Mar. 6th, 2020

irgio: (Default)
- Storia scritta per il COWT10;
- 4000 parole;
- Originale;
- Prompt: Immagine Indonesia, M2




 



I raggi del sole mattutino filtravano fiochi dall’ampia finestra, illuminando la camera. Alle pareti vi erano scaffali ingombri di libri, piccoli, grandi, colorati, alcuni talmente consumati che le pagine sembravano essere rimaste insieme per miracolo. C’erano tomi enormi, rilegati in pelle e dall’aspetto antico, altri  di misura più piccola con le copertine rigide. In un angolo era riposta, con ordine minuzioso, un’enorme quantità di pergamene dall’inchiostro sbiadito e la carta ingiallita dagli anni. Sotto la finestra un tavolo di mogano, di quelli massicci, adatto ad accogliere chi volesse dilettarsi nella nobile arte dello studio. Anche di una certa scena, se la si voleva dire tutta. Uno di quei tavoli di tutto rispetto, di quelli che si guardava e già si sentiva di star facendo un ottimo lavoro, anche se non si aveva ancora aperto neanche il libro o intinto la punta del calamaio nell’inchiostro.
 

China su un’antica pergamena una donna faceva scorrere frenetica lo sguardo fra le righe vergate in una scrittura ordinata ed elaborata,  mentre, seduta al suo fianco, una ragazzina leggeva annoiata un libro di magia buttando, di tanto in tanto, l’occhio fuori dalla finestra. Fuori era una splendida giornata, una di quelle adatte da trascorrere giù alle grandi cascate, a giocare a nascondino con le creature della foresta o facendo i tuffi nel piccolo lago che nasceva dalla confluenza delle acque delle cascate del Nord. 

- Tosha! - la richiamò la donna con voce severa, ferma, con lo stesso tono inflessibile che era solo preludio di una ramanzina – Concentrati! - le ordinò, picchiettando il dito ai lati della pergamena, sulla superficie del tavolo.

- Sì, maestra! - brontolò la ragazzina portandosi una ciocca di capelli biondissimi dietro l’orecchio appuntito e facendo guizzare un’ultima volta gli occhi verdi sul cielo azzurro.

 

 

La lezione della mattina trascorse incredibilmente lenta, con il sole primaverile che le si poggiava sulla pelle, come in una beffa crudele, e le creature del bosco che di tanto in tanto sfrecciavano davanti la sua finestra, intente a rincorrersi e a ridacchiare.

Tosha non era mai stata un’alunna diligente, una discepola facile o appassionata alla materia. Rientrava in quelle creature svogliate e lamentose che non sanno cosa farsene delle lezioni teoriche e che agognano con ogni fibra del proprio essere la libertà e la possibilità di imparare nella pratica quello che non volevano leggere sui libri.

Negli anni, la donna ne aveva visti a decine così, e a decine ne aveva poi visti fallire e rinunciare ai suoi insegnamenti per una vita misera e priva di gloria. È nel fisiologico scorrere delle cose, in pochi possono davvero dedicarsi a tessere l’arte delle parole e della conoscenza. 

“Non c’è premio, senza sacrificio” era il mantra con cui era stata cresciuta e con cui i suoi predecessori erano stati accompagnati durante gli studi e la vita, in una nenia infinita e implacabile, che ricordava a tutti loro che non c’era scampo, non c’erano vie facili o più veloci; che la conoscenza, il potere, l’arte di modellare le cose non la si otteneva gratis, non era il dono del cielo, ma la ricompensa della terra. Tosha non aveva mai dato segni di essere particolarmente dedita al sacrificio, evitando con maestria di doversi impegnare più del necessario in tutte quelle attività che non le accendevano la scintilla dell’interesse. Al villaggio rimaneva un mistero perché fosse stata scelta per la Conoscenza, lei che non portava su di sé nessun segno particolare, né era stata indicata dal Cielo, né apparteneva a quelle famiglie fortunate che potevano permettersi di pagare per fingere di essere stati benedetti dal dono di modellare la natura. 

Prima che fosse ora di pranzo, la maestra diede il permesso alla ragazzina di andare e Tosha non se lo fece ripetere due volte: sfrecciò fuori dalla stanza polverosa e ingombra di libri sbattendo la porta e incespicando sui suoi stessi piedi. 

Non era davvero il genere di allievo a cui qualcuno avrebbe voluto tramandare la propria conoscenza, priva di tutte quelle caratteristiche necessarie a renderla modellabile. Tosha era più indicata per essere una delle tante ragazzine che se ne andavano bazzicano sulle strade di paese, cercando di farsi raccontare per due spicci le storie dei viandanti o che facevano a gara con i maschi in tutti quei giochi poco onorevoli che una signora delle cose non dovrebbe neanche conoscere. 

Più di una volta la donna l’aveva sorpresa a dare la caccia alle lucertole, agli insetti più strani, per il solo gusto di poter poi mostrare agli altri mocciosi del paese il proprio bottino. 

- Sei crudele - le aveva detto la donna una delle prime volte che la incontrava, quando non era ancora la sua allieva, ma solo un volto poco familiare in un paese che non le apparteneva e in cui credeva di essere solo di passaggio.

La bambina si era guardata le mani, la coda della lucertola che le si agitava ancora sulla pelle. Il resto del corpo era riuscito a mettersi in fugo. 

Il misto di vergogna e contrizione che le lesse negli occhi fu uno dei motivi che spinse la donna a prenderla sotto la sua ala; un altro era che in Tosha rivedeva un lato di sé che credeva avesse anche dimenticato fosse esistito.

 

 

Come d’abitudine Tosha borbottò qualche maledizione contro Haleyana, la custode delle antiche arti magiche elfiche e, purtroppo per lei, la sua inflessibile maestra. Non è che la odiasse o odiasse quello che cercava di insegnarle, ma si rendeva conto che non fosse un’arte indicata per lei e non poteva che chiederle per lei e non un altro dei bambini del villaggio. Oltre al fatto che lo avvertiva in ogni fibra del suo essere, in ogni muscolo che le tirava per le troppe ore sedute, negli occhi che dopo un po’ le pizzicavano, nelle dita che passavano con astio sulla superficie crespa dei libri, nella noia che le grattava sotto la pelle, che quello non fosse il suo posto, che quello che faceva non le apparteneva e che avrebbe continuato a non essere parte di lei. Si vedeva già condannata a un’esistenza svagliata, a una strada che non voleva, a essere perennemente additata come un’ingrata, lei che aveva avuto la fortuna di tutte le fortune e che non sentiva di meritarla né di desiderarla. Tosha era nata per il bosco, per giocare tra le cascate, per immergersi nelle acque un po’ acquitrinose delle pozze d’acqua e per giocare con le creature del bosco. Era nata per essere libera e per essere modellata dalla natura, dal verde delle foglie e dal fango e dall’acqua, non per essere lei a modellare e controllare ciò che le era intorno. L’idea stessa di fare forza sulla natura, sulla foresta, sulle creature fatate che lo abitavano, la metteva a disagio e le creava una sorta di disgusto che difficilmente riusciva a mandare via. 

