Mar. 20th, 2020

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Harry Potter - Reglene;
  • Prompt: Etiam capillus unus habet umbram suam. - "Anche un solo capello ha la sua ombra [Ogni cosa lascia una traccia]." (Publilio Siro)
  • 2000 parole;

 

 

 

 

 

 

 

Marlena ha un naso lunghissimo e degli occhi enormi, di un marrone anonimo e comune. I capelli sono una nuvola di ricci biondi che le oscilla intorno alla testolina e nel complesso non ha niente che la faccia spiccare o attiri l’attenzione su di lei. È una delle tante studentesse di Hogwarts, con la divisa su cui spiccano i colori accesi della Casa di Grifondoro. 

È dello stesso anno di Regulus e alla cerimonia di smistamento, quando il Cappello Parlante si è posato sulle loro teste e ha segnato indelebile il loro destino, lui non ricorda neanche di averla vista. Marlene, invece, ha un vago ricordo di quel ragazzino pallido che è stato seduto sullo sgabello per un tempo lunghissimo, con il Cappello Parlante che sembrava non sapeva che pesci prendere e che alla fine ha detto Serpeverde con non troppa convinzione. 

 

Marlene non è bella, non eccelle in nessuna materia in modo particolare e ha una voce fastidiosamente acuta. Regulus non le ha mai rivolto la parola fino al quinto anno e non si è mai dispiaciuto della cosa. Lui è un Serpeverde, è un Purosangue e non è neanche particolarmente interessato agli altri studenti. Ha ancora i tratti paffuti dell’adolescenze e non è dotato della bellezza di Sirius o del sorriso storto del fratello maggiore. Le ragazze non sembrano essere particolarmente interessate a lui se non per il suo nome - Black - e parlare con gli amici di femmine lo mette ancora in un imbarazzo squisitamente infantile. 

 

La biblioteca di Hogwarts è immensa, una distesa di libri e scaffali polverosi in cui non addentrarsi con troppa spensieratezza. È al terzo piano del castello e Madame Pince ne è l’intransigente custode e pare che al suo occhio niente sfugga. Marlene ci va sempre da sola, le sue compagne di dormitorio di rifiutano di accompagnarla. 

- Non la smetti di parlare e Madame Pince se la prende con noi - le aveva detto una delle ultime volte Dorcas, alzando le sopracciglia e alludendo a quando, un paio di mesi prima, Marlene aveva fatto arrabbiare la bibliotecaria e questa le aveva punite tutte incantando i loro quaderni e facendole rincorrere da questi per tutto il terzo piano. Marlene aveva ancora i segni dei denti del suo quaderno di pozioni che le segnavano la carne tenera di un braccio, ma aveva trovato la cosa particolarmente divertente. Meno divertente i dieci punti, a testa, sottratti a Grifondoro per punizione. 

 

 

La luce filtra da dietro le pesanti tende che coprono le finestre e proteggono i libri e i pulviscoli danzano a mezz’aria, visibili solo nei fasci luminosi del sole che illumina quella giornata. Regulus è di cattivo umore, più per principio, che per una ragione in particolare. Ha una relazione da fare su una creatura magica di cui non sa neanche pronunciare il nome e per cui non nutre alcun tipo di interesse e Madama Pince gli ha indicato tutta una fila di libri che, a occhio e croce, non vengono aperti da parecchie generazioni e che hanno l’aria di  essere prossimi a disintegrarsi al minimo tocco e a dare la colpa a lui della propria dipartita. 

- Controlla tra quelli, Black - gli aveva detto in un bisbiglio appena udibile, dopo averlo trascinato tra degli scaffali che in cinque anni Regulus non aveva mai visto - E vedi di non fare guai come tuo fratello - aveva aggiunto poi, assottigliando gli occhi in un’imitazione poco riuscita di una minaccia. 

