Mar. 21st, 2020

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Omnia munda mundis. - 'Tutto è puro per i puri.' (San Paolo)
  • Beastars | Legoshi/Haru;
  • 523 parole;

 

 

 

 

 

 

 

Haru ha un pelo bianchissimo, privo di alcun tipo di macchia o impurità. È piccola e morbida, con il manto sofficissimo e la figura minuta e deliziosa della sua specie. I ragazzi, indifferentemente dalla specie a cui appartengono, sono attirati da lei; Haru calamita gli occhi di tutti - anche di alcune ragazze - e quasi non se ne accorge. Le piace essere l’oggetto del desiderio altrui, la fa sentire viva, desiderata, forte. Per un attimo smette di essere la preda. 

Haru è una femmina di coniglio nano olandese, con il pelo bianco e un pessimo istinto di sopravvivenza. 

 

È calda e piccola, Haru, e nel letto, tra le lenzuola, smette di essere fragile o debole o inferiore. Diventa desiderata, uguale al proprio partner, padrona dei suoi desideri e del piacere altrui. Lo ha scoperto a sedici anni, che se vuole essere più di una preda, deve spogliarsi. 

Legoshi è enorme, alto più della normale, con spalle ampie e un pelo ispido che la punge e le pizzica la pelle, trapassando la protezione del suo manto soffice. 

Il futon è incastrato contro la parete ed è un groviglio di lenzuola e arti. Legoshi le carezza piano la schiena, terrorizzato dall’idea di poterle fare male e le strofina il muso contro una guancia - piano, delicato, adorabile. 

Haru non ha mai avuto un amante delicato - non ha mai chiesto a nessuno di esserlo, delicato, neanche a Louis - e Legoshi è, ancora una volta, una novità. E più Legoshi è spaventato e accorto, più le dà attenzioni e la vizia e cerca di darle piacere con l’ingenuità dei verginelli e delle prime volte, più Haru diventa impaziente. 

Haru lo bacia, lo tocca, lo spoglia e lo morde sul collo, nella 

Il sesso è strano e imbarazzante, fatto di piccole spinte e ansiti e di Legoshi terrorizzato di fare ogni cosa, che la stringe e la bacia piano e strofina il muso contro quello della coniglietta, per chiedere perdono.

- Non mi stai facendo male - gli ripete fino allo sfinimento Haru, accompagnando le sue spinte e stringendogli il muso tra le zampe bianche. 

Legoshi rantola e ulula piano e stringe il futon così forte che sente gli artigli dilaniarlo; Haru geme e lo chiama e si contorce e ha gli occhi neri lucidi e il corpo caldissimo. 

 

Quando è tutto finito, Haru ha la spiacevole sensazione di dover andare via, raccattare i propri vestiti e sparire, come tutte le volte precedenti, con altri partner, quando era ancora una ragazzina. 

Legoshi ha sempre avuto un istinto eccezionale per questo genere di cose - per lei - e non le dà neanche il tempo di mettersi seduta. Un braccio la attira a sé, più vicino, contro quel pelo ispido e grigio e quel petto pieno di cicatrici. Haru sospira e, un po’ per dispetto, un po’ involontariamente, gli sfiora la punta del naso con una delle lunghe orecchie. 

- Rimani - le dice solo, con una voce così innocente e speranzosa che Haru fa davvero fatica a pensare che possa appartenere a un carnivoro. Lei annuisce e lui inizia a scodinzolare in modo incontrollato. 

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  • Storia scritta per il Cowt10;
  • La Canzone di Achille | Achille/Patroclo;
  • Prompt: reincarnation & storia con salto temporale divisa in due parti di lunghezza simile;
  • 1351 parole;
  • M4

 

 

 

 

L’accampamento è tutta una serie di tende in cui i soldati dormono, mangiano e muoiono. È la loro casa da quasi dieci anni e alcuni di loro sono diventati uomini lì e non hanno mai conosciuto l’abbraccio di una donna o il piacere di una vita semplice e prima di spada e di sangue. 

Sono guerrieri, nati e forgiati per quel momento, per uccidere e per morire con gloria. Tra tutti, Achille, il Pelide, il semidio, spicca. Bello come un dio, baciato dal Fato, figlio della dea Teti e più grande eroe della sua generazione. 

Le mura di Troia si vedono all’orizzonte e sono una presenza cupa e angosciante; un ricordo pieno di frustrazione per tutti i greci che si sono accalcati sotto le sue mura per lavare con il sangue l’affronto arrecato a Menelao, re di Sparta, marito di Elena, privato della sua sposa dall’infido Paride, principe di quella città maledetta. 

La guerra di Troia dura da quasi dieci anni e innumerevoli vite sono finite per alimentarla. 

 

Achille è bello, con i capelli biondi e ondulati e gli occhi chiarissimi, il fisico scolpito dalla battaglia e dalla sua stessa natura divina. Patroclo lo ha amato nel momento stesso in cui lo ha visto, anche se non se ne è immediatamente reso conto e insieme sono piuttosto strani. Più il semidio è bello, perfetto e simile al sole, più Patroclo è scuro di carnagione, con un naso sgraziato e le spalle esili. 

La loro tenda è al centro dell’accampamento e nessuno dei due ci passa molto tempo, solo la sera, quando la battaglia è rimandata al giorno seguente e i feriti sono stati curati, Patroclo e Achille vi fanno ritorno. Stanchi, sudate, stremati, nervosi. 

Patroclo detesta essere lì, odia il giorno in cui i suoi sandali si sono poggiati su quelle terre e detesta l’odore di sangue che permea ogni cosa. Non detesta Achille - questo no, mai - ma la scoperta delle sue doti mediche non ha potuto alleviare il tormento e l’oppressione di essere coinvolto in una guerra che non gli appartiene, non davvero, e di cui non condivide i principi né gli scopi.

Achille ha ormai dimenticato cosa voglia dire trascorrere anche un solo giorno senza essere loro del sangue dei suoi nemici e Patroclo non riesce a dirgli che il suo sorriso non è più luminoso come quando erano ragazzini.