 

Starnutì mentre si batteva la tunica azzurra per liberarla dalla polvere: si era fatta cadere un’intera pila di pergamene addosso e un consistente strato, con tutta probabilità più vecchio di lei, di polvere le si era riversato sui vestiti, ma quella vecchia megera aveva fatto finta di niente e l’aveva costretta a continuare a leggere il noiosissimo libro che parlava dei trattati di pace tra le popolazioni elfiche e i popoli che abitavano le terre al di fuori del Grande Bosco.

Probabilmente di tutte le lezioni, quella di storia era quella più noiosa, quella che più detestava. Ricordare i nomi, le date, gli accordi era un tormento, una punizione che non meritava. Tosha non era fatta per le cose mnemoniche, per imparare e ricordare nomi che non riusciva neanche a pronunciare e a parlare di luoghi che non aveva visto di persona. 

La storia era terribile, l’avrebbe completamente eliminata dai suoi doveri, non le era neanche utile per imparare a modellare le cose.

- La storia deve essere conosciuta. Non puoi evitare le catastrofi, le guerre e le morti, se non sai degli sbagli di chi ti ha preceduta - le aveva detto la sua maestra una volta, dopo l’ennesima lamentela. 

Tosha aveva arcuato un sopracciglio biondissimo, per sottolineare di essere poco convinta, ma la donna non aveva dato particolare peso alla cosa. 

- Ecco, qui - le aveva detto, picchiettando il dito su un rigo del libro - Ci siamo fermate qui. Continua a leggere, cara -

 

Sbuffò, si portò le mani dietro la nuca e, con passo lento, si diresse verso la palestra dove si sarebbe dedicata ad un’attività molto più divertente dello studio e con una persona decisamente più simpatica di Haleyana. Lo avevamo già detto che la pratica le era decisamente più affine?

La palestra era una stazzona grande e spaziosa, con quattro finestre su ogni parete e il pavimento ricoperto di tappeti che avevano visto momenti migliori. Quando Tosha vi arrivò, si guardò un po’ attorno. Non era mai facile trovarlo, si nascondeva in modo impeccabile, stendendosi dietro una pila di tappetini o su una delle panchine, una di quelle nascoste dalla luce sterna, o semplicemente si faceva trovare al centro della palestra, esattamente dove uno non sarebbe andato a cercarlo. 

Quel giorno lo individuò quasi subito - era un giorno fortunato, si disse - e sorrise. Silenziosa gli si avvicinò e  quando gridò – Buh!-  questo sobbalzò facendo cadere la spada che stava lucidando.

- Ma che diavolo.... Mocciosa! Mi hai fatto prendere un colpo! - sbottò il ragazzo guardano scorbutico la ragazzina che lo fissava infastidita dall’appellativo.

- Stai perdendo colpi, Yante. - lo derise sorridendo allegra e facendo dondolare i capelli biondi. Sapeva che a lui piacessero. 

Gli voltò le spalle e andò a recuperare la sua spada nell’armeria - una stanzia piccol a a cui si accedeva dalla parete destra della palestra per mezzo di una porta malandata e senza un cardine.

Tosha odiava separarsi dalla propria spada, lei che per tutta l’infanzia era sempre stata accompagnata da un’arma, anche mentre dormiva, ma Haleyana era stata inflessibile. Quella donna era irremovibile quando si trattava di armi. 

- Non voglio niente di letale in giro durante le mie lezioni altrimenti addio allenamenti, addio magia, addio Yande - le aveva detto, sicura di colpire nel segno. Tosha si era arresa ancora prima che la maestra se me rendesse conto. 

Quando tornò in palestra, con la sua amata spada stretta nella mano destra, trovò Yante già in posizione d’attacco, il capelli riccioluti, solitamente tenuti davanti agli occhi azzurri, tirati indietro e un ghigno sulle labbra sottili.

Immediatamente i due si lanciarono l’uno conto l’altra dando inizio ad una danza frenetica fatta di affondi e schivate, movimenti fluidi e secchi, accompagnati dal suono ritmico delle spade che, cozzando, producevano un tintinnio metallico.

Era sempre così tra loro, quando impugnavano un’arma. Parlare era superfluo e tutto quello che desideravamo era dimostrare all’altro di essere diventato più bravo, di aver imparato una cosa nuova. A ogni affondo, a ogni parata, a ogni azione o scatto, era un guardami, vedimi, superami. 

Più di una volta Tosha cercò di mettere a segno una buona stoccata, ma Yante puntualmente la bloccava ghignando. Era indubbio che lui fosse più bravo, più esperto e che tra i due ci fosse un dislivello che difficilmente poteva essere raggiunto semplicemente giocando a farsi la guerra. Yande non era un maestro d’armi, non era padrone della spada, né era da considerarsi un guerriero fatto. Era anche lui, come Tosha, un allievo, solo di qualcosa di diverso. Prestarsi a insegnarle l’arte della spada era solo un passatempo per ingannare il tempo e se stesso in attesa che il Cielo inviasse un messaggio sul prossimo cammino da intraprendere. 

Quando sbagliava o metteva il piede in fallo, Yande la colpita con il piatto della spada e non aveva neanche bisogno di tradurre a parole il rimprovero per quell’errore da principiante. Tosha lo leggeva nei suoi occhi, vedeva il rimprovero dietro le ciglia chiare e improvvisamente avvampava e si mordeva le labbra. Non le piaceva sbagliare, non con la spada, non nell’atto pratico, 

Continuarono a duellare per un buon quarto d’ora, con le spade che cozzavano e Yande che fingeva di non poter avere la meglio in qualsiasi momento. Allenarsi insieme non era divertente, non avere un avversario alla propria pari non era divertente, ma in un villaggio di contadini, in una regione pacificata da decenni e il cui pericolo più grava potevano essere i parassiti nei campi, non poteva chiedere poi molto. Il cielo lo aveva fatto arrivare lì e la ragione era chiara. Solo quella ragazzina poteva giovare della sua presenza e lui non poteva sottrarsi al volere degli dei, anche se spesso era tentato di prendere la propria spesa e riprendere il cammino che lo aveva portato lì, solo a ritroso, alla ricerca di una nuova avventura un po’ più gratificante. Subito dopo si sentiva meschino e piccolo per quel pensiero così poco nobili e del tutto lontano dalla vita a cui si era votato.