Regulus neanche l’ha vista Marlene, né si è accorto che si è seduta al suo stesso tavolo o che ha preso a sfogliare annoiata uno dei volumi che gli ha indicato Madame Pince. Registra appena che è la Grifondoro del suo anno, quella che a lezione di Storia della Magia siede due banchi dietro di lui e che passa il tempo a mangiare o a cercar di non farsi vedere mentre dorme. 

Avremo lo stesso compito pensa e archivia la cosa con meno interesse del solito. Marlene non prova neanche a rivolgergli la parola e rimangono seduti uno davanti all’alto per un tempo lunghissimo. 

- Sta’ attenta - le dice però Regulus, a un certo punto, dopo che Marlene ha aperto con un po’ troppa irruenza un nuovo volume e questo ha cigolato in modo preoccupante.

- Cosa? -

Regulus solleva un sopracciglio e indurisce lo sguardo, cercando di imitare una delle occhiate truci di sua madre. Non gli è mai riuscito particolarmente bene. 

Marlene lo fissa, come se non lo avesse mai visto prima di quel momento, con quegli enormi occhi marroni e Regulus pensa che siano davvero sporgenti. Non dà segni di aver capito e al Serpeverde già quella ragazzina con quei capelli che sembrano paglia non piace e farla sedere davanti a lui deve sicuramente essere stata una idea di Madame Prince, giusto per punirlo prima del tempo.

- Il libro - borbotta ancora Regulus, cercando di tenere la voce più bassa possibile, come se si aspettasse di veder comparire la bibliotecaria da un momento all’altro - È delicato - e se lo rompi se la prenderanno con me. 

- Oh - le sfugge, per dare forma alla sua comprensione - Io sono molto attenta - continua, piccata e per rimarcare il concetto, sfoglia un’altra pagina del volume. Regulus non è per niente convinto.

Fuori c’è ancora il sole e la punta della piuma di Marlene sgruma contro la carta della pergamena, lasciando macchie di inchiostro e tracciando una grafia disordinata e tondeggiante di appunti e annotazioni da mettere poi insieme, quando a Regulus rimane tra le mani una delle pagine del volume che sta consultando. 

In quegli occhi enormi, vede guizzare l’ombra della presa in giro - o della soddisfazione - e Marlene è lì lì per ridere. 

- Non dire niente - la anticipata Regulus, e Marlene non è sicura se la stia pregando o glielo stia ordinando.  

 

Vedersi in biblioteca è diventata lentamente un’abitudine, un appuntamento silenzioso o sottinteso a cui nessuno dei due ha mai dato un nome, ma non per questo meno piacevole. Uno dei due arriva, occupa il loro tavolo, in quell’ala della biblioteca in cui nessuno oltre loro sembra mai andare, e aspetta. Di solito è Marlene la prima ad arrivare, più perché la biblioteca è vicina al suo dormitorio, che per altro - almeno così le piace dire. Regulus arriva dopo, sempre con l’aria un po’ arrabbiata  o un po’ annoiata e i capelli spettinati e con l’incredibile capacità di raccogliere tutta la polvere 

- Sei finito in una ragnatela? - gli chiede un giorno Marlene, guardando con una nota di rimprovero i capelli neri di Regulus.

- Perché? - il Sempreverde assottiglia gli occhi e inizia a svuotare la borsa. Ha preso l’abitudine di portare una penna in più e più pergamene di quelle di cui normalmente avrebbe bisogno - Marlene dimentica sempre di portare qualcosa che le serve assolutamente. 

- Non si risponde a una domanda con una domanda - gli fa invece il verso lei, alludendo a quando, qualche settimana prima, lui le aveva rimproverato la stessa cosa. Regulus sbuffa di cattivo umore e Marlene ride. 

- Hai un ragno nei capelli - gli concede alla fine, con la voce annoiata, minimizzando la cosa. Gira un’altra pagina, annota un nome e neanche nota che Regulus sia diventato bianco come un cencio.  

