenza di cambiare idea e di tornare sulle sue idee. 

Ama sua moglie, la ama come non ha mai amato niente e nessuno in vita sua e si augura che lei provi per lui almeno una piccola parte dell’affetto che lui destina a lei. Non è tanto sciocco da credere che qualcuno possa amarlo del tutto, è un uomo freddo e prepotente, poco propenso ad aprirsi con gli altri e a cui non piace parlare più del dovuto o esprimere i suoi sentimenti. Allo stesso tempo, è sempre preso dal lavoro e passa in ufficio molto più tempo che a casa, non ha hobby, né altri interessi al di fuori della sua compagnia, am talvolta sa essere affettuoso e generoso, gentile e onesto e sono qualità che sua moglie ha amato dal primo momento. Quando lo ha sposato, ha rinunciato a un sacco di cose, alla vita rosea che ricordava da ragazzina, alla famiglia numerosa, alle cene di famiglia e ai weekend passati tutti insieme. Sa che non sarà mai l’uomo mansueto e sempre presente che è stato suo padre, o il marito premuroso e affettuoso che va a dormire con lei e che con lei si sveglia. 

Quando però, un giorno si presenta a casa con un cane, uno di quelli piccoli piccoli, ancora un cucciolo che guaisce e agita le zampate un po’ spaventato, violando la prima regola della casa - Non voglio animali qui - ricorda improvvisamente perché lo ha sposato davvero. 

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- Storia scritta per il COWT10;
- 505 parole;
- prompt: neonato  


Ha sempre voluto essere madre e appena le si è presentata l’occasione, si è sposata, anche se non era certa di amare l’uomo che le si era proposto, né di volere davvero degli figli da lui. Ma il suo desiderio di essere madre, la sua necessità di procreare e affermarsi come donna e come procretrice ha avuto la meglio.

Dal momento del matrimonio, ha lasciato che la scopasse in ogni luogo e in ogni posizione, fingendo di godere per quelle penetrazioni a secco, prive di preparazione o di partecipazione. Lo hanno fatto in auto, al supermercato, a casa di amici, nella camera dei suoi suoceri e anche in un negozio di vestiti. Più lei desidera a un bambino, più lui voleva infilarle il casso dentro e spingere fino a sfinirla.

Trovava eccitante l’idea di avere una donna sua, di cui disporre e a cui fare quello che voleva. Sua moglie non gli diceva mai di no quando si trattava di sesso, ed era consapevole che lo facesse solo per rimanere inconta, ma  anche questo lo eccitava. L’idea di averla per sé e di continuare a farle quelle cose anche con il ventre gonfio e scalciante gli faceva riempire le palle e alzare l’uccello.

Il desiderio di maternità a ogni costo della compagna alimentava il suo desiderio di maschio, il bisogno di affermare la sua identità e la sua virilità.

Nonostante abbiano continuato a fare sesso ininterrottamente per mesi, non c’era nessun bambino all’orizzonte e lei trovava ogni volta quelle scopate meno interessanti, meno volute, meno necessarie. Più passavano i mesi, più l’idea di diventare madre si allontanava e l’idea di aver sposato uno stallone non in grado di procreare diventava molesta e pungente. 

 

Alla fine, dopo anni, il promo figlio è arrivato. Suo marito lo odia, lo detesta, è un omuncolo inutile che ha sposato solo con la promessa di procreare molto e rapidamente e che in cambio è stato in grado di darle un figlio solo dopo più di dieci anni, quando ormai è alla soglia dei quarant’anni e le prospettive di costruire una famiglia numerosa sono ormai andate a puttane da un po’. Per dirla tutta, hanno smesso di provarci qualche anno prima e ci sono poi riusciti per caso, una sera che entrambi hanno bevuto troppo e l’istinto animale ha preso la meglio.

 

Guarda suo figlio, lo studia, stringe le manine rugose, i piedini tondi e carezza la pelle morbida del sederino. Da fuori sembra una neomamma, entusiasta, felice di quel piccolo miracolo arrivato dopo anni e anni di tentativi; dentro di lei è disgustata e contrariata, il bambino non le somiglia neanche un po’, ha preso tutto da quell’uomo inutile che ha sposato, assomiglia al padre nella forma dei piedi, delle unghie delle mani, nel naso troppo grosso e negli occhi troppo lontani tra di loro. Hanno lo stesso colore di capelli e lo stesso culo un po’ floscio.