Stoccata, affondo, parata, stoccata e affondo ancora. Tosha era decente, non brava, non superba, non una guerriera nata, non sarebbe mai diventata famosa per i mille nemici decapitati con un solo colpo di spada, ma non era neanche del tutto incapace. Aveva rapidamente capito come bilanciare il peso della spafa, come fare leva sull’elsa e come non allontanare mai la spada da corpo di modo da non offrire un facile varco all’avversario. Nel complesso, Yande avrebbe anche potuto ritenersi fortunato che il cielo gli avesse dato un’allieva quasi degna di portare una spada e che con il tempo avrebbe anche potuto diventare una guerriera discreta - molto tempo.

- Attenta - le disse poi, quando le occhiatacce non furono più sufficienti. In un attimo di distrazione Tosha si allargò troppo in un affondo e fu disarmata. La sua spada volò lontano e quella del suo avversario le si avvicinò pericolosamente alla gola. Sapeva che non le avrebbe fatto alcun male, ma non poté ugualmente impedire al proprio corpo di deglutire rumorosamente. 

- Hai perso, mocciosa - le disse solamente, per sottolineare l’ovvio. 

- Non vale! E non chiamarmi così, brutto, brutto, brutto… - si infervorò. La differenza di età tra i due era irrisoria, quattro, forse cinque anni, ma se uno era già sulla strada per diventare un uomo, l’altra era ancora una ragazzina, con ancora i tratti caratteristici dell’infanzia, le guance piene e la statura minuta di chi non ha avuto tutto il cibo che meritava. Tosha detestava che sottolineasse il fatto che fosse più piccola di lei, anche se non avrebbe saputo dire il perché.

- Brutto cosa? - la sfidò il ragazzo, punzecchiandole la pelle tenera del collo con la punta spuntata della spada. Tosha non si spaventò.

- Idiota! - concluse lei incrociando le braccia sotto il seno minuto, imbronciandosi e gonfiando le guance. Non era mai stata un fulgido esempio di maturità 

- Vuoi la rivincita? - le chiese con sguardo di sfida.

- No - gli rispose lasciandolo sconcertato, ma poi si affrettò a spiegare – Devo andare a prendere delle erbe per la vecchia - sospirò. Lei odiava tanto, ma proprio tanto, quella donna.

- Ah! D’accordo, allora facciamo la prossima volta. Mocciosa - le posò una mano sulla testa scompigliandole i capelli, poi la fece scendere su di un orecchio appuntito accarezzandolo.

Tosha arrossì vistosamente al tocco del compagno e si scostò. Gli fece la linguaccia e, prima che lui potesse aggiungere altro gli voltò le spalle e se ne andò.

A passo spedito uscì dal palazzo che ospitava la palestra e si inoltrò nel bosco.

 

Seduta su un masso Tosha si rigirava tra le mani un sassolino; ne carezzò la superficie liscia un’ultima volta e poi lo lanciò lontano. Lo vide sparire nei flutti di una delle cascate. 

Sbuffò, aveva trovato quasi subito le erbe che occorrevano a Haleyana, conosceva quella foresta come se ci fosse nata e le lezioni di botanica erano le uniche che per lei valessero la pena di essere seguite. Aveva riposto tutto in una sacca di pelle che le pendeva dalla cintola dei pantaloni e poi si era accasciata su uno dei sassi piatti in prossimità del vuoto in cui confluiscono le cascate. 

Gli occhi vagavano per la radura, non riuscendo a soffermarsi mai su un solo soggetto più a lungo che su un altro, e così la mente. Il pensiero di Yante le solleticava dietro gli occhi, nel ricordo di lui che le sfiorava le orecchie o le sorrideva. Avvampò.

Un movimento la ridestò dai suoi pensieri e automaticamente mise una mano sull’elsa della spada e abbassò lo sguardo. Quando i suoi occhi verdi incontrarono quelli azzurri di una creaturina a lei ben nota, sorrise. Allungò una mano e la creatura vi salì leggiadra.

Tosha squadrò la Nixy: non era più alta di un pollice, la carnagione bianca emanava una luce soffusa, gli occhi decisamente sproporzionati  rispetto al resto del corpo la scrutavano enigmatici, i capelli di un improbabile fucsia acceso risaltavano sul pallore della pelle e le scendevano fin sopra la piccola veste verde, che altro non era che una foglia.

- Ciao, Mya! - la salutò la ragazzina e la piccola Nixy fece altrettanto, con un leggiadro inchino.

Tosha cominciò a parlare con la creaturina, era un’abitudine che aveva preso già quando era bambina: passava ore e ore nei boschi discutendo del più e del meno con la Nixy che la ascoltava incantata. Mya era decisamente una presenza più allegra di quella di uno degli abitanti del villaggio. Le Nixy di solino non avevano contatti con gli esseri umani, rimanevano al sicure nel folto del bosco, e decenni prima avevano rischiato l’estinzione a causa del bracconaggio. Erano creature miti e riservate e la loro ignoranza del mondo degli umani permetteva a Tosha di far pendere Mya dalle sue labbra. Spesso si creavano strani equivoci, perché la Nixy non capiva l’ironia o i modi di dire umani. 

Le raccontò della lezione di scherma, di come Yante le avesse toccato l’orecchio e arrossì ancora di più quando la creaturina le chiese il senso del gesto.

Le due iniziarono un’accesa discussione durante la quale Tosha spiegava i comportamenti e dei loro significati alla Nixy e questa ribatteva dicendo che erano comportamenti stupidi e privi di senso. Vero, le avrebbe dovuto concedere una parte di sé, ma Tosha era ormai entrata nell’adolescenza, in cui dare ragione a qualcun altro in una discussione sembrava essere una terribile vergogna.  In fondo, però, per lei Yande non aveva senso a prescindere. 

Passò molto tempo e le due smisero di parlare solo quando un vento freddo le fece rabbrividire.

Inconsciamente Tosha portò lo sguardo color smeraldo sul cielo che era divenuto scuro. Il sole era stato oscurato da dei nuvoloni carichi di pioggia. Insolito, per quella stagione. 