 

La notte è loro, è amica e custode e della loro intimità. Fanno sesso, per ore, in continuazione, per scaricare la tensione o il dolore o la frustrazione. Achille si lascia cullare dalle braccia di Patroclo e si sente improvvisamente completo e in pace, molto di più di quando porta elmo e spada e ricorda a tutti, sul campo di battaglia, di essere il migliore tra i guerrieri. 

Il corpo di Patroclo è caldo e piacevole, anche se non è temprato dalla guerra e dagli allenamenti e le sue mani sono gentile e morbide. Achille lo bacia, una volta in più, cercando di imprimere sulle labbra il suo sapore fino alla sera successiva e Patroclo gli carezza la macella e gli morde piano la pelle morbida del collo.

Quando poi sono entrambi sazi e l’odore del sesso ha coperto quello del sangue, si abbandonano nel loro giaciglio, tra le coperte e le pelli di animali, con i corpi nudi e sudati e il respiro tranquillo.

Achille è sempre il primo a cedere al sonno e Patroclo si perde ore a osservarlo, nella penombra, divorato dal terrore che sia l’ultima volta che giacciono insieme. 

- Credi che se ci fossimo conosciuti in un altra epoca, ci saremmo trovati lo stesso? - gli chiede un sera piano Patroclo, carezzandogli la testa e giocando con le ciocche bionde dei suoi capelli. 

Achille è stanco e intontito, con le palpebre pesanti e il corpo molle per il sonno. Sbuffa appena e stringe Patroclo a sé con tutta la forza che gli rimane. 

Non dice niente, il sonno lo coglie prima. Non ha dubbi, però, lui troverebbe Patroclo anche negli Inferi. 

 

 

 

 

 

Alessandro ha diciassette anni e la terribile propensione a ficcarsi nei guai, a scappare di casa o a saltare la scuola. Non c’è un motivo preciso, in realtà, per quella ingiustificata ribellione adolescenziale. Ha ottimi voti - è un ragazzo intelligente, signora - è il capitano della squadra di calcio; i suoi genitori sono amorevoli e hanno una relazione stabile e monogama; è stato salvato dall’acne giovanile che ha invece aggredito molti dei suoi compagni di scuola. Nel complesso è sano, è bello, è intelligente, ha tutto quello che dovrebbe poter desiderare. 

Alessandro, però, sente come la smania di avventurarsi sempre oltre ogni sua immaginazione, di vedere e apprendere quante più cose nuove, di allenarsi fino allo sfinimento e poi sfidare ancora se stesso a esplorare quel lato della città che ancora non ha visto. 

Ha diciassette anni e la sensazione opprimente che qualcosa manchi, che debba trovare il pezzo mancante della sua esistenza. Si rifiuta di stare fermo, di aspettare, di accettare che sia solo una fase, come gli ripetono i suoi genitori fino allo sfinimento, prima di cena. 

È una mancanza a cui non sa dare forma o nome, di cui lui stesso non capisce davvero il motivo e che non riesce a colmare in nessun modo. Nessun esercizio, nessuna attività extrascolastica, nessuna ragazza, nessun gioco nuovo o nuovo paio di scarpe. Alessandro la sente, lì, all’altezza del petto e la notte si sveglia e annaspa, cercando di afferrare il ricordo del sogno. Non ci riesce mai. 

Gli rimane sulle labbra un sapore conosciuto e familiare che gli fa vibrare le viscere, anche se non sa perché, e la sensazione di una mano poggiata fino a poco prima tra i capelli e di senti che gli carezzano la pelle morbida del collo. Allora Alessandro si tocca e sospira, finché non viene, con tra i denti un nome che non riesce a pronunciare. 

Che non sia normale, lo sa, lo ha sempre saputo. È sempre stato una spanna sopra gli alti, più veloce, più forte, più intelligente. Da bambino sapeva cose che nessuno gli aveva spiegato e le maestre si congratulavano sempre con i suoi genitori per il fatto che fosse un bimbo studioso - lui neanche ha iniziato davvero a studiare fino al liceo. 

 

Si incontrano d’estate, quando Alessandro è in vacanza alla casa al mare con i suoi genitori e lui serve il loro tavolo in uno dei tenti locali che si affacciano sulla spiaggia. 

Non ha neanche bisogno di leggere la targhetta, per sapere il suo nome e avverte il proprio corpo andare a fuoco, ogni centimetro di pelle formicolare e il petto cercare a stento di resistere al martellare del cuore. Alessandro si sente improvvisamente morire e al tempo stesso nascere di nuovo, con i pezzi che piano piano prendono forma e si rimettono insieme e reclamano di diventare un tutt’uno. 

Il cameriere gli sorride gentile e Alessandro riesce a riconoscere ogni lentiggine sul suo viso, anche se sulla pelle non ce ne sono; vede i capelli ricci e lunghi, neri, anche se porta un cappellino; le cicatrici sulle mani, di quando erano sul monte Fato e imparavano a cacciare, anche se non ha alcuna cicatrice sulla pelle liscia delle mani. Alessandro lo vede, Patroclo, dietro il costume di carne nuovo, dentro quel corpo nuovo che non ha niente di quello originale. E come vede Patroclo, vede anche se stesso - Achille.

Patroclo non dà segni di averlo riconosciuto, prende le loro ordinazioni e va via. È sempre così, è sempre lui a trovarlo per primo, sempre Achille a ricordare a entrambi chi siano. A mantenere una promessa mai pronunciata. 

- Certo che ci saremmo trovati lo stesso - gli dice quando torna per portare loro le bibite, afferrandogli gentile un polso, nella loro lingua madre. È quella la frase che gli dice sempre, ogni volta che lo ritrova, ogni nuova vita, indifferentemente da quale forma abbiano, per scusarsi di non aver pronunciato quelle parole la prima volta che glielo ha chiesto. 