Lei lo guarda e si chiede come possa mai aver desiderato di essere madre o pensato di amare una cosa del genere.

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • prompt: neonati;
  • 563 parole


Ha i piedini rosei e lisci, ancora del tutto privi di calli o deformati dall’uso delle scarpe; le manine piccolissime e che cercano di afferrare ogni cosa sia loro a tiro, anche se non vede ancora bene e non sa di cosa si tratti; la faccia è rose e rugosa, con le guanciotte paffute e le labbra carnosa, da cui non smette un attimo di sbrodolare e gorgogliare; gli occhi sono piccoli e un po’ troppo vicini e li tiene peressemente chiusi. Lei pensa che i suoi occhi siano castani, come i propri e quelli del marito, ma finchè suo figlio non si decide ad aprirli del tutto, la sua rimane solo una supposizione. 

È nato dopo otto ore di travaglio, in ospedale, e lei pensava di morire. Sapeva che il parto facesse male, sua madre ogni tanto le rinfacciava ancora di averla dovuta spingere fuori dalla sua vagina e di non essere mai più tornata quella di una volta, la gente dice sempre che fa male, ma lei non aveva idea di quanto potesse fare male. Non sapeva neanche potesse esistere un dolore simile o di poter resistere alla sensazione di essere spaccata in due, esposta agli occhi di tutti e completamente inerme e costretta a obbedire agli ordini di medici e infermieri. 

Suo marito ha voluto essere con lei, durante il parto. Gli ha chiesto di aspettare fuori, rassicurandolo che sarebbe andato tutto bene. Lui ha insistito. È svenuto al primo guizzo di sangue e hanno dovuto portarlo via su una barella. 


Hanno tinteggiato la stanzetta di un azzurro cenere, l’hanno riempita di peluche e giocattoli colorati e costosi di cui non avevano alcun bisogno e passato giorni interi a cercar di montare la culla e il fasciatoio - dannata Ikea!

Alla fine la camerata è un sogno, con la culla che viene irradiata dalla luce proveniente dalla ampia finestra e con giocattoli e libri di ogni genere, con una sedia a dondolo che era appartenuta a sua nonna prima che a lei e tutta una serie di piccole cianfrusaglie che avrebbe dovuto far sparire una volta che il bimbo avesse iniziato a camminare. 


Le piace essere madre, è quello che voleva. La maternità l’ha cercata, quel figlio lo hanno desiderato entrambi ed è arrivato dopo una serie di tentativi falliti. Lo hanno chiamato come il padre di lui, mancato qualche mese prima, ma tra di loro lo chiamano affettuosamente Tiki Tacos, come il fast food dove si sono incontrati da ragazzini. 

Il bambino di notte piange, sembra non voler mai dormire e le si attacca alla testa con una voracità e una forza che non pensava potessero provenire da una creaturina così piccola, da un neonato.  


Ogni tanto passa qualche notte insonne e il giorno dopo sfoggia le occhiaie nere e le borse sotto agli occhi come la migliore delle neomamme alle prese con le prime coliche. Talvolta litiga con suo marito per chi deve cambiare l’ennesimo pannolino o alzarsi nel cuore della notte per controllare che il baby monitor funzioni. Qualche volta si rende anche conto di essere un po’ esagerata, ma il Tiki Takos è l’unico figlio che ha e non riesce a reprimere quell’istinto da mamma orsa che la fa stare accelerata a mille da quando è nato, pronta a sbranare e mordere chiunque provi a toccarlo o a fargli del male - è il suo bambino.

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • 591 parole;
  • prompt: neonato

 Lo stringeva tra le braccia, era una cosina piccina piccina, con la pelle morbida e profumata, tutta rosea. Un agglomerato di morbidezza, talco e fossette, con quegli occhietti enormi e il naso a patata. 

Appena nato aveva l’aria un po’ brutta e austera dei vecchi, con il viso rugoso e la fronte perennemente increspata da una ragnatela di rughe. I capelli hanno iniziato a spuntargli solo quando aveva ormai raggiunto i due anni e non sono mai stati particolarmente folti. 

Da bambino le andava sempre dietro, la seguiva ovunque, era la sua piccola ombra, la aiutava nelle faccende di casa, le passava i mestoli e insieme inventavano giochi fantasiosi e allegri per passare il tempo. 