Sgranò gli occhi mentre intravedeva una figura anguiforme muoversi sinuosa nel cielo scuro.

Il cuore perse un battito riconoscendo la creatura, e la pelle dietro al collo le si ghiaccio e le viscere furono scosse da un moto di terrore: un drago! Non ne aveva mai visto uno, ma i racconti in merito erano troppo vividi per potersi sbagliare.

Un enorme drago blu annodava le proprie spire nel cielo, entrando e uscendo dalle nuvole. La ragazzina lo vide dirigersi verso il villaggio.

Tosha scattò in piedi facendo cadere la Nixy per terra.  La creatura non proferì parola, non fece neanche un verso. Nella sua lunga vita aveva visto ripetersi quella scenda almeno cinque volte e già conosceva l’esito dell’avvenimento. Osservò l’amica correre via e in silenzio le disse addio.

Attraversò il bosco in un tempo che le sembrò infinito, con il cuore in gola e le ginocchia che minacciavano di cedere a ogni falcata; rischiò più volte di scontrarsi con qualche albero o di essere falciata da una radice.

Il villaggio era quasi completamente distrutto, le piccole capanne erano state date a fuoco e risaltavano cupe nell’oscurità, in tutta una serie di macabre pire. Il cielo si era oscurato, per le nuvole, per il fumo, per la morte. 

Nella penombra intravide un soldato. Il suo corpo si mosse da solo, sguainò la spada e gliela conficcò nel petto. L’uomo cadde a terra producendo un suono strozzato mentre una macchia rossa si allargava lenta.

Tosha lo guardò terrorizzata, non aveva mai ucciso un uomo. Si riscosse quando sentì un singhiozzo e per un secondo ebbe il dubbio che fosse il proprio. 

Con passo felpato si avvicinò al corpo di una donna e con orrore si rese conto di conoscerla. Di fianco alla donna una bambina piangeva in silenzio scuotendo il corpo privo di vita della madre.

Tosha cercò di spostare la bambina che opponeva resistenza continuando a chiamare con voce flebile la madre. Non c’era panico o paura, solo la triste rassegnazione di chi sa di non avere più altro. 

All’improvviso la piccola si accasciò a terra. Una freccia l’aveva colpita all’altezza del cuore.

Veloce la ragazza si rialzò guardando con terrore in giro, poi un dolore acuto ad un fianco la fece gemere e cadde a terra. Perse i sensi e con essi fu sicura di perdere la vita. 

 

Quando riaprì gli occhi la pioggia le picchiettava sul viso. Ci mise qualche secondo a riordinare le idee.

Con uno scatto si mise a sedere e un dolore lancinante le mozzò il fiato. Con cautela si tastò il fianco e le mani le si sporcarono di sangue. Strinse i denti e si rimise in piedi. Il cielo era divenuto grigio, il villaggio sembrava disabitato, qua e là c’era qualche corpo, il fuoco era stato spento dalla pioggia.

Con passo lento si trascinò verso il palazzo, magari c’era ancora qualcuno, magari c’era ancora la vecchia Haleyana che l’avrebbe guardata scorbutica per poi rimproverarla di non averle portato le erbe che le servivano per curare i feriti, o magari ci sarebbe stato lui ad aspettarla col solito sorriso beffardo. Si mosse con gli occhi sbarrati e la mente che smaniava per fingere che andasse tutto bene.

Quando arrivò dinanzi all’imponente palazzo di marmo bianco sbiancò ancora di più. Era quasi del tutto distrutto, le scale erano disseminate di corpi, molti li conosceva: erano stati suoi compagni e a volte si era allenata con qualcuno di loro a tirare di scherma.

Con una certa riluttanza salì le scale. Quando si trovò nell’ingresso del palazzo fu colpita da un conato di vomito che trattenne a stento. Con passo incerto si avvicinò alla donna stesa a terra. Sgranò gli occhi incredula riconoscendo nella figura la sua maestra.

Il volto austero e severo contratto in una smorfia di dolore le fece contorcere lo stomaco. Si chinò e mise una mano sulla spalla sottile. Delicatamente la scrollò chiamandola, mentre gli occhi prendevano a pungerle e a velarsi di lacrime. La chiamò con voce rotta, mentre le prime lacrime iniziavano a scenderle per le guance mischiandosi alla pioggia.

Non ebbe risposta. Si portò una mano sulla bocca per frenare un singhiozzo. Fece per alzarsi, ma una mano ossuta e bianca come la morte le si serrò su un polso. Neanche riconobbe quel dito che per anni le aveva fatto ritrovare il segno sui libri. Fremette incontrando gli occhi chiari della donna.

Le labbra sottili si schiusero, tossì macchiandosi il mento spigoloso di sangue e sussurrò il nome dell’allieva. Strabuzzò gli occhi e Tosha pensò che le stessero per uscire delle orbite tanto erano gonfi e sporgenti. Haleyana alzò un braccio, la manica larga della tunica, zuppa, aderì alla pelle sottile e rugosa. A Tosha non era mai sembrata vecchia e debole come in quel momento. 

- Vai - soffiò indicando un punto imprecisato, nel fitto del bosco che circondava il piccolo villaggio,  irrigidendosi subito dopo. Il corpo si fece molle e il braccio, sollevato a mezz’aria, ricadde al suolo con un tonfo sordo.

Tosha rimase immobile, con gli occhi puntati sul viso della maestra, morta. Avrebbe voluto gridare, riportarla indietro, trovare Yande e scoprire che era solo uno dei lupo stupidi scherzi. La vista le si appanno, il fianco le pulsava e con un’ultima spinta di energia si alzò e corse. 

Il mondo che conosceva era finito. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • 4000 parole;
  • Originale. Capitolo 1;
  • M2, Immagine indonesia. 






 Pioveva, come sempre del resto.

Le gocce battevano incessanti sul tettuccio dell’auto, sui vetri dei finestrini e su tutto quello che era attorno. La pioggia scendeva in lacrime sfuggenti sul vetro e sulla carrozzeria, in una fuga senza fine.

I finestrini erano appannati, la pioggia scendeva troppo fitta per permettere di abbassare il vetro anche un minimo. Fuori il paesaggio sfrecciava rapido, in una macchia indistinta di colori tetri e scuri, che caratterizzavano tutta la regione, in un perpetuo ricordo di cosa voglia dire scegliere di vivere lì.