Achille vede allora il barlume della comprensione attraversargli gli occhi e Patroclo si risveglia. 

Water

Mar. 21st, 2020 08:44 am
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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: M1 - water;
  • 311 parole;
  • Banana Fish | Ash/Eiji

 

 

 

 

Eiji è timido e riservato, nella versione perfetta dello stereotipo del ragazzo giapponese. Ash alle volte lo trova quasi irritante, con quei modi di fare imbarazzati e l’abitudine di non farsi vedere senza vestiti per nessuna ragione al mondo. Dormono insieme, mangiano insieme, vivono insieme, fanno sesso insieme - stanno insieme - ma Eiji non riesce comunque a non essere imbarazzato dal proprio corpo. Quando lo fanno, Ash spegne la luce per farlo sentire a proprio agio e quando si vestono, cerca di non farsi vedere mentre cerca di guardarlo. 

Il loro bagno, però, ha una vasca abbastanza grande per far fare a entrambi il bagno contemporaneamente e così un giorno Ash scopre che a Eiji piace proprio tanto.

Rimangono ammollo per ore nell’acqua calda e Ash lo stringe e lo tocca, lo insapona e lo scopa con Eiji che geme e si agita e a cui non importa di essere visto. 

 

 

 

L’acqua è fredda e piacevole, mentre il sole gli scotta la pelle e il costume bagnato gli si avviluppa alle cosce. Eiji si lascia trasportare a peso morto dall’acqua, con le gambe e le braccia completamente divaricate e i muscoli rilassati. Non porta gli occhiali e stretti intorno alle braccia ha un paio di ridicoli braccioli per bambini che Ash ha recuperato chissà dove, ricordando di quella volta in cui gli ha confessato di non aver mai imparato a nuotare. 

Eiji sospetta che Ash abbia preso una casa con una piscina enorme solo per fargli un dispetto - o un piacere. 

Si lascia trasportare pigro dall’acqua, con il cloro che gli arrossa un po’ gli occhi e la paura di affogare che diventa man mano più lontana. Se apre gli occhi riesce a distinguere la figura sfocata di Ash lì al suo fianco, con la faccia un po’ imbronciata e le braccia allungate verso di lui, pronto a salvarlo. 

Fiducia

Mar. 21st, 2020 10:31 am
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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Avatar | Zuko; Katara;
  • Prompt: M1 | Trust
  • 309 parole;

 

 

 

 

La cicatrice spicca sul pallore del viso e i capelli non sono abbastanza lunghi per coprirla. I meandri di Ba Sing Se sono umidi e illuminati dai cristalli verdi e a Zuko fa male un po’ tutto per lo scontro e per la caduta. 

Katara lo fissa come se volesse ucciderlo e lui non riesce a fargliene una colpa, ma poi le ridà la collana e la guarda in quel modo orribilmente sincero e vulnerabile che la Dominatrice dell’Acqua cede e si fica e abbassa la guardia. 

Zuko è sempre stato bravo a guadagnarsi la fiducia altrui, anche se non saprebbe dire perché. Forse per il modo in cui guarda la gente, per le espressioni stupide che gli sfuggono quando cerca di non essere perennemente accigliato o per il fatto che abbia ancora le guance tonde di quando era un bambino. 

Katara capitombola e gli sfiora il viso, la cicatrice e si fida e a Zuko quel tocco piace. 

Dura così poco che Katara quasi si concede il lusso di dimenticare di essersi fidata, 

 

 

La fiducia va guadagnata e Zuko ne è consapevole, così come è consapevole di non meritarla - non subito. 

Katara lo fissa con odio, come non lo ha mai guardato, neanche quando le dava la caccia per tutto il globo e li attaccava con palle di fuoco, nel tentativo di abbattere Appa e catturare l’Avatar. 

Aang è più bonario, più tranquillo, per natura tende a fidarsi del prossimo con maggiore facilità e cerca di intercedere per lui. Katara, però, non si lascia convincere e Zuko a una certa trova quasi esasperante che lei si frapponga istintivamente tra lui e il Dominatore dell’Aria.

- Non mi fiderò mai più di te - gli soffia un giorno dritto in faccia, con le sopracciglia contratte e lo sguardo di chi potrebbe aprirgli la gola da un momento all’altro. 

Occhi

Mar. 21st, 2020 11:57 am
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  • Storia scritta per il COWT10;
  • La canzone di Achille | Patroclo/Achille;
  • M3 | Age gape;
  • 866 parole;

 

 

Nella prima vita, quando erano ancora solo Achille e ancora solo Patroclo, quando parlavano e conoscevano un’unica lingua e il tempo era ancora un concetto lineare e semplice, in cui la morte era la meta definitiva e assoluta, si conoscevano così bene da potersi riconoscere anche a chilometri di distanza, anche al buoi, anche senza toccarsi o parlarsi o vedersi - anche senza gli occhi. 

Erano cresciuti insieme, avevano fatto il bagno insieme innumerevoli volte, dormito insieme, vissuto insieme ogni cosa. Achille avrebbe saputo indicare a occhi chiusi la posizione di ogni lentiggine di Patroclo e Patroclo non avrebbe avuto alcun problema a trovare i nei o le piccole cicatrici che solcavano la pelle chiarissima di Achille. 

I loro corpi erano conosciuti tanto bene da poter appartenere a entrambi contemporaneamente. Erano cresciuti insieme e morti a poca distanza l’uno dall’altro. Per tutto il trascorrere della loro prima vita, avevano condiviso lo stesso tempo, avevano avuto contemporaneamente le stesse esperienze, gli stessi cambiamenti fisici. In un certo senso, leggere nel corpo dell’altro la medesima mutazione era stato consolante. 

In più, essere coetanei aveva permesso a entrambi di apprezzare l’altro a pieno. 

Achille ricorda ancora come se fosse ieri il giorno a cui Patroclo è spuntato il primo pelo sul petto e di come lo abbia preso in giro per giorni, finché a lui non sono usciti peli da un’altra parte.