È nato dicembre, sotto il segno del sagittario, e  per questo non è mai stato un’animo quieto. Ha sempre manifestato il desiderio di sapere, di conoscere, imparando prima a far le domande e poi a parlare davvero; è sempre stato quel tipo di bambino un po’ vecchio dentro, che alle riunioni di famiglia veniva lasciato sedere al tavolo dei grandi perché non dava fastidio e mangiava tutto e che era più interessato ai discorsi degli adulti che ai giochi dei bambini. 

Gli cambiava il pannolino, gli impomatava il sedere quando era irritato, lo lavava e lo vestiva. Era il suo bambino, è il suo bambino, anche se crescendo ha man mano manifestato il desiderio di essere indipendente. Ha sei anni quando per la prima volta si allaccia da solo le scarpe e non passa molto altro tempo prima che le sia tolto anche il piacere di scegliere per lui cosa mettersi. È triste essere una madre, vedere i propri bambini crescere sotto ai tuoi occhi e non essere ugualmente in grado di accettare la cosa. 

A quindici anni ha iniziato ad avere segreti con lei e a non parlarle più, a chiudersi in camera e a lamentarsi sempre più del dovuto per ogni cosa. Poi sono arrivati i litigi e alla soglia dei diciotto anni non è passato un giorno senza la minaccia di andare via di casa, giusto per il gusto di spezzarle il cuore e affermare ancora una volta di non aver bisogno di lei.

 

Quando lo teneva in braccio, tutto roseo e profumato, in ospedale, ancora prima che suo marito riuscisse a convincerla a lasciarglielo prendere per un po’, aveva fantasticato su di lui, sulla sua vita da adulto, sul modo in cui avrebbe mosso i primi passi, sulle prime cotte e sui primi problemi a scuola. Non aveva neanche mai preso in considerazione di separarsi da lui, di tornare alla vita tranquilla e monotona che aveva prima che lui arrivasse, di non essere più una madre ventiquattro ore su ventiquattro e di non dover più pensare a cosa cucinartgli o a cosa stirargli. 

 

La maternità è nelle sue corde, è in quelle di tutte le donne della sua famiglia, così come il trauma dell’abbandono. Sua madre l’ha lasciata andare via di casa solo quando si è sposata, non un giorno prima. E non senza resistenze.

- Potreste trasferirvi qui - le aveva proposto un’infinità dio volte e un’infinità di volte lei aveva detto di no, troppo presa dalla nuova vita che le si stava per aprire davanti.

Quando il suo bambino va via di casa ha ventidue anni e il dolore è quasi lacerante. Per lei è ancora il cosino piccino e carino che ha visto in ospedale e mentre lui si chiude la porta alle spalle, l’idea di dover chiedere scusa a sua madre improvvisamente inizia a martellarle la tempia sinistra. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • 934 parole;
  •  prompt: neonato



Quando sei un omega, nella loro società, non hai diritto di scegliere. Sei un’incubatrice, destinato a compiacere gli alfa e ad assicurare che la specie vada avanti, che il tasso di nascite rimanga buono e che le generazioni continuino. Non hai figli, tu non sei un genitore, il tuo compito è solo quello di fornire l’utero in cui far crescere i pargoli e poi spingerli fuori. Quando i bambini sono nati, non sono tuoi, sono della collettività: vengono lavati, visitati e poi spediti verso la loro vera famiglia. Una coppia di beta che non può avete figli o una che ne vuole altri. I bambini sono un bene prezioso, il punto fermo su cui la vostra società si regge e su cui si contrae per proteggerli.
 

Non è sempre stato così, prima alfa, omega e beta erano liberi, limitati dal loro genere, ma comunuque in grado di prendere le proprie decisioni, di non essere semplicemente un mezzo per uno scopo. Poi il tasso di nascite è calato a picco, gli omega hanno iniziato a rivendicare troppi diritti e a voler esser uguali ad alfa e beta, a volere un’eccessiva indipendenza e a sottrarsi al dovere del concepimento. Accadeva quasi cent’anni prima e l’unica soluzione a quella crisi che stava quasi per spazzarli via, è stato di ingabbiarli. Di mettere da parte inutili valori e finti metodi democratici. Gli omega sono stati selezionati tra la popolazione, a ogni primo calore, venivano prelevati e portati via e nessuno li rivedeva più. All’inizio la cosa ha suscitato rivolte, la condanna dell’opinione pubblica, ma poi quando i primi risultati hanno iniziato a farsi vedere, si è quietato. Si trattava di sacrificarne qualcuno per salvarne molti e alla fine un omega era destinato a figliare, quello era lo scopo per cui era nato e per cui era venuto al mondo, quindi non c’era nulla di male nel dargli una spintarella e indicargli la giusta direzione, sei?