Ed è così che quel giorno Marlene scopre un’altra cosa su quel nuovo amico: Regulus ha paura dei ragni, ha la fobia dei ragni, non tollera tutte quelle zampe e quegli occhi e l’idea che un ragno gli zampetti addosso o anche solo vicino. Regulus ha paura dei ragni molto più di quanta ne abbia di Madame Pince e le dice toglilo così tante volte e a voce così alta che Marlene già si immagina la bibliotecaria apparire con un troll per farli divorare. 

- Stavo scherzando - gli dice, con i capelli che le finiscono davanti agli occhi e le mani che cercano di bloccare Regulus. Il Sempreverde la guarda per un momento lunghissimo, come se non l’avesse sentita, ma la vedesse solo muovere la bocca. La mascella gli scatta producendo un suono strano e diventa tutto rosso. 

Marlene alla fine ride e gli occhi le diventano un po’ umidi per lo sforzo di contenere la risata e Regulus si allunga sul tavolo per darle un pugno su una spalla. La Grifondoro è piuttosto delusa che non le abbia anche dato altro. 

 

Vedersi, incontrarsi, passare un po’ di tempo insieme dove nessuno può vederli, è un’abitudine che si è man mano andata radicando dentro di loro. I loro amici non sanno che si conoscono, evitano di parlarsi in pubblico, di rivolgersi la parola a lezione, di incontrare lo sguardo l’uno dell’altra quando sono nei corridoi. I tempi nel Mondo Magico sono oscuri, pieni di pericoli e i giornali riportano ogni giorno storie terribili di scomparse o omicidi, di attacchi a Babbani o a Mazzosangue e anche a scuola si inizia a respirare l’aria tesa che preannuncia la guerra imminente. 

Regulus Black è un Purosangue, appartiene a una delle famiglie magiche più antiche e oscure e nessuno mette in dubbio dove si schiererà; anche Marlene ne è sicura, pur facendo fatica a immaginare il ragazzo gentile della biblioteca indossare il mantello dei Mangiamorte e dare la caccia a qualcuno - a lei, che di Purosangue non ha niente. 

 

Un giorno, prima delle vacanze di Natale, durante il loro settimo e ultimo anno a Hogwarts, Marlene e Regulus litigano, litigano per davvero e per un motivo così stupido che lui neanche lo ricorda. 

Forse un Tassorosso, quel tipo tutto lentiggini e occhiali di cui non ha mai imparato il nome, ha chiesto a Marlene di andare a Mielandia con lui il weekend dopo, oppure gli ha restituito di nuovo la penna dopo averla mangiucchiata. Regulus davvero non lo sa. Semplicemente hanno litigato e hanno smesso di parlarsi. Non si sono scritti lettere durante le vacanze e non si sono spediti regali, hanno smesso di incontrarsi nei soliti posti e hanno preso a passare più tempo con i loro amici. 

Al ritorno dalle vacanze di natale, quel litigio è un ricordo così lontano e fastidioso che Regulus neanche ci pensa più. Torna in biblioteca, al loro tavolo, alla loro ora; va in quel corridoio del secondo piano che tutti credono infestato e in cui nessuno si addentra, passeggia per la serra la domenica mattina, ma niente. Marlene non la vede neanche a lezione, neanche a mensa, neanche per sbaglio. Il tavolo dei Grifondoro è meno rumoroso e allegro dei solito e le ragazze del suo anno non parlano più di cose frivole o incantesimi romantici prima dell’inizio della lezione, per ammazzare il tempo. 

Regulus cerca di non farci caso, mentre le radici della consapevolezza iniziano ad attecchire dolorosamente nel suo petto. 

 

Marlene aveva un naso lunghissimo, gli occhi sporgenti e di un colore anonimo e i capelli biondi e perennemente disordinati; un numero spropositato di fratelli - quattro? Cinque? - e il sangue sporco. Figlia di una Babbana e di un Mago, non ha mai fatto segreto delle sue origini, ma Regulus è comunque scosso quando apprende della sua scomparsa - è morta, lo sa.