 

Nascere e morire ancora, vivere altre vite, altri corpi, altre esistenze non è altrettanto semplice o lineare. Reincarnarsi è strano e diverso dal vivere la loro prima esistenza. Trascorrono metà della loro vita a cercarsi, a rincorrersi, ad affettare il passo per incontrarsi a metà strada.

Achille le ricorda tutte, le loro vite; ricorda i loro volti, i loro corpi, i loro nuovi nomi, ma non è la stessa cosa. Incontrarsi a un certo punto della vita non è come crescere e morire insieme, non è come sperimentare ogni cosa.

Una vita Patroclo aveva il corpo di un uomo senza un braccio e Achille ci ha messo anni ad accettare di non essere stato parte di quell’avvenimento così importante. Un’altra volta, mentre giacevano insieme, Patroclo gli ha dovuto chiedere con riluttanza delle cicatrici che gli deturpavano la schiena e Achille ha fatto fatica a ricordarsi cosa gli fosse accaduto: era piuttosto piccolo, un bambino, ancora non sapeva neanche chi o cosa fosse. 

 

Teti ogni tanto va ancora a fargli visita, anche se il suo corpo e il suo sangue non sono più quelli di un semidio e Achille non può più seguire la madre nelle profondità dell’abisso. 

Non importa quante carni vesta e quanti volti cambi, Teti riserva a Patroclo sempre un odio feroce e violento.

- Ora ti odia perché è per te che continuiamo a cambiare carne, a cambiare tempo - gli aveva spiegato una volta Achille, carezzandogli piano i capelli rossi e lisci del nuovo contenitore di Patroclo -  È per te che non sono più il suo figlio di sangue -  

 

 

Rinascere, ritornare in un corpo diverso, ricominciare,  ricordare, è spiacevole e difficile ed è sempre una corsa contro il tempo. 

Il destino - le Moire - alla fine è benevolo il più delle volte e li fa incontrare, anche se non sempre nel modo che desiderano.

Una volta Achille era una fanciulla piuttosto brutta e Patroclo un uomo stempiato; un’altra Achille aveva di nuovo i capelli biondissimi e gli occhi chiari e Patroclo aveva di nuovo le lentiggini e i capelli ricci, ma si sono incontrati per un tempo brevissimo e poi sono caduti vittime della febbre; una volta ancora erano entrambi due donne agiate e graziose costrette a sposarsi e a giacere con altri uomini - quella è una delle vite che Achille ha detestato più di tutte.

Una volta si sono mancati, Patroclo è morto prima di Achille - di nuovo - e il Pelide si è tolto la vita, rifiutando di camminare sulla terra senza averlo al proprio fianco.

I corpi mutano, cambiano, ogni volta sono diversi, non conservano niente di quello precedente o di quello originale e Achille alle volte è turbato dal desiderio di riuscire almeno per una volta a riconoscere se stesso nel riflesso dello specchio. Gli occhi, invece, rimangono sempre gli stessi. Nascono di un colore e tornano a quello originale quando si rincontrano. 

 

L’ultima volta che si incontrano, Achille è un uomo vecchissimo, con la faccia cadente e i capelli completamente bianchi. Patroclo ha quattordici anni e i capelli biondi e le lentiggini e fa più fatica del solito a riconoscerlo.

Achille non ha mai desiderato essere vecchio, ha sempre avuto paura della vecchiaia e Patroclo non pensa di abituerà mai a vederlo in quel modo. La detesta, quella vita, più di molte altre precedenti. 

Amarsi diventa difficile e complicato e la gente attorno a loro non capisce e non vuole, nel tentativo di proteggerlo. Per un occhio esterno sono un vecchio e un ragazzino, la differenza di età è così schiacciante da non poter essere messa in dubbio. 

Achille e Patroclo, però, neanche se ne accorgono, mentre cercano di familiarizzare con quei nuovi involucri. I loro occhi sono di nuovo gli stessi,  e riflettono l’immagine di loro ai tempi della Guerra di Troia.

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Vinum incendit iram. - 'Il vino accende l’ira.' (Lucio Anneo Seneca);
  • Originale;
  • 263 parole; 

 

 

 

 

Gli occhi sono acquosi, grandi, dilatati nello sforzo di rimanere aperti; sono arrossati e cerchiati dalle occhiaie e gli danno un’aria spettrale e allucinata. Il vino gli bagna le labbra, scende in rigoli rossastri sul mento, cade tra le pieghe delle vesti, gli scende in gola e poi gli brucia nelle viscere.

Lo sente ribollire, richiamare una parte di sé che credeva sopita e fare violenza su di lui perché ceda e lo riconosca come suo padrone, perché gli ceda il controllo totale sul suo corpo.

Fuori fa freddo, il fuoco scoppietta nel camino e si versa un altro goccetto, giusto per farsi coraggio. 

Sua moglie lo ha tradito e lui lo ha scoperto per caso. L’ha presa piuttosto bene, anche se ne è rimasto scioccato. Il tradimento è un fattore a cui non aveva mai pensato, sentendosi sicuro e protetto dal vincolo matrimoniale e dall’aver scelto una donna che non spicca né per bellezza, né per intelligenza, né per capacità. Pensava di essere protetto.

 

Beve un altro bicchiere e le viscere gli si incendiano ancora di più e con loro il pensiero del tradimento diventa sempre più pressante, più intenso, più fastidioso. Un tarlo che gli scava piano piano la tempia e si insinua man mano dietro gli occhi, 

Un bicchiere, uno ancora e il vino è aspro e gli sfugge dalle labbra e fa un disastro. A un certo punto non sa più neanche quanto abbia bevuto o dove sia o cosa stia facendo. 

Si sente solo un fuoco e sua moglie grida e il suo corpo non gli risponde più. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Harry Potter | Regulus Black; Marlene McKinnon;
  • Prompt: Quis custodiet ipsos custodes? - "Chi controlla i controllori?" (Giovenale);
  • 265 parole;

 

 

 

L’orologio batte le undici e mezza e la scuola sembra deserta. Hogwarts ha l’incredibile capacità di riempirsi e svuotarsi seguendo i ritmi degli studenti. 