Tenevo gli occhi fissi sulla strada, seguendo con un interesse fin troppo eccessivo il modo in cui questa si piegava e curvava per assecondare l’andamento del terreno. In quel momento non c’era niente di più interessante dell’asfalto bagnato e fissarlo come a imprimerlo per sempre nella memoria sembrava essere la ragione per cui mi trovavo lì. A posteriori, quello che ricordo meglio di quel momento è proprio l’asfalto drenante di quella stradina di cui non so neanche il nome, con le linee bianche delle corsie rovinare e sbiadite e l’acqua piovana che si andava ad accumulare ai lati della strada, cercando di defluire verso il bosco circostante. Tenevo gli occhi fissi sulla strada, anche, nel tentativo di evitare di incontrare i suoi, di occhi. Era troppo imbarazzante e  Charlie non diceva una parola, continuava a guidare senza degnarmi di uno sguardo. Non è mai stato un grande chiacchierone e fin da bambina ho imparato a leggere nei suoi silenzi, per capire se fosse arrabbiato o semplicemente andasse tutto come al solito. Quello, decisamente, non era il silenzio piacevole e caldo di quando Charlie non aveva niente da dire - come al solito - ma ci godevamo lo stesso la compagnia l’uno dell’altra. Charlie era arrabbiato, deluso, forse anche triste, non avrei saputo dirlo; era un campionario di emozioni troppo complesso per essermi chiaro, a me che ancora facevo fatica a dormire con la luce spenta o a fare pace per prima dopo un bisticcio. 

Non era mai stato un grande chiacchierone, Charlie; non ricordo di averlo mai sentito fare grandi discorsi, né di aver avuto con lui quel genere di conversazioni un po’ strazianti e un po’ imbarazzanti che si fanno da ragazzini con gli adulti. Il nostro era sempre stato un rapporto silenzioso, fatto di gesti più che di parole. Avevo imparato ad accettare quel lato del suo carattere ormai da tempo, rinunciando all’idea di avere quel padre perfetto e super simpatico che si vedeva nei telefilm, o di avere un amico adulto con cui confidarmi. Charlie era goffo, bisbetico e per niente adatto a tutta quella serie di impegni e scocciature che subentrano quando una figlia entra nell’età dell’adolescenza. Mia madre non aveva sopportato la cosa, non più di tanto, e alla fine se l’era filata in un posto più colorato e con un altro uomo decisamente più ciarliero. Anche per questo non riuscivo a dargliene una colpa, a Charlie, a mio padre, era l’unico genitore che avessi, in fin dei conti, che non mi avesse abbandonato e che almeno ci provasse, a volermi bene. 

- ‘Fanculo - era stata la prima volta in cui lo avevo sentito dire una parolaccia. Avevo quattordici anni e mia madre era andata via già da tre settimane. 

La commessa della farmacia, che lo conosceva da anni - avevano fatto le scuole insieme, mi pare - lo guardò con tanto d’occhi, come se si aspettasse che da un momento all’altro si facesse venire un colpo o assaltasse il bancone davanti a lui.

- Posso aiutarti, cara? - mi aveva detto alla fine, dopo un’infinità di minuti e un’altra parolaccia detta a voce più bassa, come se io non fossi a mezzo metro da lui e non potessi sentirlo. 

- Quali hanno le ali? - chiesi alla fine, dato che Charlie non dava segni di voler uscire dal suo rinnovato mutismo e la donna scalpitava sul posto per cercar di nascondere il desiderio di filarsela.

Improvvisamente divenne tutto un po’ più divertente per lei e fece passare lo sguardo prima da me a mio padre e poi lo fece all’inverso. Sulla sua faccia apparì il sorriso di chi la sapeva lunga.

Mi indicò una confezione viola, sul terso ripieno degli scaffali - Questi sono i migliori, cara - e prima che io potessi dire alcun ché, li prese al mio posto e li mise nel certino che portava Charlie. 

Mio padre si rinvenne per un secondo, giusto il tempo di vedere il pacco di assorbenti gettato sulla sua confezione di birre ed emettere un latrato piuttosto contrito.

Se fossimo stati una di quelle famiglie normali, numerose, in cui ci si riuniva spesso e si raccontavano aneddoti imbarazzanti o divertenti, quello sarebbe stato sicuramente il più gettonato per un bel pezzo. Ma non lo eravamo, non lo eravamo mai stati. Charlie aveva forse una sorella o una cugina, da qualche parte in Kansas, ma non ne parlava mai e io non l’avevo mai incontrata. I parenti di mia madre, invece, erano numerosi, ma lei ci aveva litigato quando andava all’università e non ci parlava da allora. 

 

 

Da quando gli avevo detto che di aver deciso di andarmene da Forcks per non farvici più ritorno non avevamo più parlato. Lo sapeva che non era per lui, che non volevo abbandonare lui, ma che dopo quello che era accaduto non potevo semplicemente più fare finta di niente e rimanere lì. La gente, le voci, le occhiate stavano diventando insostenibili, ingestibili, soffocanti. Ogni mattina mi svegliavo chiedendomi che cosa avessi fatto di male - da adulta ora mi risponderei niente, ma quando sei una adolescente in un paesino di poche anime, tutto diventa una colpa; la stupidaggine che fanno tutti i ragazzi nelle città grandi, diventa in quelle piccole la vergogna, l’onta, come se in realtà non lo facessero tutti, ma fossero smeplicmemte più bravi a non farsi scoprire - ma all’epoca non c’era nessuna voce amica a tirarmi su. Charlie sapeva, o immaginava, cosa fosse accaduto, ma non ne aveva fatto parola. Non ne ha mai fatto parola, neanche ora. 

L’idea di averlo ferito, di averlo tradito anche io, di lasciarlo loro, non mi piaceva, ma era un dispiacere minimo. Da adulta invece mi rendo conto che dovevo avergli fatto un torto assai più grave e che il silenzio ostinato - più ostinato del solito - non fosse una semplice punizione o un dispetto, quanto più il disperato tentativo di un uomo distrutto di tenere insieme gli ultimi pezzi per non affogare. 

Quando di fermammo, fu quasi improvviso. La pioggia continuava a cadere dal cielo implacabile, in una scudisciata infinita, giusto per migliorare l’umore di entrambi. 

- Siamo arrivati - annunciò Charlie, con la voce grave e impastata di chi sembra abbia smesso di parlare da una vita. Mi limitai ad annuire a disagio. Il silenzio era anche il mio mio modo di difendermi e al tempo stesso era l’unico mezzo con cui sapessi dialogare con mio padre. Le parole creavano sempre incomprensioni o disagi che poi nessuno dei due riusciva facilmente a ignorare. 