Marlene è una di quelle figura di poco rilievo, di quelle vittime necessarie per la causa, di quei nomi che vengono sbagliati quando si vanno a ricopiare per una ricerca di storia. 

Marlene è insignificante, un dettaglio la cui mancanza quasi non turba il Mondo Magico e Regulus non è per niente turbato dal non vederla più in biblioteca o dietro la serra, la domenica mattina, con i capelli da letto e il sorriso assonnato. Regulus non è per niente toccato dalla sua scomparsa, si dice, se lo ripete ogni tanto, per rimarcare il concetto. Poi un giorno, mentre studia per il M.A.G.O. sfoglia un libro, uno di quelli che due anni prima avevano consultato insieme e trova un capello biondo, riccio, inconfondibile. E si sente male come se avesse davvero un ragno in testa. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Harry Potter  - Reglene;
  • Prompt: Pecunia, si uti scis, ancilla est, si nescis, domina. - "I soldi se li sai usare ti servono, se non li sai usare ti sono padroni.”
  • 409 parole; 

 

 

 

La famiglia Black è una di quelle antiche casate di cui si sono perse le origini e di cui l’albero genealogico è così vecchio e florido da occupare una parete intera. Ha enormi ricchezze, accumulate per decenni e alla Gringott diverse camere sono destinate unicamente ai Black in vita o a quelli prossimi a venire alla luce. Regulus è sempre stato consapevole della propria fortuna, delle ingenti ricchezze della sua famiglia, che unite alla purezza del loro sangue, permetteva ai Black di innalzarsi e spiccare tra le tante famiglie del Mondo Magico. 

Essere ricchi è una costante e anche la normalità per Regulus, che non ha mai avuto problemi di pecunia e che, fin da bambino, è stato educato a non parlare mai di denaro, perché segno di cattiva educazione. 

Il patrimonio della famiglia Black sembra essere quasi illimitato e sulle sue ricchezze sono nate voci e pettegolezzi che circolano nei salotti delle signore del Mondo Magico, tra le tante che adocchiano per le proprie figlie quelli di Walburga. 

 

Marlene McKinnon invece non ha niente. È venuta al mondo povera, in una famiglia ancora più povera ed è stata abbandonata ancora in fasce, per poi essere adottata da una coppia piena di amore e desiderio genitoriale, ma non molto più ricca dei suoi genitori biologici. Marlene è stata adottata da una coppia Babbana e scopre di essere una maga solo quando, a undici anni, le arriva la lettera da Hogwarts.

 

Regulus ha tutto, ha i soldi, ha il prestigio della sua famiglia, ha l’intelligenza e quella bellezza elegante di sua madre eppure non si sente mai soddisfatto, mai contento, mai padrone di se stesso. Marlene lo snerva, lo infastidisce, gli mette perennemente il dito nella piaga e sembra quasi che si diverta a vederlo soffrire. Marlene non ha niente, non ha i soldi, non il prestigio della famiglia, né un’intelligenza sopra la media o una bellezza particolare. Marlene è anonima, normale, con i capelli biondi, gli occhi chiari e pochi soldi in tasca. 

Regulus però ne è attratto in modo incontrollato e del tutto irresponsabile, la cerca, la vuole, brama la sua compagnia, la sua amicizia, la sua carne. La ricopre di regali costosi, di attenzioni, di gioielli o libri introvabili. Marlene all’inizio ne è un po’ imbarazzata, un po’ lusingata, poi alla fine solo infastidita. 