Marlene cammina per i corridoio, con il mantello che le oscilla sulle spalle e lo stomaco che fa le capriole. Non le è mai piaciuto il buio, fin da quando era bambina, e crescendo ha imparato che vi si possono nascondere mostri peggiori di quelli che la spaventavano quando aveva cinque anni e correva disperata a cercare asilo nel letto dei suoi genitori. 

Marlene è il Prefetto di Grifondo e la sera ha il compito di controllare che per la scuola non ci siano matricole disperse o idioti che se ne vanno in giro, cercando di farsi uccidere da Gazza. Le regole della scuola dicono chiaramente di rispettare il coprifuoco e, tra i suoi compiti, c’è quello di far rispettare il regolamento. 

Marlene ha dei capelli biondissimi e il naso lungo e non è neanche molto alta. Al buio, è quasi impossibile scorgere la sua figura stretta dal mantello. Regulus, però, la trova sempre. Non importa in quale ala del castello sia; il Sempreverde dice di avere naso per queste cose, ma Marlene è sicura che faccia qualche incantesimo di localizzazione o qualcosa di simile. 

Regulus è impetuoso e goffo quando sono soli tanto quanto si mostra serio e altero durante il resto del giorno. Mentre si imboscano dietro una delle statue del corridoio laterale al terzo piano - quello che hanno convinto tutta la scuola essere infestato - Marlene si sente un po’ in colpa, un po’ un pessimo controllore.

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Harry Potter | Regulus Black; Marlene McKinnon;
  • Prompt: Mors ultima linea rerum est. - "La morte è il limite di ogni cosa." (Quinto Orazio Flacco)
  • 405 parole;

 

 

 

Marlene è bella, con i capelli sciolti che le carezzano le guance tonde e gli occhi illuminati dal sole. 

Marlene è bella, mentre parla senza sosta e arriccia il naso, facendo perdere qualche lentiggine nelle pieghe tenere della pelle. Regulus la osserva dal basso, ne vede le labbra sottili, il mento tondo, le narici appena dilatate,  le ciglia lunghe e prive di mascara, mentre si lascia cullare dal suono della sua voce. Ha la testa poggiata sulle cosce di lei, mentre Marlene gli carezza teneramente la zazzera nera e si arriccia distrattamente qualche ricciolo tra le dita sottili. 

- … anche se le avevo detto di non farlo, mia madre ha cercato di mettere in ordine il mio baule - afferra Regulus, che si era perso tra una frase e l’altra - Insomma, è stato un casino, per poco il libro di Cura delle Creature Magiche non le ha staccato una mano e ha iniziato a gridare come una pazza che a scuola lei non mi ci fa più tornare - e poi ride. 

Non fa caso alla nota di panico che attraversa gli occhi di Regulus.

- Non può farlo, vero? - le chiede, improvvisamente serio e vigile. 

Marlene rimane in silenzio per un tempo lunghissimo, del tutto innaturale per lei, come se stesse soppesando l’eventualità di finire i priori studi in una normale scuola Babbana.

- Non credo. Mio padre non sarebbe per niente d’accordo - gli dice alla fine e Regulus è piuttosto sollevato.

 

 

È l’estate del loro sesto anno e le giornate sono pigre e calde e le trascorrono scappando di casa e incontrandosi al parlo o vicino al lago o andando qualche volta in spiaggia. Marlene gli insegna a mimetizzarsi tra i Babbani. Un pomeriggio gli fa addirittura prendere la metro di Londra e Regulus passa tutto il tempo cercando di capire quale incantesimo muova i vagoni. 

 

È sempre durante quella estate che la guerra scoppia e il Signore Oscuro fa la sua prima mossa eclatante, uscendo dall’ombra. Regulus e Marlene sono in giro per le strade di Diagon Alley quando i Mangiamorte si Smaterializzano e attaccano una delle botteghe di magia, una di quelle che vende anche libri Babbani. 

Né Regulus né Marlene hanno mai visto uccidere un altro essere umano fino a quel momento e lei si stringe tanto al Serpeverde da fargli male, ma lui neanche se ne accorge. 

Quel giorno dicono entrambi addio alla loro infanzia. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Ad audiendum verbum - 'ascoltare la parola’
  • Harry Potter | Regulus Black; Marlene McKinnon;
  • 247 parole;

 

 

 

 

 

 

Nella vita capita di avere un presentimento, un brivido, una sensazione spiacevole che preannuncia un pericolo imminente o un evento nefasto che sta per abbattersi su di noi. 

Marlene è sempre stata convinta di essere dotata un certo sesto senso, anche se l’insegnante di Divinazione le ha detto senza tanti giri di parole che la lettura del futuro non fa per lei e che le streghe, quelle vere e non quelle dei racconti Babbani, non sono veggenti, non gli si accappona la pelle quando sta per arrivare la loro ora o cose del genere. 

 

Marlene non ha dato troppo peso alla cosa - non è mai stata il tipo di persona facile da dissuadere - ed è per quel motivo che passa giorni interi con la pelle d’oca e una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco. Spera di sbagliarsi, mai come in quel momento desidera essersi sbagliata e non avere alcun tipo di abilità divinatoria. 

 

Il quartier generale dell’Ordine è ghermito di gente e Marlene se ne sta in un angolo, schiacciata tra Peter Minus e Sirius Black, contorcendosi le mani e mordendosi le labbra. 

La riunione dura poco, giusto il tempo di aggiornarli sulle ultime novità, sulle ultime informazioni ricevute e poi farli tornare ai loro compiti.

Uno dei loro leader legge la lista dei nuovi Mangiamorte identificati e il nome di Regulus salta fuori quasi subito.