 

Quando sei un’omega, nella loro società, passi la vita aspettando di essere ingravidato. Vivi una vita piuttosto normale finché il tuo genere non viene individuato, poi la gente inizia a evitarti, a cercar di non affezionarsi a te, i tuoi stessi genitori apprendono la notizia e ne sono sia distrutti che grati, perché contribuirai alla salvezza della vostra specie - perché sei una benedizione per tutti loro, anche se volerti bene vuol dire soffrire per sempre per la tua assenza. Al primo calore, di solito intorno ai sedici anni, l’omega viene prelevato e portato via. Il calore di solito viene denunciato dagli insegnati o da qualche compagno di scuola; in alcuni casi addirittura dai genitori. La loro p una sorta di fede, sanno di star facendo la cosa giusta per la società e al tempo stesso si congratulano con loro stessi per non essere nati omega, per non essere nati maledetti.

 

Dopo il primo calore, vengono portati in una delle tante strutture per omega e da lì non escono più. Molti muoiono di parto, altri vengono debilitati a tal punto dalle gravidanze che a un certo punto semplicemente il loro fisico non ce la fa più e muoiono, altri ancora non sopportano quello stato di deprivazione e violenza e si suicidano, compiendo un atto atroce e orribile contro la loro splendida società.

 

Gli alfa non hanno la stessa sorte, da questo punto di vista sono più liberi. Possono decidere di donare volontariamente il seme e addirittura di tenere quello che ne nasce, se lo desiderano; sono costretti ad accoppiarsi unicamente quando il numero di volontari diviene troppo basso, ma è una eventualità che non si verifica quasi mai - chi rinuncerebbe a una bella scopata e ad assecondare il proprio istinto?

 

Agli omega viene osservata una camera con un letto e qualche mensola per i loro pochi effetti personali. Alcuni accumulano le foto dei pargoli che hanno sgravato, riempiendo intere bacheca di neonati e bambini dalle guance tonde e i sorrisi sdentati, altri rifiutano categoricamente anche solo l’idea di vedere le creature che gli sono scivolate fuori dalle viscere e rimarcano di non avere e di non volere mai figli.

Durante il periodo del calore, la struttura si riempie di gemiti animaleschi, di versi e degli odori del sesso. Gli omega vengono montati finché il seme non attecchisce e finché non si è sicuri che siano gravidi. Sono rapporti rapidi, frettolosi, in cui non si cerca di norma il piacere dell’altro o intimità, ma solo di alleviare la pressione delle aspettative che grava sulle loro spalle. 

Una volta gravidi, diventano quasi come intoccabili. Le loro richieste vengono accolte; continua a non essergli permesso uscire, ma hanno molti più privilegi di quanti ne potessero sognare prima. Il cibo diventa migliore, le visite mediche più accurate, lo staff per una volta sembra davvero interessato a loro.

Più il ventre si gonfia, più vengono tenuti sott’occhio. Alcuni omega attentano alla vita del nascituro, provano a colpirsi la pancia, a uccidere la creatura che gli cresce nel grembo; qualcuno ci riesce e viene spostato in un’altra struttura, dove la monta è più intensa e le condizioni di vita decisamente meno piacevoli.

 

Al momento del parto, l’omega viene guidato da un team di esperti. Ogni dettaglio viene curato nei più piccoli dettagli, perdere la vita del nascituro non è contemplato. Quando il bambino nasce e piange ed è un ammasso di pelle chiara e tonda, un po’ grinzosa, di piedini morbidi e polmoni rumorosi, all’omega non viene concesso di toccarlo, per evitare che ci sia un imprinting. Il bambino viene portato via e spedito verso la sua nuova famiglia; l’omega rimesso in piedi e preparato alla monta successiva. 


Fedeltà

Feb. 22nd, 2020 06:54 pm
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  •  Storia scritta per il COWT10;
  • 720 parole;
  • Mitologia Norrena - Loki/Sigyn




Sigyn è la dea della Fedeltà, l’amica della vittoria, la sfortunata sposa del Dio degli Inganni, del calunniatore degli Aesir, dell’origine degli inganni, della sventura degli dei e degli uomini mortali. 