- I soldi - gli dice un giorno, mentre sono a letto, arrotolati tra le lenzuola - Non mi sono mai piaciuti -

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Beastars - Legoshi, Haru;
  • Prompt: Homo homini lupus. - "L’uomo è un lupo per gli altri uomini." (Plauto);
  • 903 parole;

 

 

 

 

Legoshi è un lupo grigio, un carnivoro di grandi dimensioni, ben più alto del normale per uno della sua specie. Ha una coda folta e una lunga serie di denti appuntiti e bianchi che guizzano tra la pelle tenera del muso ogni volta che parla o mangia o semplicemente sorride. 

Legoshi ha la stazza importante dei carnivori e gli occhi grandi del predatore, gli artigli lunghi diversi centimetri e gli altri animali, soprattuto gli erbivori, lo vedono e ne sono spaventati. 

È un lupo, è un carnivoro e le sue zanne sembrano fatte apposta per strappare, dilaniare, divorare la carne. Ha anche l’aria un po’ del teppista, con i vestiti sempre in disordine e la chiesa curva. Non ha l’aria amichevole o bonaria degli altri canidi ed è piuttosto insolito vederlo scodinzolare. 

 

La prima cosa che nota, Haru, di Legoshi, sono i denti. E ne è tanto spaventata che il suo corpo reagisce istintivamente, le sue gambe hanno dei piccoli spasmi per convincerla a scappare ed è tutta presa da un brivido di terrore e cerca di farsi più piccola possibile. 

Le tremano le mani, mentre mangiano insieme, tanto che mantenere la forchetta e portarsi il boccone alla bocca le è difficile e alla fine rinuncia. Legoshi non sembra notare le cosa e la guarda come se non sapesse se mangiarla o scoppiare a piangere.

Haru ha paura di lui e il tempo sembra dilatarsi mentre lei cerca una scusa per andare via. 

 

Legoshi è così alto che Haru non riesce mai a guardarlo negli occhi e gli arriva a malapena alla cintola dei pantaloni e le sue orecchie gli sfiorano appena il petto. Haru è un coniglio nano olandese, dal pelo bianchissimo e la corporatura ancora più piccola del dovuto, anche per un membro della sua specie. È graziosa, con il musetto candido, il naso rosa e il corpo filiforme e tondeggiante nei punti giusti. 

Legoshi la trova attraente e quando la vede non riesce a impedire alla sua coda di scodinzolare e alle sue ghiandole salivali di produrre saliva. Haru ha ancora paura di lui e si sente una preda, sa di essere potenzialmente morta ogni volta che lo incontra o che rimangono soli e le ginocchia le diventano ancora molli quanto lui la tocca o le sorride e le mostra tutta una fila di denti appuntiti. 

Legoshi è alto, è davvero alto, e Haru non crede di aver mai visto un canide della sua stazza e alle volte fantastica, immaginando di essere lei alta come Legoshi e di poter guardare il mondo dall’alto. 

Il lupo grigio, invece, è lui a guardare il mondo dalla sua altezza, dall’altezza di un piccolo coniglio. Quando sono insieme, Legoshi china la schiena, si curva e si abbassa per poter raggiungere Haru, per farle sentire che sono uguali, in qualche modo, per poterla guardare negli occhi e vedere quello che vede lei come lo vede lei. 

- Le conigliette hanno gli occhi neri - farfuglia una volta il lupo, distogliendo immediatamente lo sguardo da quello del coniglio e Haru lo trova davvero strano e inquietante, ma si guarda bene dal dare forma ai propri pensieri - Non li avevo mai visti, gli occhi di una conigliette - continua Legoshi, in imbarazzo, tirandosi sù.

Haru fa il resto del tragitto verso casa cercando di ignorare la sensazione piacevole che ha provato nel realizzare che lei è il primo coniglio per cui il lupo si sia piegato. 

 

 

I lupi non hanno nella loro società una buona nomea. Sono sempre visti come creature sfuggenti, pericolose e meschine e non è raro che diventino emarginati anche tra gli stessi canidi. 

Legoshi ne è consapevole ed è stato preparato a questa cosa ancora prima di iniziare la scuola materna, da sua madre e da suo nonno, che di discriminazione se ne intendevano piuttosto bene. 