- Lo sapevo - bisbiglia, pallidissima. Sirius, al suo fianco, le lancia un’occhiata infuocata, fraintendendo le sue parole. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Asinus asinum fricat. - "L’asino gratta l’asino" [L’ignorante loda l’altro ignorante] (Marco Tullio Cicerone);
  • Originale;
  • 287 parole

 

 

Li vedo, i Due Idioti, mentre si danno pacche sulle spalle e parlano male di me, come se io fossi idiota come loro e non me ne accorgessi; li vedo anche quando passano vicino a me e non si fermano per aiutarmi, fingendo di non essersene accorti; li vedo quando evitano di svuotare la carriola e lo fanno fare a una delle ragazze e li vedo ancora una volta quando tutti gli altri riprendono a lavorare e loro fanno finta di niente e continuano a fumarsi la sigaretta e a nascondersi tranquillamente dal sole. 

Sono irritanti e fastidiosi e davvero vorrei prenderli a sberle il più delle volte; sono saccenti e si danno man forte, portando avanti invettive e proteste stupide e inutile e arrivando poi a sfiorare il ridicolo - e a tuffarcisi dentro - quando smettono di parlarmi e rispondermi, giusto per manifestare il proprio disappunto. Li manderei a fanciullo con grande piacere, tutti e due, uno prima e l’altro subito dopo, ma è necessario mantenere una posizione imparziale, essere gentile, cercare di andare incontro a tutti e mantenere un clima di lavoro quanto più tranquillo possibile. 

Sono tutta un miscuglio di buone intenzioni il lunedì successivo, armata di pazienza e con una dose non eccessiva di caffeina in circolo. Non fa ancora il caldo soffocante del tardo mattino e l’ombra ci copre ancora le teste e permette di lavorare con un po’ più di respiro. 

Sembra tutto normale, tutto tranquillo, come se la settimana fosse iniziata con il piede giusto. Poi Idiota numero 1 piccona di merda, come al solito, fa saltare la sezione, il filo e manda a puttane la picchettatura e io inizio a nominare in modo piuttosto accurato tutto il paradiso. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Water
  • Originale;
  • 383 parole

 

 

 

 

È come essere sospeso nel nulla, con i vestiti che si avviluppano alla pelle e diventano pesanti e lo trascinano sempre più giù e i polmoni che gli bruciano. Il panico è l’unica cosa che lo muove, mentre si dimena in acqua e cerca di tornare in superficie. Si maledice, in un attimo di lucidità, per non aver mai voluto imparare a nuotare e cerca ancora una volta di spingersi verso l’alto. 

La luce trapassa la superficie dell’acqua, ne carezza il pelo e poi si infila, diventando sempre più fioca, verso di lui. 

Ricorda la prima volta che l’ha vista, l’acqua, così tanta da non poter essere contenuta in una pentola o in una vasca da bagno. Aveva sei anni e i suoi genitori lo avevano portato per la prima volta al mare. Ne era rimasto terrorizzato e aveva pianto per tutto il tempo, agitandosi tra le braccia di suo padre, con l’acqua che gli ghiacciava i piedi e la paura di essere abbandonato lì e venir trascinato via. Ha detestato anche la sabbia, che gli graffiava la pelle e gli si infilava nel costume con i granchietti, ma la ricorda comunque più piacevole dell’acqua salata che gli faceva bruciare gli occhi, che gli entrava nel baso e che si confondeva con le sue lacrime. 

 

I suoi genitori hanno cercato di fargli passera quella fobia per anni, portandolo in tutte le piscine e i parchi acquatici possibili e immaginabili, a tutti i fiumi, i laghetti e le spiagge che conoscevano, ma lui non aveva mai ceduto. È sempre stato un tipo piuttosto cocciuto - aveva preso da sua madre. 

Nuotare lo aveva sempre terrorizzato, così come l’acqua, il vuoto sotto di lui e il non sapere cosa ci sia sott’acqua. I ragazzini, quando erano in vacanza da qualche parte, lo prendevano in giro e lo schizzavano e lui strillava e li spingeva e scappava via, rapido come un grillo.

L’acqua è sempre stata un nemico, come se lui avesse saputo come sarebbe terminata la propria vita.

 

 

Alla fine si arrende, smette id agitare le brccia, di dimenare le gambe e lascia uscire l’acqua. I polmoni gli briciano, la vista si fa sempre più sfocata e il corpo pesante. Viene trascinato verso il basso dalla corrente e riemerge in superficie solo diversi giorni dopo. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Water
  • Originale;
  • 324 parole

 

 

 

 

La spiaggia è affollata. Decine e decine di ombrelloni occupati da centinaia di persona. È normale, è agosto, la gente si riversa al palate nelle piscine, nelle spiagge o in qualunque posto fresco. 

L’acqua è fredda e pulita - ancora per poco, a occhio e croce, considerando il numero di persone che c’è - e lei ci si immerge lentamente, cercando di prendere coraggio.

Lo sa che è la cosa peggiore fare così, temporeggiare, bagnarsi con calma, cercando di prenderli il proprio tempo. L’unico metodo efficace è buttarsi a peso morto in acqua, congelarsi all’istante e acclimatarsi più rapidamente. 

Lo sciabordio dell’acqua è piacevole, lo sono meno le onde che si vanno a scontrare contro il suo busto, schizzandola e facendola rabbrividire. Ha sempre detestato il mare anche per quello. Lei è sempre stata più un tipo da piscina, dove niente si muove, l’acqua non ti brucia gli occhi in modo mortale e non ci sono cose che nuotano o strisciano attorno alle tue gambe. 

In realtà a lei il mare non è proprio mai piaciuto e neanche la spiaggia o prendere il sole o tutta quella gente rimorona attorno. La sabbia le si infila sempre nel costume e le irrita la pelle; se la sabbia non c’è e si tratta di una spiaggia di sassi, questi sono roventi e le fanno male ai piedi e montare l’ombrellone o stendersi sul telo è un tormento; il sole, non importa quanta crema protezione 50+ per bamini in fasce, albini o senza pelle metta, la brucia irrimediabilmente, dino a farle uscire orrende bolle di acqua e a costringerla a rimanere ferma e mummificata in una posizione per evitare il dolore della pelle ustionata - per non parlare dell’orribile sensazione di quando la bruciatura passa e la pelle inizia a seccarsi e a venire via come se si fosse un rettile. 