Il loro matrimonio è stato voluto da Padre Tutto, da Odino, e nessuno ha potuto contrastarlo. Il loro destino è stato intrecciato dalle Norne con maestria; li hanno scelti tra centinaia di Aesir per essere marito e moglie, per condividere una vita infausta e priva di vittoria e gioia, la cui conclusione avrebbe dovuto fare da ammonimento a uomini e dei senza distinzione alcuna.


Sigyn è graziosa e mite, col profilo elegante e il passo di chi è nata per danzare; ha i capelli biondi, del colore del grano, tipici della sua gente, e gli occhi chiari e slavati, quasi anonimi, che sembrano non si poggiano mai da nessuna parte, persi a osservare cose che nessuno vede. È una di quelle donne asgardiane che si confondono con tutte le altre, simili nei tratti, nelle acconciature, anche nel modo stesso di inclinare il capo. Una creatura quasi noiosa per la sua anonimità, una di quelle che non sembrano essere destinate a grandi cose o a comparire nei racconti da tramandare ai posteri e lei ne è sempre stata grata. Sigyn ha sempre aspirato a una vita tranquilla, lontana dai turbamenti e dai pettegolezzi di palazzo, con un bravo uomo al suo fianco e una nidiata di bambini biondissimi appesi alla sua gonna. Una vita semplice, che il suo stesso nome - Sigyn, amica della vittoria - ha presagito non le sarebbe stata concessa. 


Ha quelli che, per un mortale, sarebbero appena sedici anni quando il mondo parla e il suo sposo viene scelto. Il matrimonio combinato è la prassi, non esiste l’amore se non quello che si forma dopo il matrimonio e questo non l’ha mai turbata; ha semplicemente sperato in cuor suo che le Norne fossero benevole e scegliessero per lei un uomo che avrebbe saputo amare.

Le Norne però non sono creature benevole, né miti, né dedite ad assecondare le preghiere altrui, sono schiave di quelli che sembrano capricci e tessono e filano destini che agli altri non sono dati essere chiari o leggibili. 


Loki è conosciuto per la sua indole malvagia, per la lingua tagliente e per essere il padre di grande disgrazie; benedetto da una bellezza ultraterrena e da una criniera di insoliti capelli rossi. Ha il fascino sottile e affilato di chi non ha bisogno di far ricorso alla spada per vincere una contesa, ma che è comunque in grado di uccidere con un semplice schiocco del polso. È un guerriero e su di sui sono nate leggende di indicibile orrore, racconti che si tramandano per distogliere gli sciocchi a seguire la strada sbagliata e il sui nome è pronunciato sempre con una vena di timore, come se potesse improvvisamente sentirsi chiamato e materializzarsi.

Loki è il figlio adottivo di Odino, fratello dell’erede al trono Thor, principe cadetto di Asgard ed è divertito dal fatto che il fato abbia scelto per lui una sposa tanto anonima e priva di alcun titolo. 

Sigyn è troppo intimorita da lui anche solo per rivolgergli la parola o per incontrare il suo sguardo e Loki, per un attimo, si sente mortificato per lei. La sua punizione sarà quella di essere affiancato per l’eternità da una creatura prima di alcuna attrattiva, di avere un matrimonio privo di amore o di piacere, di essere sempre sminuito dall’essere associato a una moglie priva di particolare bellezza o intelligenza o carattere. 


All’inizio si diverte a tormentarla, a porle quesiti quasi impossibili e a obbligarla alla sua sgradita presenza. Ne vaglia l’animo, i pensieri, il modo stesso in cui si muove, il fatto che le mani le tremino appena quando le è troppo vicina e la tradiscano. Alla fine conclude che è troppo fragile anche per essere plasmata e che non gli tornerà utili per alcunché. Perde rapidamente interesse per lei, come per tutte le cose.


Quando si uniscono, sotto gli occhi di Odino e di tutta Asgard, Padre Tutto le dà un nome, un titolo, trova la sua migliore qualità e la fa diventare la sua identità. Dea della Fedeltà. Loki trova la cosa ridicola e inutile, e al tempo stesso incredibilmente divertente e ride sprezzante. Lui la fedeltà non l’ha mai conosciuta. 



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