Nello stesso momento facciamo scattare le maniglie delle portiere e scendiamo dall’auto. È una cosa buffa che facevamo fin da quando ero bambina. Era iniziata per gioco, con me che cercavo sempre di aprire la portiere nel momento stesso in cui lo faceva mio padre e lui che sbuffava, ma sorrideva sotto i baffi e mi assecondava, rallentando i movimenti per rendermeli più leggibili. Mia madre si lamentava sempre che fossimo due cretini. Non è mancato a nessuno dei due quando ha smesso di farlo.

Aprire le portiere in contemporanea era diventato col tempo un’abitudine tanto radicata da diventare normale e naturale, tanto che ormai lo facevamo senza neanche accorgercene - lo facciamo anche ora, a distanza di più di dieci anni. 

Io mi diressi velocemente all’interno del grande edificio che ci sormontava – l’aeroporto di Seattle -  mentre Charli recuperava, borbottando qualcosa riguardo l’ingratitudine, il mio borsone dal sediolino di dietro, per poi seguirmi all’asciutto. A distanza di anni, da adulta, devo purtroppo constatare di essere stata un’adolescente davvero fastidiosa, non migliore delle mie odiate compagne di scuola.

Il silenzio continua a essere pesante e paradossalmente non essere più nell’abitacolo dell’auto, con la pioggia a battere il ritmo del nostro non parlare, lo rende ancora più spesso. Finché eravamo in auto potevamo fingere che fosse un giorno come un altro, dopo una discussione spiacevole, o fingere che ci fosse ancora tempo prima di salutarsi. 

Charli alla fine mi aveva passato una mano sulla testa, spettinandomi appeno, e io avevo sollevato gli occhi e lo avevo guardato in faccia, per la prima volta dopo giorni. Non si era fatto la barba e peli ispidi di giorni gli affioravano dalle guance; gli occhi erano lucidi e marcati dalle occhiatie, la bocca piegata in una linea sottile. Era l’immagine di un uomo solo e infelice e io ero troppo egoista per chiedermi quali effetti avrebbe avuto la solitudine sul mio vecchio. 

Rimanemmo così per un po’, più di mezz’ora, con mio padre che mi toccava la testa in un gesto di pace e mi reggeva ancora il borsone. Nessuno dei due aveva voluto sedersi su una delle panchine che si trovavano disseminate nell’ingresso

Alla fine si fece ora, il mio volo fu annunciato e ci separammo. Non sapevo ancora che non avrei più rivisto mio padre per i successivi quattro anni. 

 

Quando l’aereo si sollevo, avvertii una fitta allo stomaco, come se ci fosse un vuoto d’aria, e non avrei saputo dire se fosse stato per il sollievo o per la vergogna. Stavo fuggendo da una situazione spiacevole e che non sapevo gestire e al tempo stesso stavo rinunciano a una persona che mi voleva bene - a una delle poche persone che mi volesse bene, ferendola in modo davvero orrendo. 

Non riuscii a dormire, neanche chiudere gli occhi e alla fine mi arresi. Con le cuffierre nelle orecchie, feci partire la musica, in una riproduzione casuale di canzoni scaricate chissà quando e chissà per chi, che non mi piacevano neanche, ma mi permettevano di evitare di essere coinvolta nelle chiacchiere della mia vicina. 

Passai il resto del viaggio a fogliare una delle riviste che trovai incastrata nel mio sediolino. Era una di quelle riviste di viaggi che si trovano sugli aerei, con tutte le mete più esclusive e desiderabili. Spiagge bianche, città cosmopolite, percorsi di trekking e i musei più all’avanguardia. Un’immagine più di tutta mi colpì: un enorme cratere, al centro di una foresta verde, in cui si andavano a rovesciare delle cascate. Era in indonesia, anche se non riesco a ricordarne esattamente il nome.

Mi rimase comunque impressa, non per la vividità dei colori o per la prospettiva mozzafiato, ma per l’assurda consapevolezza che quel cratere al centro di una viva e rigogliosa foresta, sin cui le acqua cadevano e si perdevano per sempre, era l’immagine più adatta a descrivere me. Ero così, un pozzo senza fondo in cui gli altri rovesciavano le loro aspettativa e i loro sentimenti, per poi perderli per sempre. 

- Puoi prenderla, cara - mi aveva detto la signora seduta di fianco a me, probabilmente fraintendendo il mio interesse per quella rivista. Mi aveva strizzato un occhio e mostrato il contenuto della sua borsa. Aveva una delle riviste di gossip e uno dei giornali dell’aereo nascosti dietro la sciarpa.

Non ricordo di averle risposto.

 

 

 

Il volo durò appena un paio di ore, ma ricordo che mi sembrò infinito. Sono sempre stata abituata a viaggiare da sola, fin da ragazzina, per fare da pacco tra i miei genitori,  quindi no nera certo la solitudine a turbarmi. Era più qualcosa che mi grattava sotto la pelle e a cui non avrei saputo dare un nome. A distanza di anni direi con un certo margine di sicurezza che si trattava di vergogna.

Ritirai il bagaglio e mi diressi verso l’uscita.

Nell’aeroporto davvero musica di intrattenimento. Passarono “American Bird”.

Ebbi un terribile dejavoux, malgrado non lo volessi ricordare sapevo benissimo che quella era la musica di sottofondo del ballo di fine anno, quel ballo di fine anno… nella mia mente si fece largo un ricordo sfuocato di quel viso a me tanto familiare, bello da far paura, con la pelle bianca, marmorea, le iridi ambrate e i capelli bronzei, Stefan Donjon; non volevo pensarci, mi faceva troppo male, ma non riuscivo a fare a meno di rivedere il suo bellissimo volto, con quel sorriso sghembo:i miei ricordi di lui si susseguirono nella mia mente in un flusso continuo di colori e suoni.

Mi feci forza, e cercando di essere più disinvolta possibile feci fermare un taxi. A distanza di più di dieci anni trovo davvero ridicolo quel comportamento. Per buona parte della mia vita ho pensato di essere un’adolescente unica, di non essere caduta nel cliché ridicolo della ragazzina lamentosa e che faceva di ogni cosa un dramma. Ne andavo anche orgogliosa, che vergogna. Era una cotta, una cottarella, una di quelle che si hanno da ragazzini, quando si è al liceo, una di quelle cose destinate a finire ancora prima di iniziare. Ora lo so, ma purtroppo all’epoca mi sembrava la fine del mondo essere stata lasciata dal ragazzo perfetto del ballo perfetto del mio ultimo perfetto anno di liceo per scoprire poi che non c’era niente di perfetto. Scoprire poi che avesse detto a mezza scuola che avevo perso la mia verginità sul portico di casa sua era stata la ciliegina sulla torta. Lasciare la scuola e volare dall’altra parte del paese mi era sembrata una soluzione non così eccessiva. 