L’acqua le arriva quasi al seno quando finalmente si decide a lasciarsi cadere e ad affondare.

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Warriori
  • Originale;
  • 385 parole

 

 

 

 

Nel suo immaginario di bambino, ha sempre associato l’immagine del guerriero a quella di un uomo massiccio, forte, dotato dell’arte della spada e di una lingua arguta; un tipo dall’abilità tanto sviluppata da essere palpabile.

Si sedevano tutti intorno al fuoco almeno una volta alla settimana e insieme agli altri bambini del villaggio ascoltava i racconti fantastici di uomini che non vivevano più. I soldati o gli anziano parlavano loro di guerrieri valorosi, di battaglie incredibili, di scontri epici.

Ricorda che gli brillavano gli occhi e al tempo stesso gli si contraevano le viscere per la stizza. Non è mai stato un tipo particolarmente avventuroso o coraggioso, ha preso da sua madre. È sempre stato pi portato per le scienze e lo studio. Se i suoi genitori fossero campati di più, non sarebbe finito certamente a lavorare in una squallida bettola in paese. 

Il guerriero, stando ai racconti degli adulti del suo villaggio, doveva tassativamente essere un uomo, girare armato di spada e avere con s’è un amico strampalato e pessimo nell’arte della guerra, ma che per qualche assurdo motivo lo seguiva ovunque e lo aiutava nei momenti difficili. Il guerriero doveva anche essere sfortunato in amore e attirare su di sé gli occhi affamati della fanciulle. 

Gli sarebbe piaciuto, un giorno, incontrare un eroe, aveva pensato quando aveva nove anni e gli erano caduti troppi denti. Gli avrebbe chiesto come ci si sente a essere un eroe e se era quello che volevano. 

 

Quando in paese una creatura misteriosa aveva iniziato a violare le fanciulle e a depredare i contadini, la gente aveva iniziato a essere terrorizzata. Era stata messa una taglia e inviata richiesta di aiuto a tutte le gilde vicine.

La ricorda bene, la giornata in cui il suo desiderio si è avverato. È  entrata, con il mantello tirato sulla testa e un tipo strampalato al fianco, nella taverna dove lavora. 

Ha servito loro due pinte di birra e la donna si è calata il cappuccio e gli ha mostrato di essere, beh, sì, una donna.

- Sono il guerriero inviato dalla gilda della Coda Torta - gli dice piace, fissandolo da dietro al bancone - Sono qui per riscuotere la taglia - continua, allungandogli il volantino del paese. 

La guarda e si sente tradito dai racconti che aveva sentito da bambino. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Nemo non formosus filius matrix. - 'Ogni figlio è bello per sua madre' 
  • 202 parole
  • Originale;

 

 

C’è un detto che fa “Ogni scarrafone è bell a mamma soj" e in paese lo ripetono come un mantra ogni volta che è in arrivo un nuovo bambino. Alle mamme non importa che siano belli o brutti, l’importante è che siano sani - oltre al fatto che una madre non potrà mai vedere brutto il proprio figlio. È una legge a cui nessun donna può sottrarsi. 

Quando nascemmo io e mia sorella eravamo due bambine bellissime, paffute, piene di capelli, con le guance rosee e gli occhi spalancati. Eravamo perfette, l’immagine del bambino sano e vigoroso che tutte le donne dovevano sperare di partorire. 

Mio fratello nacque diversi anni dopo ed era davvero uno scarrafone, lungo lungo e magrissimo, come se nella pancia di nostra madre non avesse mangiato abbastanza, senza manco un capello,  Aveva una testa spropositatamente grande, gli occhi a palle e passava tutto il tempo a dormire. I parente che venivano a casa per vederlo lo fissavano un po’ perplessi e dicevano a mia madre che era proprio bello e mia madre, allora, con la sfida nella voce, come se volesse metterli alla prova e vedere se osassero contraddirla, diceva loro: Ogni scarrafone è bell a mamma soj

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Ibis redibis non morieris in bello. - 'Andrai tornerai non morirai in guerra' 
  • 212 parole
  • Originale;

 

 

Gli carezza piano la testa, mentre lui le sta con il viso sprofondato tra la carne tenera dei seni. 

Fuori è calato il buio e l’aria è ancora calda e piacevole, mantiene ancora il sentire dell’estate che sta per abbandonarli. 

Guido ha diciassette anni e non gli è ancora spuntata la barba, una zazzera di capelli scuri e disordinati che ha dovuto tagliare nel modo squadrato e poco piacevole dei soldati, e gambe e braccia davvero lunghe. Ha ancora il fisico sottile dell’adolescenza e Leandra dubita sappia davvero maneggiare una spada - non con quelle mani da ragazza che si ritrova. 

Leandra è la puttana del paese, si guadagna da vivere condividendo il letto con altri uomini - molti uomini - e non si fa particolari scrupoli. Alcuni vanno da lei per cercare una scopata rapida e piacevole, altri, come Guido, ci vanno per cercare conforto. 

In fin dei conti è un ragazzino, soprattuto per lei che ha il doppio sei suoi anni e che se ne sente addosso ancora di più.

- Su - gli dice, dandogli un colpetto su una guancia - Domani partirai, andrai in guerra con gli alti e sempre con gli altri tornerai vivo e ci faremo un’altra bella scopata. Non devi avere paura - gli mente.



Alma mater

Mar. 21st, 2020 09:40 pm
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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Alma mater 
  • 216 parole
  • Harry Potter

 

Walburga Blak è una donna che non è mai stata baciata dal dono dell’amore materno, non ne ha mai ricevuto e non è mai stata in grado di darlo. Ha generato due figli, due maschi, per portare avanti il nobile nome dei Black e mai una volta è stata in grado - o ha desiderato - abbandonarsi alle tenerezze proprie della maternità.