Gli altri animali guardano i lupi con sospetto e si aspettano che facciano cose terribili, anche se nessuno di loro sa esattamente cosa. Quella diffidenza e avversione verso i membri della specie dei lupi è così vecchia da risalire a prima del conflitto tra Erbivori e Carnivori, a più di cento anni prima, e nessuno ha mai avuto davvero interesse a indagarne i motivi.

 

Legoshi ha accettato il suo stato con il pacato abbandono con cui si lascia cullare da tutte le cose che non può cambiare, imparando a dissimulare la propria forza e a farse apparire meno alto di quanto in realtà non sia. È un lupo tra le prede, che siano carnivori o erbivori, e il suo istinto lo guida. 

Haru continua ad avere paura di lui, ma sempre di meno, e ogni volta che impara una cosa nuova su Legoshi, un pezzetto del suo terrore si sgretola e cade via. 

Con il tempo, Haru impara a leggere nel comportamento di Legoshi, ad apprezzare i modi gentili e goffi, il modo frenetico e incontrollato in cui muove la coda quando la vede, gli artigli che le sfiorano il pelo quando la carezza, i denti appuntiti che divengono per lei un sorriso caro e desiderato. 

Più passa il tempo, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno, più il coniglio non vede più un lupo tra altri animali e Legoshi le diventa tanto caro e familiare che Haru non saprebbe dire che cosa prima di lui le facesse paura né saprebbe rispondere con immediata sicurezza qualora qualcuno le dovesse chiedere Legoshi che animale è?

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Snk | Levi/Petra;
  • Prompt: Fluctuat nec mergitur. - "È sbattuta dalle onde, ma non affonda." (Motto della città di Parigi);
  • 350 parole;

 

 

 

 

 

Petra ha i capelli del colore del miele e gli occhi di quello del sole, il profilo sottile e piacevole e il corpo temprato dall’allenamento. Levi la vede passeggiare per la base, svolgere con solerzia i propri compiti e poi fare anche quelli degli altri, con un’attenzione e una maniacalità che lui non può che approvare. 

Petra è bella e graziosa e a Levi non dispiace che gli si infili nel letto, la sera, quando gli altri dormono ed entrambi sono rimasti fino all’ultimo in ufficio o in palestra. A Levi piace anche sentirla fremere sotto di sé, sentire la pelle calda sotto i palmi delle mani, sentire la sua voce chiamarlo senza gradi o riverenze. 

A Levi piace Petra in un modo così genuino e viscerale che, se fosse un altro uomo, lo spaventerebbe; Petra, invece, non sa cosa provi per l’altro. Ammirazione, soggezione, vergogna, desiderio. Ha rinunciato a capirlo già da tempo, abbandonandosi come trascinata da una forza a cui non sa dare un nome - e non vuole. 

Dopo una missione, Petra è sempre pesta, coi capelli spettinati, i vestiti sporchi di sangue, la pelle percorsa da ferite ed è in quel momento che Levi la trova più attraente e che le viscere gli si annodano per il desiderio. La notte, quando i soldati normali, di ritorno da una missione esplorativa, dormono o riposano, lui la possiede e la desidera. La sbatte sul letto, o sulla sua scrivania, le strappa i vestiti, le morde la pelle, conta le nuove cicatrici che si è guadagnata. Petra geme e ansima e chiama il suo nome e si svuota di tutto il dolore, la paura e l’adrenalina. Si lascia sbattere, turbare, possedere e ferire in mille modi diversi e Levi gode nel vederla boccheggiare sotto si sé.

E ogni volta, ogni singola volta, è convinto che sia l’ultima, che non al rivedrà più, che ogni uscita al di là delle mura significhi morte per uno dei due, ma poi tornano, più o meno interi. Petra ha sempre l’aria di chi è rimasto vittima di una tempesta, ma non è affogato. 

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