Avrei scoperto solo molto dopo che Stefan era gay, molto gay, e che quindi non mi ero persa poi tanto. Peccato che la me diciottenne non avesse neanche preso in considerazione la cosa - insomma, è assolutamente normale che un adolescente maschio abbia in camera solo riviste in cui ci sono uomini mezzi nudi o poster di cantanti o atleti, indossi mutande eccessivamente strette e nella cronologia del pc non abbia neanche un video porno con donne. Beata gioventù.

Il tassista era un uomo burbero e in là con gli anni, con una vistosa stempiatura e i baffi grigi. Non mi aiutò a caricare il bagaglio, ma si fece comunque pagare il supplemento per la valigia.

Il tragitto tra l’aeroporto e casa fu altrettanto lungo ed estenuante, con la radio di sottofondo che commentava una partita sportiva  - forse football - e fuori il cielo terso. Non c’era neanche l’ombra di una nuvola e l’assenza di pioggia ricordo che mi turbò. Ero nata e scresciuta in un paese che viveva perennemente sotto il getto della pioggia, ne ero stata bagnata fino a qualche ora prima. Non sentire il picchiettio della pioggia sulla carrozzeria della macchina mi diede la spiacevole sensazione di essere nel posto sbagliato. 

Quando arrivai a destinazione, l’uomo mi diede due dollari in meno di resto e andrà via senza dar segni di essersene accorto. Io ero ancora in quell’età in cui si ha paura di parlare troppo con gli adulti e quindi non dissi nulla, temendo di fare una figuraccia. Ora lo avrei preso a calci in culo.

Mia madre mi aspettava, con i capelli legati sulla testa in una ridicola crocchia e i vestiti larghi e colorati che la facevano sempre sembrare come una di quelle vecchie fattone anni sessanta. 

Non ero proprio dell’umore per rimproverarle per aver lasciato Mark - Max o quello che era - per aspettarmi, invece di andare a fare quel weekend romantico di cui non faceva che parlarmi da mesi, in fondo avevo diciotto anni, ma non potei fare a meno di sorridere, e di meravigliarmi quando la mamma mi corse in contro e  mi abbracciò. 

La voragine tra il verde che era nel mio petto sembrò per un attimo meno enorme.

 

Finii l’ultimo anno delle superiori nella mia nuova scuola. Mi guardai bene dal farmi notare o dal frequentare qualche altro ragazzo. Nella mia testa era ancora vivida l’immagine di quel fidanzato perfetto che per me era Stefan e ogni altro maschio non era neanche la metà - lo avevo già detto che ero una imbecille?.

Mi diplomai con una media decente e  poi cominciai l’università.

Per qualche strano motivo mi iscrissi alla facoltà di medicina. Non avevo mai avuto un’aspirazione particolare, un sogno nel cassetto, o uno scopo ultimo a cui arrivare. Non ero come gli altri miei compagni di corso, con una storia triste legata a un ospedale o a un parente malato o a un incidente mortale. Iscrivermi a medicina era stata una scelta presa sul momento, a pelle.

Alla fine si era rivelata un’idea meno schifosa delle altre prese durante quel periodo. Lo studio mi prese tanto che con il tempo mi lasciai scivolare addosso i problemi del liceo e quasi me ne dimenticai. Ora sono solo ricordi vaghi di visi e facce di cui non so più il nome o di cui non riconoscerei la voce. 

Non ero l’allieva migliore del mio corso, non eccellevo in ogni test o in ogni esame, ma me la cavavo. Non mi laureai due anni prima come avevo fantasticato da ragazzina, né ebbi il massimo dei voti, né poi fecero la fila per offrirmi un lavoro. In ogni caso fu un voto di laurea dignitoso, dopo un percorso di studi per niente male. Ero preparata, avevo studiato sodo, potevo diventare un medico. Niente avrebbe potuto fermarmi. 

L’università mi piaceva, era stato un momento felice, una parentesi della mia vita tra un momento schifoso - l’adolescenza - e le preoccupazione della vita da adulti. Forse non me la godetti come avrei dovuto, evitando le feste leggendarie o le sbronze con sconosciuti che sarebbero poi diventati i miei migliori amici. 

Nel complesso, fu una vita universitaria piuttosto noiosa, ma all’epoca non mi sembrava male. 

Dopo l’università inizio tutta la trafila per i tirocini, per trovare un corso buono o un buon ospedale. Finiti gli studi non è che la gente faccia la fila per te, a meno che tu non sia uno di quei cervelli che nascono ogni tre generazioni, quando le stelle, la luna e i marziani si allineano e ballano il tango, quindi trovare un impiego fu piuttosto stressante. 

Alla fine ebbi una botta di culo, pensavo - in realtà Charlie aveva fatto una chiamata a un vecchio amico del liceo - trovai un lavoro. Specializzanda presso il “Phoenix Central Hospital”

Mia madre, per tutto il periodo dell’università, si ricordò improvvisamente di essere stata una pessima madre e che forse avrebbe dovuto rimediare. La trovavo oqunue, nel mio appartemaneto, durante la pausa pranzo, in camera mia a sbirciare tra i miei fogli.

Mark - o Max, non l’ho mai capito - che di anni ne aveva pochi più di me, tipo sette, non trovava altrettanto eccitante l’idea di essere imporovvisamente diventato padre di una sua coetanea. Sbuffava, si lamentava e quando eravamo soli non mancava di sottolinearmi che fossi una palla al piede e che mia madre fosse improvvisamente appassita con il mio arrivo - Fanculo MarkMax, ho goduto quando ti ha piantato. 

Alla fine le avevo detto  - Questa lontananza forzata non fa bene ne a te ne a lui. - e lei si era sciolta come un cubetto di ghiaccio esposto al sole. Ci ho impiegato un bel po’ per capire che in realtà io fossi solo una scusa e che non trovasse il coraggio di piantarlo e basta. 