Sirius è un bambino terribile, capriccioso e dispettoso. Walburga lo mette continuamente in punizione e cerca di trovare ogni volta qualcosa di più terribile e spaventoso con cui fiaccare il suo animo. La preoccupa, non è rispettoso delle loro tradizioni e lascia trasparire un animo poco in linea con i valori della loro famiglia. Più di una volta lo ha trovato a cercar di parlare con un Elfo Domestico o con il sudicio Mezzosangue che consegna loro il latte.

Regulus invece è il suo bravo bambino, più Sirius diventa dispettoso e irrequieto, più il fratello minore si fa piccolo e mite e silenzioso, per ovviare a un problema di cui nessuno sembra voler fare parola. 

 

Quando diventano adulti, in modi diversi, detestano loro madre. Uno è scappato a decidi anni, l’altro ha aspettato solo un po’ di più per sottrarsi alla stretta materna e all’orrore a cui i suoi amorevoli genitori lo avevano destinato. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Amor et deliciae humani generis - 'amore e delizia del genere umano' (Eutropio)
  • 206 parole
  • Mitologia Greca

 

 

Core è deliziosa, con i capelli ricci e del colore del grano e gli occhi del verde delle foglie. È la fanciulla più incantevole su cui abbia mai posato lo sguardo - e i suoi occhi prima o poi si posano su tutti, mortali o dei che siano.

Per giorni, anni, ere la vede passeggiare con le sue ancelle, sedere sull’erba dei prati e intrecciare corone di fiori. 

È la creatura più bella e pura che Ade abbia mai visto e il desiderio di possederla e di farla sua - sua sposa, sua amante, sua delizia - è così irruente e incontrollabile che un giorno, semplicemente, cede e la porta con sé giù negli inferi. 

 

Core è deliziosa e Ade si delizia nel venerarla e ricoprirla di doni e oli profumati. È piccola e sottile come un giunco e mentre è nel suo letto, che ansima e geme e chiama il suo nome, con il profumo della primavera attaccato alla pelle e gli occhi liquidi per il piacere, Ade ne è stregato. 

Ade è il signore degli Inferi. l’implacabile padrone della morte, il controllore dell’ordine. È uno degli sei più temuti, uno dei primi e Core ha l’incredibile capacità di piegarlo al proprio volere solo guardandolo. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Aquae et igni interdictio - 'privazione dell'acqua e del fuoco’
  • 230 parole
  • Avatar 

 

 

 

 

Katara è nata nella tribù dell’Acqua del Nord, dove il Dominio dell’Acqua, da quando era iniziata la guerra, era stato bandito. I dominatori erano pochi e venivano fatti rapidamente sparire dall’esercito della Nazione del Fuoco. Fin da bambina le è stato insegnato a nascondere la propria natura, a fingere di non saper dominare, di non sapersi difendere. 

Il dominio dell’acqua, però, è in ogni cosa, in ogni essere vivente - è in lei - ed è una privazione a cui Katara non riesce a sottostare. 

L’acqua freme sotto i suoi piedi, il respiro si condensa e anche involontariamente muove il ghiaccio e manifesta il proprio io. 

 

 

 

Aang è l’Avatar e solo a lui è concesso il privilegio di dominare tutti e quattro gli elementi - di farlo per cento e mille vite. 

Terra, acqua, aria e fuoco. In un circolo che cambia di vita in vita e a cui l’Avatar non può sottrarsi. 

Aang lo sa che lo ha già fatto, che non dovrebbe averne paura o difficolta, che nell’ultima sua vita era un eccellente dominatore del fuoco, ma nonostante questo non riesce a mettere a tacere il terrore di ferire di nuovo Katara o uno dei loro amici. 

Il dominio del fuoco è violento, selvaggio, incontrollato. Le fiamme sfuggono con troppa facilità al suo volere e mentre Katara guarisce le proprio ustioni, Aang giura di non dominarlo mai più. 

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  • Storia scritta per il COWT10;
  • Prompt: Jejunus raro stomachus vulgaria temnit. - 'Uno stomaco raramente digiuno disprezza cibo volgare.' (Orazio)
  • 286 parole

 

 

Stefano è stato via per un tempo lunghissimo, quasi sette anni. Si è arruolato che non aveva più di diciassette anni ed è partito. Non ha mai voluto fare il militare, però poi è sdoppiata la guerra e non ha potuto sottrarsi alla leva obbligatoria. Sua madre ha cercato di inventare tutti i malanni e le indisposizioni dell’animo possibile - pertosse, asma, spina bifida, cecità, sordità a un orecchio, impotenza, piede equino. Non è valso a niente e alla fine si è imbarcato e ha passato più tempo di quanto gli piaccia ricordare nella pancia di una nave, tra altri soldati altrettanto spaventati e spauriti e scarafaggi e topi. 

 

Ricorda la prima ragazza di cui si è innamorato, Anna, con i capelli sempre intrecciati e qualche ricciolo castano che le sfuggiva alla treccia e le si posava sulle guance. L’avrebbe sposata, Anna, se fosse tornato vivo. Era una bella ragazza, coi fianchi larghi e le forme procaci e abbondanti di una donna che più sgravare molti figli. Il culo di Anna, in particolare, è la cosa che spesso gli torna alla mente, la sera, quando è da solo nella branda e viene senza fare troppo rumore. Altri dei suoi compagni invece sono rumorosi e grugniscono e fanno versi osceni. Stefano ha dei brividi ogni volta.

 

A Stefano piacciono le donne, la figa, le tette grosse e i sederi generosi. Gli piacciono le curve femminili, i capelli lunghi e profumari, le mani piccole - i piedini che si intravedono dalle scarpette.

In tempi di guerra, però, ogni buco è trincea è dopo sei mesi che p imbarcato, cede al bisogno è si ritrova a quattro zampe sulla branda di un tizio di cui non ricorda il nome. 

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