I turni lavorativi erano molto duri, e certe volte rimanevo a dormire in ospedale, succedeva così spesso che decisi di prendere un appartamento vicino all’ospedale, così almeno potevo tornare a casa di tanto in tanto. Fu comunque inutile, perché continuai a passare quasi tutto il tempo in ospedale e a non vedere casa mia quasi mai. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando tornai  ero distrutta, il turno era durato più del previsto, quasi sedici ore in sala operatoria. Alla fine il paziente aveva anche avuto una complicazione ed era morto. Proprio una bella giornata di merda, fortunatamente non ero stata io a dover parlare con la famiglia.

Velocemente mi svestii e mi infilai sotto la doccia. Come facevo sempre. La doccia era la prima cosa per togliermi la puzza dell’ospedale di dosso. Alle volte mi chiedevo se non fosse inutile, se non si fosse ormai annidata troppo in profondità sotto la pelle. 

Uscita dalla doccia mi misi un vecchio pantalone di una tuta e una maglietta slavata sopravvissuta al liceo. 

Consumai una cena veloce e mi fiondai a letto, nel mio lettone a due piazze.

Spensi la luce e chiusi gli occhi.

Stavo per addormentarmi, quando un fruscio mi fece sobbalzare.

Mi guardai attorno, ma non vidi nulla, le luci erano spente, e l’oscurità che mi avvolgeva mi rendeva impossibile vedere a più di un palmo dal mio naso.

Presi un profondo respiro e mi rimisi sotto le coperte. Niente panico, mi dissi, il tempo di avere paura del buio era passato da un bel pezzo. 

Dopo pochi secondi però un altro fruscio attirò la mia attenzione. Fanculo.

Allungai il braccio verso l’interruttore della luce e lo schiaccia. La luce si accese e la lampadina emise uno spiacevole ronzio.

La mia camera da letto si illuminò, e con la coda dell’occhio scorsi una figura a me familiare.

Non è possibile, non può essere lui, sto dando i numeri. Fanculo.

Inalai più aria possibile e mi voltai nella direzione in cui avevo collocato la figura, ma non c’era nessuno, feci scorrere lo sguardo per tutta la stanza, ma era vuota.

La mia attenzione fu attirata dalla finestra aperta dalla quale proveniva una vento gelido. Fanculo.

A malincuore mi dovetti alzare dal letto e chiuderla. I piedi toccarono il pavimento gelido e parti un’altra imprecazione silenziosa. 

Poggiai la testa sul vetro freddo e subito fui invasa da una piacevole sensazione familiare: era incredibile quanto quella superficie somigliasse alla sua pelle.

Mi scostai bruscamente dalla finestra, e me ne tornai a letto.

La mattina seguente la sveglia suonò alle sette precise, ridestandomi .

Mi alzai e andai in cucina.

Mangiai una tazza di cereali, anche se non ne avevo voglia. Bevvi un caffè più amaro del solito per annaffiare meglio il mio cattivo umore. 

Ormai mi veniva tutto automatico, tutto quello che facevo era programmato.

Spostai lo sguardo dalla ciotola di cereali alla finestra.

Fuori c’era un bel sole, e per qualche strano motivo la cosa non mi rallegrava per niente.

Non lo avrei mai ammesso, ma la pioggia mi mancava tantissimo. In quel posto non pioveva praticamente mai ed era una cosa a cui non mi abituerà mai - la mancanza della pioggia. 

Una volta che mi fui infilata gli abiti da lavoro scesi di casa e andai a lavoro.

Quando arrivai all’ospedale trovai i miei colleghi specializzandi occupati in una discussione molto ‘strana’.

Discutevano dei numerosi casi di omicidio che si stavano susseguendo a pochi giorni di distanza, neanche una settimana…

Una delle ragazze bassina, bionda, molto graziosa, mi porse il giornale.

Lessi velocemente qualche riga, con poco interesse, fino a quando una frase non mi fece gelare il sangue nelle vene: “tutte le vittime sono state ritrovate dissanguate!!!”

Fanculo, vampiri, vampiri assetati di sangue! Fanculo. Fanculo.

Qualcosa mi dice che li avrei visti presto, dopotutto sono o non sono una specie di calamita per certe cose?!?

Stavo per perdermi nei miei pensieri quando una voce mi chiamò.

- Ciao, Marta! - mi voltai automaticamente, anche se già sapevo di che si trattasse.

Infatti Jessy Sheperd era a pochi passi da me, e con un sorriso smagliante mi salutava.

Jessy era un ragazzo alto, bello, molto bello, con una muscolatura appena accenata, i  capelli gli arrivavano alle orecchie, erano castano chiaro e sempre spettinati, la sua pelle era pallidissima, e aveva sempre delle profonde occhiate sotto agli occhi.

Sarei stata pronta ad affermare che fosse un vampiro, se non fosse stato che i suoi occhi erano verdi.

- Ciao, Jessy. -

Mi si avvicinò e mi diede una pacca sulla spalla.

- Come va? -

- Mmm, bene, allora, che si fa oggi? -

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  •  Storia scritta per il COWT10;
  • 260 parole;
  • M2 - Napoli 


Port’Alba è una delle strade antiche di Napoli, una delle strade storiche, incastonata nelle antiche mura cittadine. È la sede dei libri, delle librerie e delle bancarelle occasioni imperdibili.
 

Ci passavo spesso da ragazzina, dopo la scuola, a guardare le bancarelle, a spulciarle o a spendere tutta la mia paghetta. Il mio liceo era esattamente di fianco, nella grande piazza sulla destra, quindi era un richiamo a cui non sapevo dire di no.

Alle volte, la mattina, mi attardavo più del dovuto ed entravo alla seconda ora. Mi facevano compagnia i libri dei negozietti tutti stipati in quella stradina. Ci andavo anche a compare i libri per la scuola, prima dell’avvento di internet e di Amazon. Quello era il metodo più rapido, anche se la libreria Guida faceva dei pacchi assurdi e vendeva alcuni volumi usati per nuovi o ti faceva pagare più del dovuto. Per non contare la fila infinita.

Quando quella libreria ha chiuso, non mi è dispiaciuto per niente. Quando ho iniziato l’università, ho smesso di passarci spesso, anche se la piazza lì vicino, piazza Bellini, è un punto di ritrovo per studenti e ragazzi e quindi ci sto spesso. A bere una birra o a fumare una canna. I libri li compro di meno, non ho più spazio in camera, non ho più la paghetta e manco più li leggo. 

Qualche volta ci passo con gli amici e mi ricordo di me adolescente a cercare una copia di uno dei volumi di Terry Pratchett e un po’ mi sento triste. Non l’ho mai trovato quel romanzo. 

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